Archive for the 'Diario di Campagna' Category

10
mag
11

Una Notte al Museo 2

La prima puntata era stata un tale successo di domande e confronti sui vari si stemi di compostaggio urbano che non eravamo neanche riusciti a finire la presentazione delle slides, dove avevo raccolto una serie di suggestioni “tecniche” per la coltivazione e sul problema degli inquinanti nell’agricoltura urbana.
I malevoli hanno insinuato che parte del successo sia da attribuirsi proprio al fatto che io non abbia finito la presentazione… ma Noemi non era presente e quindi non fa testo… malevola!
In ogni caso

Giovedì 12 Maggio alle 17.30
al Museo di Scienze Naturali di Torino – via Giolitti 36 (To)

La Fattoria Urbana: Tecniche innovative ed economiche per coltivare ortaggi e fiori con materiali di recupero a cura di Nicola Savio, autore dell’orto di carta ed ortolano di ventura.

2° Puntata (la vendetta del rapanello)

Organizzato da Garden Club Floritalia, questo il programma completo delle serate.
L’ingresso è libero.
A presto.

07
mag
11

Ciò in cui credo (J.G. Ballard)

I commenti al post precedente, come tradizione di questo blog e, si spera, anche del prossimo, sono andati un po’ per la loro strada su argomenti che ben poco avevano a che fare con John Button e Marguerite Kahrl. (O forse molto… ma questo è il bello!)
Aggiungere un mio commento sarebbe stato limitante o, forse, mi sto godendo la lettura nel timore che la cosa possa sfumare se io intervenissi.
Ma, nella buona teoria dei controsensi… butto qualcosa sul piatto:

Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla.

Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon, e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo.

Credo nella luce emessa dai televisori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto.

Credo nella non esistenza del passato, nella morte del futuro, e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Fürerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporei della principessa Diana.

Credo nei prossimi cinque minuti.

Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi.

Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione.

Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.

Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.

Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione.

Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni.

Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.

Ciò in cui credo J.G. Ballard

22
apr
11

Changes

Quasi 7 anni dall’inizio.
Se mi mettevo di buzzo buono potevo prendere un paio di lauree brevi. Sicuramente avrei avuto delle semplici collinette rispetto alle montagne di carta attuali e meno esperimenti falliti.
E invece, chi guarda verso il campo, vede un tipo allampanato, impunemente abbigliato come un orfano dei Mother Love Bone che insegue disperatamente periodi di semina e traccia piste di ife fungine.
In realtà, per ora, non è così facile vedermi.
Ogni tanto, si cambia.
Fa parte della natura delle cose.
Le piante migrano, i panda cercano disperatamente di estinguersi.

Si cambia. Ed in questi casi, i miei genitori, mi hanno insegnato che si deve chiedere scusa a chi si è deluso e ringraziare le persone da cui si è ricevuto materialmente ed emotivamente molto.
Tra le scuse spiccano quelle che vanno ai ragazzi della Transizione in Umbria dove avrei dovuto essere in uno dei prossimi weekend e che, invece, ho ignobilmente paccato per mille motivi – buoni per me ma non, giustamente, per loro. Scusatemi, potete consolarvi con l’idea che un cialtrone non ha dovuto attraversare mezza Italia, avrei sicuramente consumato più di ciò che vi avrei potuto dare.
Ma detto così sembra un epitaffio.
Rifo.

Non ho mai avuto intenzione né di diventare un autarchico né di diventare un commesso viaggiatore della sostenibilità e della neo-ruralità, tanto meno di aprire l’ennesimo Bed&Breakfast della formazione alle pratiche sostenibili.
Quello che volevo fare da grande era vivere bene.
Vivere bene vuol dire, nella mia accezione, sganciarsi dal sistema consuma-crepa, non cascare nella logica da terziario anni ’80 del “siamo tutti fornitori di servizi” (pessima abitudine su tutti i versanti della barricata) ed evitare la tendenza “squatter” del “ho finito i soldi, costruisco bonghe per svoltare il mese”. Ma, negli ultimi anni, ho abbondantemente spizzicato qua e là da tutte le tendenze.
Ora, è meglio se inizio a fare ciò che può veramente determinare il mio (e di altri) vivere bene.
Produrre.
Dimostrare attraverso la pratica un teorema.
La produzione di energia (nel senso più ampio ed estremo del termine) è uno “stile” fattibile anche su un fazzoletto di un ettaro e senza spolpare troppi liquami di dinosauri morti.
E quindi, cedo il passo.
Iosononicola ma non sarò più l’OrtodiCarta.
Ma detto così sembra l’epitaffio del blog.
Rifo.

Quasi 7 anni dall’inizio.
Non siamo più soli.
Le cose cambiano e, se si vuole e si accetta il confronto con la nobile arte della burocrazia (sofisticata forma di ju-jitsu socio-politico), in meglio.
Ma questa volta c’è da lavorare.
(Io non so esattamente cosa voglia dire… ma non siamo più soli: me lo spiegheranno)
Primo: costruire casa (la dolce vichinga che ho sposato sta imparando l’infallibile mossa delle sette stelle di Okuto)
Secondo: proseguire nella pianificazione delle successioni nel campo ed impostarle
Terzo: dare corpo e struttura ad OrtodiCarta che, da luogo dei miei “sbraghi sbilenchi” diventa soggetto collettivo – Il blog resta perchè è il mio spazio privato ma OrtodiCarta diventa un progetto fisico (e magari inizierà a godere di una sua comunicazione spontanea… ma, fortunatamente per il lato “istituzionale”, non me ne sto occupando io)
Quarto: dimostrare che una Fattoria di Transizione è possibile anche senza organizzare corsi di uncinetto cromoterapico, sfruttare 10.000 volontari o aprire un Bed&Breakfast (o facendo tutte queste cose ma in maniera assolutamente collaterale, casuale e involontaria).
Se di sostenibilità si parla… non vale bluffare. Poi, fate quel che vi pare. Io ho i prossimi 40 anni per dimostrare un teorema.
Ma un teorema devo dimostralo nella pratica e documentarne lo svolgimento.
Poi, rimango uno gran cialtrone e una delle cose che amo di più fare è raccontare in giro quello che faccio e sperimento ma per un po’ non mi muoverò più (appuntamenti già fissati a parte e a meno di ottime ragioni – soggettive – per paccare)
Ma sapete dove trovarci: Qui o .
Come sempre.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

