Da grande voglio essere così.
Ho già prenotato la clinica per il cambio di sesso.
Da grande voglio essere così.
Ho già prenotato la clinica per il cambio di sesso.
Quando gli sbirri entrarono nella stanza non riscontrarono nessun segno di scasso o di forzatura. Nessuna traccia di effrazione.
La scientifica aveva già provveduto a tenere lontano i curiosi.
Sul nastro la scritta “do not trespass” capeggia all’altezza del naso dei quattro energumeni in divisa che bloccano l’accesso.
Oltre i “quozienti zero” in divisa la scena è sempre la stessa. Una stanza. Degli oggetti. Un cadavere.
Anche questa volta, solo materiale da “rapporto”.
“Il giorno 2 novembre in seguito a una chiamata anonima ci recavamo presso l’abitazione di XXXX. Arrivati sul posto e non ricevendo alcuna risposta ai numerosi richiami sia a voce sia utilizzando il clacson della vettura d’ordinanza (la dimora è priva di campanello) decidevamo di farci largo tra i cani e le galline presenti in cortile per entrare nella casa.
All’interno veniva rinvenuto il cadavere di un uomo caucasico dell’apparente età di 35-40 anni. Sulla porta di ingresso non sono stati riscontrati segni di scasso e, dato il generale disordine all’interno della stanza, non si è stati in grado di individuare tracce significative del passaggio di estranei. Il caos generale ha altresì reso complesso il definire se siano stati sottratti oggetti o beni.
Da una prima osservazione, risulta evidente come la vittima sia stata colpita alle spalle da una lama molto affilata (apparentemente un rasoio da estrarsi in seguito dagli agenti della scientifica), con un unico colpo preciso inferto tra le scapole mentre stava sistemando dei grossi fagioli e della carta igienica inumidita dentro delle bustine di plastica. Alcune delle bustine sono state in seguito rinvenute all’interno del frigorifero con riportata sopra la dicitura: “queste devono stare qua per 70-100gg” – “2.11.09”.
Questo potrebbe collegare in qualche modo le bustine alla causa del decesso.
Tutti i dati raccolti saranno inviati al laboratorio di analisi.”
Il coroner mi bestemmia dietro per la sigaretta e le scarpe infangate.
Il cadavere è steso a faccia in giù tra il tavolo della cucina ed i fornelli. Il manico del rasoio spunta tra le spalle come un cipresso.
Il coroner mi bestemmia di non toccare nulla.
Non ne ho bisogno, riconoscerei quel tipo di lama tra mille. Sono anni che lo stesso tipo di rasoio viene piantato nella schiena di poveri diavoli. Occam… nessuno ha ancora capito chi sia esattamente e cosa lo spinga ad uccidere. Le uniche informazioni su di lui sono il tipo di arma che usa e la precisione del colpo: un fendente unico, perfetto, piazzato esattamente a metà tra le scapole della vittima. Un lavoro pulito e rapido, la lama penetra tra le due vertebre e secca il malcapitato bloccandolo all’istante.
Il problema è sempre capire perchè.
Perché ha colpito questo residuo semi-fricchettone e i suoi “fagioloni”?
Viene fuori che i “fagioloni” sono in realtà semi di PawPaw. Il tipo all’altro capo del telefono la chiama “Asimina Triloba”, ma lui ha un camice bianco. Io solo un vecchio impermeabile.
Pare che il poveraccio li avesse ottenuti grazie ad uno scambio fatto con qualcuno appartenete ad un circolo di idealisti pragmatici. Uno di quelli che si trovano in rete.
Improvvisamente vengo colto da un flash.
Sul tavolo, vicino ai semi c’erano degli appunti sparsi, seminascosti da tazze di caffè sporche e barattolini contenenti altri semi e schede di piante. Tra questi “Perennial Vegetables” e una copia di “The Lost Crops of Incas”.
Il buon anima stava ficcando il naso in questioni agricole… finalmente una traccia.
Torno alla casa. Strappo i sigilli per entrare e inizio a frugare tra i fogli sparsi sul tavolo senza fortuna. Solo schede su schede di carciofi, topinabur, yam, scalogno, rabarbaro…
Mi guardo intorno confuso. So di essere vicino a qualcosa ma ho la sgradevole sensazione di non riuscire a mettere a fuoco il quadro complessivo.