PS.- La prode ed abile compilatrice di codici sta febbrilmente lavorando sulla nuova finestra comunicativa… si accettano consigli e complimenti ;)

02
apr
11

…Svegliatevi bambine… (è primavera)

Di ritorno dalla due giorni di Lasagna Gardening nei dintorni di Verona.
Una scusa come un’altra per viralizzare cambiamenti.
Percorrere la A4 su un autocarro VW dell’82 può essere eterno, soprattutto in una notte piovosa di fine Marzo.
Matteo fa da copilota mentre scorriamo le immagini più vivide che ci trasciniamo verso Ovest:
Dormire nella casa di paglia di Riccardo e Nico.
La vista sulla valle con i suoi boschi di castagni e noci.
Le frequenti digressioni “fuori tema” sulla microbiologia del suolo, la gestione naturale delle acque, il forest gardening, l’agricoltura urbana…
La festa della semina “selvaggia” che si è innescata alla fine della realizzazione dell’orto.
I bambini.

E’ tardi. Il Carro è monolitico nel suo incedere e il tamburellare della pioggia sulla capote stordirebbe anche un bisonte in benzedrina.
Non è un buon periodo per andare in giro a chiacchierare e a fare corsi, con la casa da costruire e le coltivazioni da impiantare, ma alla fine… siamo ancora nella fase “attesa” e può essere sempre una possibilità per innescare cambiamenti. Visti i tempi…

Intanto i lavori “personali” proseguo nel classico clima primaverile composto da frazioni di sole miste a piogge più o meno torrenziali. L’acqua, combinata con una temperatura media di 12°-15° è il tempo migliore per la prossima esplosione vegetale. Mortale per me che mi faccio nuovamente ospitare, a giorni alterni, dalla biblioteca di Ivrea…

In realtà, se non fosse che non amo trovarmi inzuppato, potrei tranquillamente lavorare nell’orto. L’ho già fatto durante l’inverno.
In effetti, per quest’orto, ho applicato una delle mie massime preferite: “le cose si fanno secondo le regole, a meno che non si possa fare diversamente”.

E quindi, eccolo qui il nuovo orto, simile nel concetto di base a quello realizzato a Badia Calavena.
Un mix di lasagna gardening, hugelkultur, biointensivo, agricoltura sinergica e chi più ne ha più ne metta. Giusto per essere scomunicato da qualsiasi “Scuola” agricola si aggiri nel panorama mondiale…
Già ero un permacultore “abusivo”, ora sarò anche un sinergico “abusivo”.
Etichette… ci si stanca in fretta… e le mie idee sulla differenza tra tecnica, progettazione ed ideologia le ho già espresse.

Ci sono due occasioni in cui non applicherei alla lettera l’agricoltura sinergica ma darei spazio a “Variazioni sul Tema”
Il primo è quando la terra è ridotta veramente troppo male ed io non ho il tempo per ricondurre il tutto ad una situazione ideale (si dovrà pur mangiare durante il cantiere).
Il secondo è quando la terra è talmente sana e brulicante di vita che qualsiasi cosa altra dallo sdraiarmi per terra a fare un po’ di cloudspotting, sarebbe una bestemmia.
San Culino, il protettore degli indolenti, ha fatto sì che io ricadessi nella seconda categoria.
L’orto è quindi così composto:

Leggero passaggio per smuovere lo strato di erba del prato.
Spesso strato di cartoni per fermare le spontanee più aggressive e fornire un substrato per lombrichi e funghi
Tronchi di pioppo*
Cippato (dei rami piccoli del pioppo)
Letame di cavallo stagionato (poco… letame. Non la stagionatura…)**
Carbone***

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La griglia che si può vedere nelle foto è un esperimento che sto facendo quindi, per ora, non fateci caso. Ne tratteremo approfonditamente più avanti o a giugno quando torneremo da Riccardo.
Le dimensioni sono leggermente più grandi del normale 1,70 m per 6 m ma credo che i prossimi saranno larghi 1,50… oppure 1,80… non so… devo ancora decidere…
Quello che so è che adesso devo selezionare i ceppi di microorganismi dalla zona circostante per inoculare le pagnotte.

Ma questa è un’altra storia che coinvolgerà del riso, del malto, qualche asse di legno, l’occhio disgustato di Noemi e la speranza dei marmocchi di riuscire a vedere “mostri mucillagginosi”.