Mi lascio cadere su una sedia. Ho i piedi piantati nella sagoma tracciata sul pavimento con il gesso. Graffi. Piccole righe. Segni grigi sulle piastrelle color cotto del pavimento.
Scritte sfuggite al controllo della scientifica.
Mi abbasso per guardare meglio. Pare che il poveraccio sia riuscito a scribacchiare qualcosa sul pavimento prima di morire:
“Nonostante i problemi che ci circondano siano sempre più complessi, le soluzioni sono sempre estremamente semplici”
Bill Mollison
Mi siedo nuovamente a fare il punto.
Il tipo stava facendo esperimenti di sostenibilità nel suo orto.
Era un fanatico di coltivazioni senza input esterni e senza lavorazioni.
Tra i suoi fogli avevo trovato testi riguardanti la storia dell’evoluzione dell’agricoltura. I soliti blabla sull’origine mesopotamica, lo sviluppo in europa e nei climi temperati…
C’erano anche immagini di vari orti in cui risaltavano pomodori, peperoni, patate, fagioli, melanzane…
… l’agricoltura nasce in mesopotamia e si sviluppa in europa…
… le specie orticole sono in maggioranza di origine sudamericana…
Faccio appena in tempo a contemplare il pensiero che la lama penetra tra le scapole.
Stacca le due vertebre e penetra nel midollo.
Sarebbe stato un bell’orto.
Sarebbe stato un bel sistema di produzione agroalimentare…
L’autunno quest’anno sta portando cose nuove.
Niente bilanci sull’andamento, niente protezioni per le colture.
Il senso è quello di un più esteso e generale cambiamento. Una chiusura senza la nostalgia delle chiusure.
Ecco. La differenza con gli altri autunni e che quest’anno non c’è il tipico languore da riduzione delle ore di sole e l’ottundimento da progressivo aumento della nebbia.
Piccolo flash sulla giornata di ieri:
Sono le 18 e fuori è già quasi buio. Sto preparando la cena mentre alzo lo sguardo e lancio uno sguardo fuori dalla finestra. Una lingua di nebbia bianca seziona longitudinalmente i pioppi davanti a casa.
Essendo la prima nebbia dell’anno esco per godermela in pace.
Torno in casa tossendo, coperto di una sottile polverina bianca.
Un contadino a 600 metri di distanza sta spargendo calce spenta spingendo il trattore a 60 km/h per fare in fretta.
Fine del piccolo flash.
In ogni caso.
L’orto “grande” dietro casa è stato smantellato in modo da restituire il campo al legittimo proprietario.
Quello “piccolo” davanti a casa è stato preparato per produrre qualcosa durante l’inverno e nelle prossima primavera.
Le galline sono ben coperte. Le api, dopo una notevole contrazione degli sciami, si sono stabilizzate sulle colonie invernali ed ora, davanti alle arnie, si trovano solo i cadaveri delle vespe che provano ad attaccarle.
E i cani hanno una nuova cuccia.
Il tutto in attesa che il prossimo anno porti un posto nuovo in cui essere un pelo più “permanenti”.
Adesso possiamo partecipare ad altro.
Venerdì 30 Ottobre alle 16.30 saremo, io ed alcuni amici, al Politecnico di Torino (aula 6N ingresso da via Boggio) a presentare il progetto RIZOMI.
Si, mi sono arruolato nell’esercito delle 12 scimmie…
Ma manteniamo la discussione su un livello costruttivo e cercate di evitare di mettermi in situazioni scomode. Io scrivo per divertirmi e perché mi aiuta a pensare.
Se proprio volete la rissa… ci si vede venerdì al Poli
Lo sto usando come mantra…
Sequenza 1
Era il 14 febbraio 2008 e non mi ero ricordato di festeggiare S. Valentino.
Non che fosse grave, neanche Noemi se n’era accorta.
Era, come accade spesso, un caso, uno di quei casi che ricolleghi tempo dopo e ti rendi conto che, obbiettivamente, non ha nessun senso. E’ un caso.
Anche perché, ad essere sinceri, tutto era iniziato molto prima giocando a lasciare tracce nella “sabbia”.
Sono passati circa 4 anni. Ci sono corsi di laurea che durano meno.
4 anni in cui la mia unica attività è stata studiare, fare esperimenti, giocare e cercare confronti con altre persone con un unico scopo: vivere e, possibilmente, bene.