In ogni caso, come al solito, non mi sono inventato nulla.
Mi sono limitato a scopiazzare di qui e di là, a mischiare tutto e a trarne la mia personale interpretazione con ciò che trovavo a portata di mano.
Un ringraziamento va al nostro uomo in terra di Francia (Medo) e “Au Petit Colibrì”
Qui e Qui un paio di schemi illustrativi del principio da cui sono partito.
Sono in francese… così Renato non potrà più dire che sono troppo anglofono per i suoi gusti ;)

*Il fatto è che sulla sinistra della casa c’era quest’enorme pioppo di 35 anni. Una sorta di Moby Dick vegetale. Ora, voi immaginate cosa può essere un pioppo che, durante uno dei numerosi temporali estivi e non che battono il piccolo anfiteatro morenico, pompa linfa a 16 metri di altezza mettendo praticamente in comunicazione la falda sottostante con l’elettricità statica nell’aria… il numero di cicatrici da fulmine era lo stesso del succitato leviatano.
S’è optato per l’abbattimento e il riciclo in loco… per chi avesse letto il capolavoro di Melville, la lavorazione è stata molto simile a quella subita dalle balene subito dopo la cattura nel libro… un gran casino di cui non si butta via nulla, circondati non dagli squali ma da migliaia di insetti e funghi pronti a banchettare… e, in effetti, stanno banchettando… mors sua, vita loro…

**Si, lo so, non si dovrebbe fare. Ma avevamo bisogno di parecchia materia organica sia azotata che a base di carbonio ed il panettiere c’ha sto cavallone infernale a due passi dal campo che ancora un po’ se lo porta a dormire a casa… e poi, devo pur decomporli i tronchi.
Mettiamola così: è come fare il pane. Il principio è quello di creare un impasto ricco ed utilizzare il terreno sottostante come lievito… un po’ come quando si aggiunge una cucchiaiata di malto per rinfrescare la pasta madre nella panificazione. Ci vorranno anche ‘sto miliardo di anni prima che tutto si riallinei e ribilanci in maniera perfetta e sana, ma io non ho fretta.

***Per l’esattezza il famoso e famigerato biochar, fatto in una fornace non particolarmente efficiente ma abbastanza ruspante da poter essere abbandonata in un campo senza che nessuno passi e se la porti via. Il carbone non è stato trattato (nessun compostaggio, nessun bagno in compost tea…) come si sarebbe dovuto fare. Infatti, il carbone non trattato, agisce come una spugna sottraendo acqua e nutrienti al terreno ma, in questo caso, si voleva ottenere proprio quel risultato: assorbire l’umidità ed i composti chimici in eccesso diventando nicchia ambientale a lungo termine per funghi, batteri e compagnia bella e scorta per i tempi duri stabilizzando la situazione e devitando percolazioni e dilavamenti vari… Il carbone è stato fatto sempre con il suddetto pioppo che era – è tutt’ora – bello grosso… il ceppo sta diventando la più grossa coltivazione di funghi che abbia mai realizzato. Attualmente ospita 200 spine in legno inoculate.

No, non è per vendicarmi di quelli che mi sono caduti in testa.

Avessi voluto vendicarmi l’avrei venduto per farne carta per la prima pagina de “Il Giornale”…

11
feb
11

Disastri (in città ed in campagna)

Come dicevo qui avevo tradotto un’articolo di Toby Hemenway, a mio parere, parecchio interessante. Purtoppo, un’attenta autopsia del vecchio portatile ha mostrato come l’hard disc si fosse fuso, neanche fosse stato toma da raclette… Quindi, in tempo record, l’ho ritradotto.
Mentre lo leggete cercate di camminare leggeri sulla prima parte e più pesanti sulla seconda.
Lo pubblico sia come post che come documento scaricabile su scribd… scegliete la forma che preferite.

Urban vs. Rural Sustainability

di Toby Hemenway
Pubblicato su Permaculture Activist 25.12.2004

Più di dieci anni fa io e mia moglie ci trasferimmo in campagna. Una delle molte ragioni che ci spinsero a lasciare la città era il poter finalmente perseguire il sogno di una autosufficienza: creare una fondo progettato in permacultura che limitasse il nostro consumo di risorse e che ci permettesse di approfittare maggiormente dell’abbondanza della natura. Nascosta nel profondo dei miei pensieri cera la sottile sensazione che, prima o poi, il party dell’iperconsumo sarebbe finito – il petrolio si sarebbe esaurito e le cose sarebbero potute degenerare. Volevo riuscire a collocarci dove avremmo potuto essere meno dipendenti dai combustibili fossili quando il cordone ombelicale del petrolio si sarebbe rotto.

Abbiamo fatto un sacco di strada verso la realizzazione di quel sogno. La rossa argilla di quella che era una radura artificiale divenne terriccio color del cioccolato anche se notai come, nonostante i nostri alberi crescessero e maturassero, io avessi bisogno di importare cippato dalla centrale elettrica o letame dalla stalla a due miglia di distanza. Dal giardino proveniva un flusso continuo di frutta e verdura ma, confesso, facevo finta di ignorare la quantità di acqua che dovevamo estrarre dal pozzo quando la riserva di acqua piovana si esauriva nei quattro mesi di stagione secca dell’Oregon Meridionale.

Ci inserimmo nella comunità locale: Master Gardeners, un gruppo ambientalista, incontri cittadini. Nonostante l’iniziale impegno nella vita locale mi trovai a preferire il viaggio di 1 ora che mi divideva dall’andare a trovare un gruppo di amici progressisti ad Eugene piuttosto che scontrarmi con la mentalità pro-abbatimento alberi che permeava la nostra zona. Negli anni perdemmo i pochi amici locali che avevamo come conseguenza al legame con i gruppi di Eugene e al fatto che l’economia locale mi costringeva ad allontanarmi di casa per settimane intere per insegnare o per la realizzazione di progetti. Eravamo in ottimi rapporti con tutti in ostri vicini ma, in realtà, non avevamo grandi basi comuni di condivisione. Le feste locali iniziavano con birra annacquata e, spesso, terminavano con risse tra ubriachi, entrambe cose che non ci andavano troppo a genio.

Lentamente mi feci cogliere da una sottile paranoia. Iniziai a chiedermi se, nel momento in cui si fosse avvenuto Il Big Crash, noi fossimo realmente nel posto giusto. Avevamo l’orto-giardino migliore per miglia e miglia, lo sapevano tutti. Se il sistema fosse collassato non c’era forse la possibilità che il mio vicino, un spacciatore di metanfetamine ex-galeotto collezionista di armi, mi sparasse per tutto quel cibo? E che dire del fondamentalista destrorso che vive dopo di lui che spara alle ghiandaie per divertimento e che abbatté tutti gli alberi della sua proprietà quando scoprì che forse ci abitava una civetta? O le due famiglie feudali un po’ oltre – uno di loro sparò un colpo di pistola durante una discussione e nessuno di loro ha mai ceduto il passo all’altro quando le auto si sono incontrate sulla strada. Iniziai a percepire i confini di un modello personale che si replicava nella società collettiva. Abbiamo i mezzi tecnici per sfamarci, per vestirci e per dare un tetto a tutti. Ma legioni intere patiscono la fame perché non abbiamo imparato a tollerarci ed aiutarci l’un l’altro. I problemi reali delle persone non sono tecnici ma sociali e politici. A Douglas County avevo risolto molti dei problemi tecnici per garantire la nostra sopravvivenza ma i limiti sociali alla vera sicurezza erano li di fronte a noi.

Il nostro isolamento significava, inoltre, un’enorme consumo di combustibili. Un semplice viaggio fino alla drogheria comportava un giro di 40 minuti. Fortunatamente potevamo lavorare entrambi a casa e non abbiamo figli cosa che ci permetteva di lasciare la macchina ferma per giorni. Ma il contachilometri stava raggiungendo cifre mai viste in città. Un paio di famiglie avevano lasciato le loro casa in zona perché non ce la facevano più a fare dai due ai quattro viaggi tutti i giorni lungo la strada sterrata piena di buche per andare a lavorare, a scuola, ai corsi di calcio, alle lezioni di musica o a fare shopping.

Ci siamo goduti gli oltre dieci anni in campagna ma, probabilmente, gli indizi di una realtà differente iniziavano ad accumularsi. Non c’era mercato locale per il nostro lavoro. Gli eventi locali ci lasciavano sempre un po delusi per l’abisso di differenza tra il nostro stile di vita e quello degli altri. Ed eravamo ancora incatenati al mostro dei combustibili fossili, la catena di cavi, tubature ed asfalto era molto più lunga. Il fatto che il mostro sembrasse più piccolo visto da lontano non ci ingannava più.

C’era comunque un aspetto positivo. Avevamo raggiunto lo scopo che c’eravamo posti: dare un senso alle nostre vite, fare il lavoro che amavamo, e crescere come persone. I presagi erano chiari. Era ora di tornare dove c’erano le persone, tornare al centro delle cose un’altra volta.

Ci trasferimmo a Portland, nel centro città. Ci piace moltissimo. Il primo segnale positivo fu la mercedes bio-diesel con un adesivo di Kucinich dal lato opposto della strada. E’ una gioia essere a pochi passi dalla libreria, da un buon caffè e da Ben e Jerry’s.

Nei primi giorni in città stavo fermo nel porticato sul retro a guardare il nostro giardino, sognando di progetti in permacultura. Il solo albero presente era uno spennato pruno. Oltre a quello solo una spianata dominata da un patio in mattoni, un prato ed il sentiero battuto di un cane. Ed è anche un giardino piccolo. Mi chiedevo come fare ad inserirci tutti gli alberi dei miei frutti preferiti in quel micro spazio.

La risposta arrivo poco dopo. Il pruno si spingeva oltre la palizzata che dividiamo con il nostro vicino Johnny il quale abita lì da 55 anni. Un giorno, io e Johnny, dai lati opposti della palizzata, stavamo raccogliendo una piccola parte dell’enorme carico di prugne che piegavano i rami dell’albero, lui mi chiese “ti piacciono i fichi?”. Risposi di si e, a breve, un secchio pieno di fichi neri saltò dalla nostra parte del giardino.

Continuavamo a restituire il secchio ma, in un modo o nell’altro, lui continuava a tornare quasi immediatamente indietro pieno di altri fichi. “Non eravate qua per il raccolto delle albicocche” ci disse Johnny “Ma il prossimo hanno ne farete il pieno”.

Man mano che le cassette di prugne si accumulavano in giardino, provai a scaricarne un po’ su Theressa, dall’altra parte della strada. “Oh, no” ci disse “Ho il mio albero. Ma quando le granny smith’s saranno pronte sarà meglio che veniate a darmi una mano. Ed il prossimo anno verrete invasi dalle pesche”

Quando ho incontrato il mio vicino Will mi ha pregato di prendere qualcuna delle pere che stavano per marcire nel suo giardino. Il castagno in cima alla strada sta fruttificando abbondantemente anche se la comunità asiatica si sveglia sempre molto presto per raccoglierne i frutti, molto prima che io mi svegli. Ho assaggiato un paio delle noci che crescono qua in zona e non sono male. Ieri, inoltre, ho scoperto un corbezzolo carico di frutti.

Questo ricollocamento informale delle risorse locali ha modificato il mio approccio alla progettazione del paesaggio. Non ho bisogno di coltivare tutti i miei alberi preferiti ma solo quelli che non sono presenti nei giardini dei miei vicini (sto pensando ad una qualità particolare di pere, kaki ed alcune mele da conserva e premature). I giardini dei miei vicini sono le mie zone 2 e 3 [nde: è uso comune nelle progettazioni in permacultura dividere la proprietà in zone numerate da 1 a 5 in base alla prossimità con la casa ed ai livelli richiesti per la loro manutenzione]. Paul, Stacey e Troy, nell’isolato dopo il nostro, hanno convinto il proprietario di un lotto vacante a prestarlo ad otto famiglie per creare un community garden. Un servizio di potatura locale scaricherà, a breve, il cippato per la pacciamatura a strati ed il prossimo anno saremo sommersi dal cibo.