Ma qual’è il parametro del mio “bene”?
La qualità del “bene” è soggettiva anche quando si incontrano persone simili a te.
Penso a tutte le persone che ho incontrato in giro o a quelle che sono passate a trovarci… avevamo tutti, sempre, fortunatamente, dei dettagli che ci differenziavano, ci rendevano “biodiversi”. E che, spesso, portavano (portano) alla zuffa. Ma se ne usciva, perché si stava (sta) bene.
Stacco.
Sono un compulsivo. O degli innamoramenti improvvisi per cose ed idee. Spesso non supportati da nessuna evidenza se non da una spinta di umoralità cerebrale.
Alcuni di questi col tempo si sedimentano e diventano stima.
Voi scrivete? Amate gli scritti? Il mondo della produzione di parole vi affascina?
Dovete inseguire reginazabo… dico “inseguire” perchè il suo blog è solo la punta dell’iceberg. Stiamo parlando di prosivendole. Si nascondono tra i vocaboli, occultate da nuvole di punteggiatura smarrita. Internet è un mælstorm di parole. Quale posto migliore?
Stacco su Sequenza 1
Il mio “star bene”.
Avevo già provato a definirlo in un post precedente ma il concetto era ancora, probabilmente, un po’ sporco.
Il mio “star bene” vuol dire “non aver paura”. Nessuna.
Ho ancora paura? Si, ma miglioro con il tempo.
E’ inutile che vi dica che la paura è una strategia di controllo… ormai suona quasi stupido come le teorie sui rettiliani.
Non c’è neanche più bisogno di fare paura a nessuno. Ormai siamo in grado di fare tutto da soli. Metà delle persone che conosco sono ipocondriache. L’altra metà non esce di casa senza lo spray al peperoncino. Sono tutte persone normali, a cui non è mai successo nulla.
A me succede con le conserve che preparo io. Ho paura.
Se le prepara mia madre, un mio amico… se le compro al supermercato non me ne frega niente. Le mangio, ne assaporo le sfumature del gusto, me ne ingozzo a cucchiaiate.
Se le preparo io…
Stacco
Guardo il vasetto. Sembra normale ma… non riesco a vedere bene lo strato di liquido sotto il tappo.
Mi rigiro il barattolo tra le mani. Chiedo consiglio a Noemi, scontato: mi sfancula.
Vabbè… lo apro.
Oddio, non è che l’ho aperto troppo facilmente?
“Noemi hai sentito se ha fatto pfffff… mentre lo aprivo?” – mi sfancula… questa donna non ha grazia.
C’è della roba sulla superficie!
“Noemi, guarda: c’è della roba sulla superficie…”
“Ah… sei sicura? Sono le spezie che ci avevo messo dentro?”
Noemi mi ricapitola con dovizia di particolari tutti i processi di sterilizzazione a cui ho sottoposto i barattoli… è noiosissimo… mi mangerei tutto il contenuto in un fiato solo per non dover rivivere quei momenti pallosissimi…
Si, ma il botulino mica lo senti… è inodore, insapore…
Noemi mi propone di buttare via tutto ed andare al supermercato a comprare delle zucchine sott’olio.
Non solo non ha grazia ma colpisce anche basso.
Mi siedo e mangio delle normalissime zucchine sott’olio.
“In ogni caso… non è che fossero eccezionali”.
Mi sfancula.
Stacco su Sequenza 1
L’ho gia detto. La paura lavora per sottrazione.
Tutto ciò che dovrebbe essere mia responsabilità diretta viene delegato, messo nelle mani di altri perché io ho paura.
Ma il meccanismo si sta inceppando.
Non ho paura se mi fido. Ma di chi mi posso fidare?
Strada scivolosa: ha chi ho delegato? Non mi fido di quelli a cui ho delegato!
Inciampo: ok, così sono finito direttamente nella paranoia… che poi, è un’altra forma di paura.
Quindi è un falso problema.
Vero problema: mi fido di me?
Ho fiducia nella possibilità di richiamare a me le responsabilità delle mie azioni e dei miei bisogni?
Chissene di chi si sta occupando attualmente dei miei bisogni siano questi i supermercati (compresi quelli bio) per l’alimentazione o bigpharma per la salute.
Non sono loro il problema. Il problema è che gli abbiamo chiesto di farlo.