La Grande Impronta Rurale

Ho sempre dato per assunto che le città fossero il posto peggiore dove stare in periodi difficili. Sto rivedendo le mie posizioni. Va da sé che Portland è un posto speciale. (Shhhh! Non ditelo a nessuno) Ma non posso fare a meno di paragonare il mio nuovo vicinato a quello vecchio. La eravamo dodici famiglie su una strada di più di tre chilometri con viali d’accesso lunghi centinaia di metri tutti serviti da lunghi cavi del telefono ed elettrici, ognuno con la propria fossa settica ed il proprio pozzo, tutti collegati su tragitti lunghissimi. Con posizioni politiche e sociali così divergenti che le faide, i pettegolezzi e le chiacchiere vacue su argomenti “neutrali” erano all’ordine del giorno.

In città, lo stesso nucleo di dodici famiglie, utilizza il 10% delle strade, dei cavi e delle tubature richieste dal mio vecchio vicinato. Molti vanno a lavorare con i mezzi pubblici o in bicicletta o, al peggio, guidano per tratti che non superano kilometraggi a cifra singola. Le nostre posizioni sociali e politiche sono sufficientemente vicine da rendermi abbastanza sicuro che, se le cose dovessero andare per il peggio, potremmo cavarcela aiutandoci mutualmente.

Questo non è lo spazio per approfondire la questione se le città siano più sostenibili dell’attuale vita rurale americana ma, ogni volta che mi confronto con questo problema, gli indizi indicano come, probabilmente, l’impronta ecologica pro capite dei cittadini sia inferiore.

Nelle ultime due decadi milioni di persone hanno abbandonato le città. Molti di queste sono persone dalle possibilità limitate, trasferitesi a causa degli alti costi della vita cittadina. Sfortunatamente hanno portato con loro lo stile della città. I nostri vicini in campagna, nessuno escluso, avevano tagliato tutti gli alberi per sostituirli con prati. Molti hanno costruito case enormi grazie alle normative più permissive. Molti hanno messo abbaglianti impianti di illuminazione in giardino. Hanno comprato case, ATV, RV ed altri giocattoli succhia benzina. A differenza dei primi insediamenti rurali autosufficienti queste sono solo persone di città con enormi giardini. E ce ne sono a milioni.

I sociologi Jane Jacobs e Lewis Mumford hanno entrambi notato come, durante la Depressione ed in altri momenti di crisi, gli abitanti delle città se la sono cavata meglio di quelli nelle campagne. Le cause risiedono principalmente nelle forze che agiscono sul mercato e nella fisica di base. Poiché la stragrande maggioranza delle persone vivono nei centri urbani od in prossimità di questi nei periodi di scarsità la maggiore domanda, densità e potere economico delle città condiziona la direzione delle risorse verso quest’ultime. I grandi centri di distribuzione sono principalmente in aree urbane in modo da svuotare i camion prima che escano dai confini cittadini.

Durante la Depressione i contadini ebbero inizialmente il vantaggio dell’essere in grado di auto prodursi il cibo. Ma esaurirono velocemente le altre risorse: il carbone per far funzionare le forge con cui riparare i mezzi, i fertilizzanti, le medicine, i vestiti e quasi qualsiasi altro bene non alimentare. Senza di questi non erano in grado di produrre cibo. I contadini che riuscirono ad aprire linee di mercato con le città sopravvissero. Quelli troppo lontani o troppo ostinati furono spazzati via con la terra del Kansas.

Competenze di Sopravvivenza

La situazione attuale degli agricoltori è peggiorata. Pochi producono il proprio cibo. L’agribusiness li ha resi quasi totalmente dipendenti dal comparto chimico e da altri input esterni. La maggior carenza della città rispetto alla campagna è la sua capacità di produrre cibo, ma la campagna manca di qualsiasi altra cosa – e molti prodotti arrivano proprio dalla città. Lasciando da parte per un momento l’aspetto, seppur fondamentale, della coesione sociale e politica, la necessità prima per le città, nel caso di una crisi legata al Peak-oil, è di imparare a produrre cibo. Per chi vive in campagna ci sarà bisogno di produrre qualsiasi altro bene essenziale ma, visto che molte persone sono solo cittadini trapiantati senza competenze di agricoltura o quant’altro, dotati dell’isolamento classico che rende inutile (per ora) apprendere il concetto di coesione sociale, la loro sopravvivenza è messa ancora più in dubbio. Se dovesse capitare una catastrofe la città potranno essere luoghi difficili ma temo che le campagne potrebbero essere anche peggio.

Uno dei principi della permacultura è quello di progettare per il disastro. Mentre teneva una lezione sull’incendio che distrusse la sua casa presso la Lama Foundation, all’architetto Ben Haggard venne chiesto quale fosse stata la lezione che ne aveva appreso. “Pianificare per il disastro” rispose. “Quale che sia la catastrofe che ipoteticamente potrebbe colpire il vostro sito, fate conto che sia reale. Aperchè prima o poi lo sarà.”

Un’altra tecnica che si presenta nelle buone progettazioni ed è un’efficace sistema di gestione dei disastri è quello di collegarsi alle forze distruttive con meccanismi ed attitudini che possano trasformare queste energie distruttive in energie produttive o, al peggio, in forze innocue. Quando questi meccanismi di trasformazione sono assenti anche eventi apparentemente innocui posso avere conseguenze negative. Una leggera pioggerellina che cada su un suolo lasciato scoperto dilaverà il terreno fertile giù per i rigagnoli. Se il terreno fosse stato coperto da vegetazione la forza erosiva della pioggia sarebbe diventata una forza vitale la cui energia viene smorzata ed accolta dalle piante. Invece di scorrere via, l’acqua viene trattenuta dalle piante, immagazzinata per un lungo periodo per loro stesse e per gli esseri che vivono grazie od in mezzo a loro. Questo è uno dei segreti della natura: sapere come creare strutture e sistemi che trasformino venti gelati in brezze rinfrescanti, cambiare il sole cocente in zuccheri e tessuti viventi.

Ciò che la natura non fa, ma che gli uomini invece fanno spesso, è trattare enormi energie come nemici da essere sconfitti e distrutti. Quest’estate, mentre gli uragani flagellavano ripetutamente i Caraibi, proposte ridicole apparivano nelle colonne delle “lettere al direttore” dei quotidiani: costruiamo enormi ventilatori sulle coste della Florida per soffiare via le tempeste. Versiamo olio sulla superficie dell’oceano per rallentare le onde. E (inevitabilmente) perché non sparare un paio di atomiche nei perfidi uragani? (Sia che si tratti di rimpiazzare il canale di Panama o liberarsi di Saddam, pare che qualcuno debba sempre promuovere l’opzione “bomba atomica”)

Comprensione dei Settori

Lo strumento concettuale offerto dalla permacultura in questi casi è analizzare le grandi forze come energie settoriali: influenze esterne al sito, fuori dal controllo del progettista. Noi ci confrontiamo con le energie settoriali progettando sistemi o collocando elementi che deflettano, assorbano o raccolgano queste forze, o gli permettano di transitare indisturbate. Questo è il sistema utilizzato dalla natura e come viene fatto, come al solito, ci può insegnare importanti lezioni.

Quando un’ecosistema matura , la sua biomassa e complessità aumentano. L’ecologista Ramon Margalef nel suo importantissimo scritto del 1963 “Di alcuni Principi Unificanti in Ecologia” (American Naturalist 97:357-374), suggerisce di pensare alla biomassa come a “una preservatrice dell’organizzazione, qualcosa di proporzionale all’influenza dei futuri fattori a cui può essere assoggettato un attuale eco-sistema”. In altre parole possiamo pensare alla biomassa, alla complessità e agli altri indicatori di maturità non solo come a metri di analisi della resilienza di un sistema ma coma ad una forma di consapevolezza. Questo perché mentre un’ecosistema matura, le natura e quantità delle conseguenze di stravolgimenti ambientali come tempeste o siccità dipendono più dalla ricchezza dell’ecosistema in oggetto che dalla natura dello stravolgimento stesso. La siccità che può far seccare un prato non intacca minimamente una vecchia foresta – la foresta ha imparato a gestire la siccità. Ha sviluppato una struttura, dei cicli e dei modelli in grado di convertire quasi tutte le influenze esterne in ulteriore foresta e di proteggere i cicli chiave nei periodi più difficili. La foresta è diventata saggia.

La Natura utilizza due strumenti principali per ottenere questa protezione contro le catastrofi. La prima è la diversità nello spazio – in dimensione, forma, modelli fisici e composizione. Se tutti i pezzi di un sistema sono sulla stessa dimensione di scala fisica – stesse dimensioni o stessa mappa genetica per fare un paio di esempi – una perturbazione che avvenga su quel piano di scala sarà in grado di spazzare via l’intero sistema. La diversità in scala genera protezione. Quando un uragano colpisce un campeggio i camper vengono spazzati via ma i batteri, i topi e gli elementi di diversa dimensione sfuggono alla distruzione. Un invasione di gatti, d’altro canto, colpirà sulla scala dei topi lasciando camper e batteri illesi. Gli ecosistemi maturi dispongono di una tale diversità che qualsiasi catastrofe potrà spazzare gli elementi che vivono a quella particolare scala ma non distruggerà quasi mai l’intero sistema.

Il secondo strumento di protezione di un ecosistema maturo è la diversità nel tempo – nella frequenza, nel rateo e nella tempistica. Gli arbusti del sottobosco tendono a mettere le foglie primaverili in anticipo rispetto agli alberi ad alto fusto, questo permette agli arbusti di produrre un’abbondanza di foglie. Quando gli alberi si saranno coperti di foglie gli arbusti avranno già sviluppato una superficie fotosintetica sufficiente per accumulare energia anche nella penombra del sottobosco. Un altro esempio classico di diversità nel tempo è il ciclo di schiusa delle uova di locusta. Programmate per dischiudersi ad un intervallo di anni che siano numeri primo come 13 o 17 frustrano predatori il cui ciclo di riproduzione richieda una maggiore predicibilità dei flussi di approvvigionamento alimentare.

I progettisti in permacultura utilizzano approcci simili per confrontarsi con i disastri. Invece di utilizzare sbarramenti in cemento o altre tattiche da forza bruta per affrontare le inondazioni, noi creiamo palizzate che possano piegarsi, come le canne, con l’avanzare dell’acqua e che possano essere facilmente rimesse al loro posto quando questa sia defluita. Invece di tagliare enormi strisce di terra battuta sul fianco della collina la Lama Foundation a collocato strade, swales e coltivazioni in un sistema tagliafuoco multifunzionale. Quando gli effetti dei monsoni arrivano a Tucson invece di stare a guardare i torrenti di acqua che si infilano negli scarichi dei tombini, Brad Lancaster raccoglie l’acqua con un intelligente sistema di canali che conducona a bacini pacciamati dove coltiva alberi da frutta. Tutti questo esempi sono spiegati nel dettaglio in Permaculture Activist #54 (Novembre, 2004).

Osservando la consapevolezza della natura, i permacultori ne seguono gli insegnamenti ed utilizzano i modelli, le successioni, i confini e le cicliche opportunità di conversione di grandi impulsi energetici in fluidi generatori di strutture, raccolto e flusso di nutrienti. La progettazione in permacultura investiga la natura di alcuni di questi “grandi impulsi” per mostrare come possano insegnarci ad usare la loro energia, con uno stile simile all’aikido, per trarne beneficio per noi e l’ecosistema in generale.