Abbiamo chiesto a qualcuno di portarsi via i nostri rifiuti in modo da non vederli più ma non ci siamo mai posti il problema di che fine avrebbero fatto e, tanto meno, di cosa ce ne saremmo fatti se nessuno se li fosse portati via.
Se fossimo stati costretti ad assumerci la responsabilità dei nostri rifiuti.
E, adesso, i rifiuti sono una delle nostre paure. Siano questi in fusti in fondo al mare ho nel sacchetto in materbie fuori dalla porta.
Abbiamo perso le competenze.
Abbiamo perso le capacità.
Siamo nudi ed abbiamo paura.
Io leggo. In maniera maniacale, compulsiva.
Io ricordo. Sono in grado di ricordarmi cosa ha mangiato un mio cliente, al ristorante, 7 anni fa se lo incontro per strada (non è uno scherzo… mi succede e la sensazione fa un po’ paura! Non è un ricordo cosciente)
Ma questi non sono vestiti. Sono informazioni. Sono scritti di altri.
Non sono me.
Me sono le esperienze che io compio.
Sono le competenze che acquisisco attraverso la pratica. Sono la memoria “fisica” del lavoro, dello spazio e del tempo.
Me è il sentire ciò che faccio, fosse anche solo entrare in una stanza buia e trovare al primo colpo l’interruttore perché il mio corpo sa che è li.
Me è quello che consapevolmente cancella la paura.
Si vabbè… e che c’entra Reginazabo?
…lei mi ricorda di tanto in tanto che “io non ho paura”.
E la smetto di farmi pippe mentali.

Clikkando l’immagine potete partecipare alla coproduzione del progetto editoriale del BauBAu
The ice age is coming, the sun’s zooming in
Meltdown expected, the wheat is growing thin
Engines stop running, but I have no fear
Cause London is drowning and I, live by the river
The Clash – London Calling
Fa freddo, è autunno e io abito in riva al fiume.
Questo fa si che si entri di diritto nella stagione degli sport indoor e, come risulta evidente dai commenti al post precedente, la cosa non è totalmente indolore sotto molti aspetti.
Per l’inverno sto preparando una nutrita libreria di documenti da leggere e pianificando diverse azioni prive di significato spendibile (questo è il mio personale concetto di lusso… fare delle cose prive di un senso compiuto e prive di conseguenze a lungo termine)
La prima è un motore.
Non nel senso classico del termine per quanto possa avere a che fare con la termodinamica, sapessi cos’è.
E’ un centro di produzione energetica. Una batteria. Una cellula.
La cosa migliore è che si può tenere sotto il lavandino della cucina senza nessuna controindicazione.
La cosa migliore è che si può tenere in appartamento in città… anche se il sistema funziona altrettanto bene nei boschi incontaminati (ma mi sfugge un po’ il motivo per cui si potrebbe voler montare una cosa del genere nel mezzo di un bosco).
La cosa migliore è che ne ho parlato a Venezia con i ragazzi di Spiazzi e con Elena i quali si aspettano una descrizione un po’ più precisa di uno dei “motori” delle mie progettazioni urbane…
Et voilà!
Scopiazzando beceramente da almeno una dozzina di fonti internet diverse.
Vigliaccamente bypassando e “piratando” gli EM.
Subdolamente saccheggiando i bidoni dell’immondizia di ex-colleghi.
Il Bokashi!
Si. Ok. Capisco. Ha un nome giapponese e quindi sa immediatamente di vaccata… ma mica e colpa mia se è un sistema tradizionale giapponese (che poi… lo fanno da millenni in tutto il sud-est asiatico…).
Noemi apre la dispensa della cucina e bestemmia.
Le spiego che è roba mia. Che mi serve per un esperimento…
Noemi bestemmia e chiude la dispensa.
Dicevo…
Vi hanno sempre raccontato che il compost va areato, che i processi anaerobici non vanno bene, portano patogeni, marciumi maleodoranti ecc… ecc…
E vi hanno sempre detto che ci vuole spazio.
Ok.
Fate finta che nessuno vi abbia mai detto niente o, se abitate in appartamento, fregatevene.