Questo Articolo è apparso originariamente con il titolo “Progettare oltre il disastro”, un’editoriale per la rivista Permaculture Activist #54, Novembre 2004
Toby Hemenway è un formatore in permacultura ed autore. Il suo ultimo libro è “Gaias’s Garden: A Guide to Home-Scale Permaculture”.

07
feb
11

Outing

PREFAZIONE:
Il portatile è ancora in coma farmacologico ed attente operazioni di chirurgia cibernetica stanno cercando di estrarre più dati possibili dal suo cervelletto di 0 e 1.
Fortunatamente esistono gli amici con i “muletti” nascosti negli armadi e disposti a prestarli a tempo indeterminato.
Questa prefazione è per ringraziare Marilena.
Voi, invece, saprete con chi lamentarvi per questo interminabile e scompostissimo post privo di qualsiasi immagine… con me :)
Che si vada a cominciare!

OUTING
(attenti alle note a piè di pagina… potete anche leggerlo off-line. In fondo dovrebbe anche esserci l’iconcina per stamparselo ma se lo salvate come file non avrò un ramo di pioppo sulla coscienza)

Dopo 6 anni di sottili sotterfugi.
Di bassi espedienti e di mal celate propensioni, lo ammetto.
Mi auto impongo un’etichetta.
Mi schiero.
Sono un permacultore.
Non insegno Permacultura ma la pratico.*

Perché? Perché la permacultura è uno strumento di progettazione, è “un sistema per combinare concetti, materiali e strategie in modelli che operino a beneficio della vita in tutte le sue forme” (Bill Mollison, A Designer’s Manual, Tagari pub. 1988)
Non una fede.
Non una politica.
Ma un sistema progettuale che attinge ad un bagaglio infinito di tecniche. Una forma di architettura i cui modelli risiedono negli ambienti naturali.

Leggere Fukuoka e trovarsi a dare la caccia ad enormi quantitativi di trifoglio bianco o ad una fantomatica argilla rossa in polvere sperando di averne un feedback (resa) è fede non tecnica.
Spesso mi trovo ad insegnare in corsi residenziali di 5 giorni i principi e le tecniche dell’agricoltura sinergica di Emilia Hazelip perché il sistema che ho sperimentato ed approfondito maggiormente e che, nella mia esperienza personale, può essere uno strumento fondamentale per avviare processi di autoapprendimento e di analisi consapevole.
Ma è una tecnica, non è una fede.
Emilia era una persona eccezionale ma il culto della persona e delle sue idee è una cosa, la tecnica di progettazione o gestione delle coltivazioni, un’altra.
Ci sono situazioni in cui probabilmente utilizzerei altre tecniche per ottenere il duplice risultato di avere una resa che contemporaneamente soddisfi i miei bisogni e quelli di un ambiente naturale da supportare e con cui integrarsi. Bisogni che andranno ovviamente mediati e bilanciati con quelli del contesto.
Questo ci riporta al concetto di “beneficio della vita in tutte le sue forme”. Noi compresi. La biodiversità naturale e le sue (nostre) risorse…

Quindi. Io sono un permacultore.
E’ in quest’ottica che stiamo progettando la nostra vita ed il terreno in cui ci andremo ad insediare.

Di tanto in tanto, tra i commenti di questo delirante contenitore di parole se ne incastrano alcuni che richiederebbero enciclopedie intere per poterli approfondire in maniera adeguata. [Qui Davide, Qui Elena
In entrambi i casi, su scale diverse, viene sollevata la problematicità di un certo tipo di sviluppo e di pratica in un contesto “tradizionale”. Tradotto: “Si, si, bello… ma come ci campi? Ci stiamo a provare tutti…”
Non esistono risposte standard.
Esistono i progetti e come questi vengono elaborati.

Uno dei focus principali della progettazione è la “resa” (yeld) della progettazione stessa.
In un piano di fattibilità da economista standard la “resa” sarebbe un dato meramente numerico basato su un “core business” o su un prodotto specifico. In un piano di fattibilità in permacultura la “resa” assume un significato infinitamente più ampio e più di difficile definizione (molte di queste rese non è possibile analizzarle se non con strumenti di analisi estremamente sofisticati). Se fossi sicuro di non essere mal interpretato direi che la resa è di “qualità olistica”. Ci saranno delle rese per me, delle rese per l’ambiente naturale e per sostenere la comunità – in tutti questi giri di “rese” aiuta molto crearsi delle mappe mentali simili a quelle di Odum sostituendo “rese” a “energia”.
Se non riesco a coprire tutto questo bagaglio di bisogni il sistema non sta in piedi. La coperta, se si sbaglia la progettazione, risulta immediatamente troppo corta.

L’agricoltura “tradizionale” tende a concentrarsi sulla resa economica – dato drogato dagli input degli “incentivi” all’agricoltura – a spese dell’ambiente e del contesto sociale (vedi uova alla diossina e varie forme monopolistiche).
L’agricoltura “alternativa” tende a concentrarsi sulla resa del contesto sociale (siamo tutti convinti di salvare il mondo) e, a volte, onestamente, a quella dell’ambiente. Per sostenere la resa economica rimane solo da appoggiarsi a sovrastrutture organizzative accessorie che appesantiscono la progettazione, spesso la deviano, più facilmente ne drenano le energie inficiandone ulteriormente le rese. Anche quelle che coinvolgono il contesto sociale.

Ci sono dei parametri di scala che vanno valutati in fase di progettazione, il rischio è “l’insostenibile sostenibilità” di una tecnica che diventa fede, politica, ideologia o, nei casi peggiori, green-business. Escluso l’ultimo, tutti questi elementi positivi sono, a mio parere, scontati in una progettazione in permacultura. Talmente scontati da essere trattati in maniera oggettiva e tecnica. Come un tavolo.
Il tavolo c’è, conosco le sue funzioni, i suoi impieghi, i suoi limiti, com’è fatto. Non ho bisogno di gravitarci intorno tutto il tempo o di dedicargli chissà quali attenzioni. So che ci mangerò sopra, non ho bisogno di osannarlo o decantarne universalmente le qualità ogni volta che ci appoggio su un piatto. E’ un tavolo, sono fortunato ad averlo.
Questo dovrebbe valere per qualsiasi “credo”.