Tra parentesi: se abitate in appartamento ma non avete un balcone o delle piante vi chiederete perché fare il compost. Semplice, perché sarebbe bello che la gente cominciasse ad assumersi la responsabilità della propria immondizia e non si limitasse ad abbandonarla nel sacchettino di materbie. Cosa farvene del compost? Regalatelo ad un amico, disperdetelo nel parco, concimateci l’ailanto che sta facendo saltare i tabelloni del marciapiede davanti a casa… quello che vi pare. Potete persino portarlo ai giardinetti per concimare qualche asfittica piantina urbana.
Tornando a bomba.
Il Bokashi dell’Orto di Carta.
Puntata n°1
dove il cialtrone sforacchia secchi.
Cos’è il Bokashi?
Fondamentalmente è un compost prodotto in assenza di ossigeno grazie al lactobacillus serum o, se volete spendere soldi, grazie ad un cocktail di lieviti e lactobacillus serum denominato “EM”.
La traduzione letterale dovrebbe essere “fermentato di scarti organici”.
Quali sono i vantaggi?
Non ha odore (non più di un barattolo di crauti se ci infilate il naso dentro) ed è fattibile in pochissimo spazio. Quindi adatto al compostaggio domestico in città.
Per realizzare la mia compostiera ho recuperato un paio di barattoli in plastica di quelli per le olive o, come in questo caso, per le macedonie da ristorazione collettiva. Sono da 15 litri e si recuperano facile dalle mense scolastiche o dai ristornati.

Di uno ho sforacchiato il fondo con il trapano.

Il buco nel secondo secchio (nella foto con tappo d’ordinanza) serve per raccogliere i liquidi di scolo senza dover aprire il coperchio ed evitando quindi di far entrare troppa aria nel composto.

Il liquido è inodore ed è la vera manna di tutto il processo: diluito 1: 20 è praticamente una soluzione nutritiva “attiva”, viva. In pratica: uno yogurt per piante, fermenti lattici per il suolo…
Puntata n°2
dove il cialtrone si autoproduce lactobacillus serum e poi pensa che in effetti poteva evitarselo.
Nel secchio del bokashi si può mettere qualsiasi scarto organico (carne e cibi cotti compresi a differenza del compost).
Il tutto funziona grazie al lactobacillus serum che, in situazione anaerobica, elabora la materia organica occupandola completamente ed impedendo lo svilupparsi di muffe e marciumi (vera causa di fastidiose puzze ed invasioni di noiosi moscerini).
Come procurarsi il lactobacillus serum?
Facile.
Se vi fate lo yogurt in casa sarà sufficiente scolarlo raccogliendo l’acqua in un contenitore. Quello è lui.
Ma io che sono un cialtrone e a queste cose penso sempre una settimana dopo ho seguito il procedimento lungo…
Fase 1
Prendere mezza tazza di riso e metterla in una terrina con 1 tazza di acqua.
Agitare molto bene e scolare l’acqua della sciacquatura di riso in un barattolo accertandosi che sia riempito solo per 1/3.
Coprire il barattolo senza chiuderlo (deve passare aria) e lasciarlo riposare lontano dalla luce e dal calore per 5-8 giorni.

Prego notare sullo sfondo una delle dozzine di cestinate di Achocha di quest’anno… uno dei raccolti migliori insieme all’alloctono Topinabur…
Fase 2
Dopo i 5-8 giorni l’acqua avrà un leggero odore acidulo.
Filtrate ogni residuo ed aggiungete 10 volte il suo volume di latte e rimettete tutto a riposare per altri 14 giorni.

Passati questi il latte si sarà separato. Filtrate la parte solida, il liquido che vi rimane è Lactobacillus Serum.

Et voilà! Non è più difficile del fare il pane o, appunto, lo yogurt…
…qualcuno usa anche il kombucha ma non saprei dire. L’ultima volta che ne vidi uno eravamo ancora in preda ad Adam Ant.
Puntata n°3
dove il cialtrone usa il suo secchiello bokashi.
Ok. Ho il secchio, ho il lactobacillus… e ora?
Bene… nel bokashi fighetto, quello acquistato via internet, quello in cui mi faccio spedire gli inoculi di EM in un bel substrato di crusca d’avena è tutto molto semplice e costoso…
Io, ho preferito seguire le istruzioni di altri cialtroni a cui mi sento più affine.
A questo punto si prendono dei gran bei fogli di giornale e gli si fa un bagno nel lactobacillus avendo l’accortezza di non strapparli o accartocciarli. (Io ho usato una bacinella bassa rettangolare).
Fatto questo, li si stende ad asciugare. In questo modo avremo sempre una scorta di inoculi ad alto contenuto di carbonio da aggiungere nel nostro secchiello.
Istruzioni per l’uso:
Prendere uno dei fogli di giornale inoculati e disporlo sul fondo del secchiello.
Mettere all’interno i rifiuti organici pressandoli molto bene fino ad ottenere uno spessore di circa 2-3 dita (pressateli molto bene in modo da far uscire tutta l’aria).
Coprire il tutto con un altro foglio di giornale inoculato.
Chiudere bene ermeticamente il coperchio.
Procedere così fino a completo riempimento del secchio.
A questo punto mettere il tutto da parte per 10 giorni circa.
Et voilà il bokashi è pronto!
ATTENZIONE
E’ estremamente importante che non entri troppa aria nel secchio quindi conviene riempirlo solo quando si è sicuri di avere sufficienti rifiuti. Alcuni li tengono in frigo fino a quando non ne hanno a sufficienza per evitare di aprire e chiudere in continuazione il coperchio
Conviene, inoltre farsi un paio di secchi in modo da averne sempre uno vuoto mentre l’altro “matura”
Il risultato non sembrerà affatto compost. Non avrà il classico aspetto da terriccio ed odore di sottobosco. Il bokashi sembra quello che è: immondizia “krautizzata”.
Ma è uno dei migliori modi per riciclare i rifiuti organici in ambiente urbano oltre che il modo più semplice per produrre grandi quantità di soluzioni nutrienti per le piante.
Prossima puntata:
le applicazioni del bokashi nell’idroponia semplificata… e che Fukuoka mi perdoni.
(Ok… viral non è un verbo benchè se ne discuta…)
Sto preparando zaino, sacco a pelo, semi e files da trasportare a zonzo.
Questo vuol dire che per qualche giorno non sarò raggiungibile via internet. Potevo perdere l’occasione di lanciare un’altro sasso e nascondere la mano? (questo gioco perverso ha già colpito equipaje e lemondora…)
Su Terranauta esce l’ennesima infilata di parole che dovrebbe aggiungere elementi al Post “Chi viene in spiaggia?“
O forse no?…
Saluti rizomatosi!
Come già detto, verso fine settimana mi sposto a Venezia e poi nei dintorni di Bologna… sto preparando del materiale per entrambe le occasioni.
Il meteo di oggi: temperatura 22°, umidità 16% (una rarità), velocità del vento 45,7 Km/h
Sto lavorando sodo.
Chi ha dei dubbi sull’eolico non ha mai giocato seriamente con gli aquiloni
ps.- per la cronaca… ad un certo punto mi si è spezzato un cavo da 75Kg… è un lavoraccio ma qualcuno lo deve pur fare
Senza farla tanto lunga… Andrea (via Equipaje) m’ha tirato in mezzo ad un meme.
Fortunatamente, tempo fa, mi feci spiegare in cosa consistesse.
Nella spiegazione si aggiungeva che: “non partecipare è da puzzoni snob, partecipare, da ultimo stadio dei social network“.
Quindi cerco di farla breve
Il giochino consiste nello scrivere 10 notizie inedite su di sè e nominare altri 10 che continuino il gioco…
Forzerò le regole…
1- Ho due sorelle
2- Ho una pupilla che non si restringe se colpita dalla luce a causa di un’incidente con una pallina da baseball
3- Ho una cicatrice sul dorso della mano sinistra provocata da una goccia di cera lacca perchè pacioccavo intorno a mio padre mentre sigillava i tappi delle bottiglie
4- So fare il miglior Long Island Ice Tea sulla piazza ma credo che sia una schifezza e preferisco il mint julep
5- Sto leggendo “Pigmeo” di Palahniuck (ogni pagina viene letta tre volte e, spesso, non capisco comunque nulla…)

6- Non sono un catastrofista… no, questa ci tenevo a metterla!
7- Mangio le merendine confezionate (non sempre… se capita…)
8- Spesso mi impallo a giocare a Plants Vs Zombies

9- Non solo sono bello ed affascinante ma anche molto modesto
10- Sto progettando un orto in cui “naturalizzare” un centinaio di piante andine…
La lista di quelli da tirare in mezzo… non abbiatemene: nessuno…
In compenso tutti quelli che passano di qui e vogliono partecipare lo possono fare nei commenti, se hanno un blog lo aggiungo qui sotto.
(Siamo tutti in attesa dei 10 punti di SB…)
Sono al telefono con Cristiano.
Lui sta sorseggiando una cioccolata calda in una breve pausa tra la Transizione e l’Esistenza.
Io sto badolando tra le api e l’orto.
Chiacchieriamo del più e del meno.
Il 15 notte dovrei partire per l’Est, così da raggiungere Michele nella Serenissima insieme a G. ed Enrico per partecipare ai workshop di Spiazzi. Da lì scenderemo verso Bologna per l’incontro annuale della Libera Scuola di Agricoltura Sinergica Emilia Hazelip. Ottima occasione per cercare di incrociarsi sul percorso con un sacco di altra gente.
Cristiano ha uno zoccolo Malthusiano che ben si sposa con il nichilismo da due soldi che mi porto a spasso. Entrambe le tendenze si esaltano e riverberano nelle chiacchiere da “bar” telefoniche.
Gli racconto di un’idea che sto cercando di realizzare a Torino.
Cristiano – “Si, ma ha ancora senso lavorare sulle città?”
Io – “…beh… si, almeno in parte…”
Cristiano – “Sui piccoli centri ma le metropoli?”
Io – “… non so. Ma magari. Prima che collassino…”
Cristiano – “Si, ma poi si dovrà trovare delle alternative”
L’Ubu roi che banchetta nel mio cervello mi fa comparire davanti questo:
Ok… lasciate perdere il film… fissatevi sull’immagine. No. Non pensate a Will Smith. L’immagine. Si, ok… il cane, gli zombi ecc… ecc… ma voi guardate l’immagine. Si il film non era un granché ma neanche il libro, posso assicurarvelo… concentratevi sull’immagine per favore… Bravi… Togliete i rottami delle macchine e lo zombo in campo medio…
E’ una città.
Non è molto diversa da quelle che abbiamo in torno. Solo, ci sono i fenicotteri (come a Cagliari) e più piante.
Si può fare!
Ok… ce anche meno gente ed è la scenografia di un film… ma io tendo a dare spago ad una forma di esistenzialismo demente.
Sartre – “Nulla a senso, tutto è futile”
Io – “Quindi andiamo in spiaggia?”
S. – “No… non hai capito… la vita è un’assurda corsa verso il nulla”
I. – “a chi arriva primo?!”
S. – “Mi stai facendo venire la nausea…”
Le mie chiacchierate con Sartre sono meno costruttive di quelle con Cristiano… almeno secondo Sartre.
Contestualmente sia Equipaje che Weissbach mi coinvolgono in discussioni da “poco conto”.
Equipaje sulla redditività economica dei sistemi agricoli “alternativi” e Weissbach sui tempi di acquisizione delle competenze per “il cambiamento” e per il ripristino dei suoli.
Dopo aver corrisposto con entrambi entrambi Sartre mi ha detto qualcosa a proposito di un messaggio di solidarietà che voleva mandargli. Ma non ho capito bene di cosa parlasse.
Città insostenibili.
Criteri economici e di mercato sulla produzione alimentare.
Ipotesi di “nuove competenze agrarie” e tempi di applicazione.
Non sarò mai in grado di connettere tutte le problematiche che nascono da questi tre fattori. Non so neanche se mi interessa farlo.
Sicuramente, più che risposte mi viene da farmi un miliardo e trecentosessantaquattro domande… una di queste è “andiamo in spiaggia?”…
Poi penso: tre anni fa ho mollato il lavoro, ho fatto un orto, ho costruito macchinari impensati con pezzi di scarto, ho letto una quantità di libri, di Zero ed Uno su uno schermo da averne la nausea…
(no, Sartre, non parlavo di te…)
…detto questo: non sto cambiando una virgola. Il tutto manca di “futile” azione…E le città sono sempre un bel campo da gioco visto che tutto finisce lì…
Proveremo a rimediare al più presto.
Sartre sta già preparando la paletta ed il secchiello ed ha caricato l’ombrellone in macchina.
Ps. – i citati perdoneranno l’abuso “contestuale” di comunicazioni “private”… spero…
Chiacchere al bancone