Toby Hemenwey (formatore e progettista in permacultura autore di “Gaia’s Garden” – il libro che avreste voluto leggere al posto di “Introduzione alla Permacultura”. Cosa che avrebbe evitato a centinaia di persone di dare la caccia al Tagasaste o di ipotizzare lo sfondamento del soffitto dell’inquilino del piano di sotto per creare una doccia-serra dal design giapponese per il recupero dell’acqua) ha scritto un’interessante articolo sulla sostenibilità urbana opposta alla sostenibilità rurale e sulla forza e duttilità delle tecniche di progettazione in permacultura.
L’ho anche tradotto (colpa di Cristiano) ma è rimasto intrappolato nel mio portatile attualmente in coma farmacologico.**

Esistono centinaia di realtà “alternative”, progettate secondo parametri non convenzionali, in Italia. Un universo frammentato, multicolore. Si pensi a realtà storiche come Bagnaia, Urupia, Ontignano, Alcatraz, Cascina Santa Brea, il Bianconiglio, Zebra Farm, il Grembo, a singoli come Fabio Pinzi o a situazioni più “informali” come gli Elfi. Ci sono, esistono.
Funzionano? Si, no, chissenefrega. Io sono contento che esistano.
Credo che chiunque sia entrato in contatto con queste realtà se ne sia fatto un’idea personale ma non è questo lo spazio per analizzare la questione.

Quello che io trovo fondamentale per la sostenibilità di un’impresa sostenibile (scusate il bisticcio) sia il rifarsi ai patterns, ai modelli sia naturali – per ciò che riguarda gli aspetti ecologici e culturali – sia a quelli sociali ed economici. Le realtà sopracitate determinano dei modelli di riferimento analizzabili. Nessuno di noi inventerà mai più l’acqua calda…

Quando il problema è di carattere gestionale-economico, probabilmente l’errore è in una lettura di questi modelli o nell’adozione di modelli esistenti “tradizionali” non integrabili in una progettazione che ha basi, obiettivi e origini completamente diverse.
(Il motivo per cui Odum riuscì a dimostrare la maggior “resa” di un ambiente naturale rispetto ad uno coltivato fu la modifica dei sistemi di analisi di “bilancio”)

Il problema è che la progettazione si gioca su linee di confine molto nebulose.
Pensiamo ai pannelli fotovoltaici: Energia pulita “verde”, una possibilità di indipendenza e resilienza energetica. Ma i costi, la resa, l’impronta ecologica in fase di produzione e la loro applicazione su quali schemi di modello si muovono? La loro applicazione progettuale ha sempre un senso? O potrei ottenere un miglior impiego “permaculturale” del mare di energia che il sole ci riversa addosso raccogliendola e conservandola in altri modi?
Un motorino di nuova generazione inquina meno di uno vecchio, ma se io prolungo la vita di quello vecchio non evito che si debba costruire un motorino nuovo?
Lo stesso discorso è applicabile a tutte le altre energie che devono entrare nel nostro sistema (soldi compresi… che pur sempre energia sono).

La permacultura nasce in Australia dove, creare dal nulla una collina o un invaso d’acqua di 1000mq è cosina da nulla in un progetto più ampio di riforestazione e biorimediazione di una proprietà che ha estensioni territoriali simili a quelli di una provincia italiana.
Ma qui, appunto, siamo in Italia e i modelli sono in scala. Ma non solo. Nell’individuazione dei modelli noi abbiamo un bagaglio storico-culturale che, se da una parte è vincolo, dall’altra può essere un’enorme risorsa.

Io vedo una serie di problemi collegati allo sviluppo e alla gestione di progetti di sostenibilità energetica*** alternativi.

Il primo è legato a forme di “abitudine mentale” collegabili a pattern disfunzionali.
Un esempio classico è, a fronte del desiderio di iniziare un’attività di tipo agricolo, tuffarsi immediatamente in uno scontro diretto con il sistema agricolo attuale coltivando cereali perché agricoltura=cereali. In realtà i bisogni e la sostenibilità agricola risiedono spesso nella riduzione della coltivazione cerealicola non nella sostituzione del sistema di coltivazione. Questo è un po’ la falsa illusione dell’agricoltura Biologica.

Il secondo è legato a forme di business “alternativo”. Il classico ragionamento del “faccio cose, vedo gente, organizzo dei corsi, chiamo i wwofers, faccio un campo di volontariato internazionale…”. Tutte attività preconfigurabili come “precariato sostenibile” su cui non si può sicuramente basare una modifica dei modelli socio-economici e la sostenibilità di un progetto. Se di sostenibilità stiamo parlando stiamo parlando anche di resilienza e di capacità di modifica al cambiamento, se per qualsiasi motivo ad un certo punto dovessero mancare i volontari o questi ci costassero un botto in pranzi e cene che fine farebbe la nostra sostenibilità? Lasciamo stare la questione corsi che con la crisi economica e la maggior parte della popolazione insediata in grandi centri urbani dovrebbe assumere caratteristiche assolutamente mirate ed accessorie.

Il terzo è legato ad una forma molto italiana di provincialismo. Vediamo e studiamo cose interessanti e di valore all’esterno e cerchiamo di replicarle qui da noi (cosa spesso valida) ma tendiamo a dimenticare la specificità delle scale e dei modelli. E’ notevole come questo succeda in maniera democraticamente trasversale tra le categorie ideologiche. Leggo Fukuoka e cerco di riprodurlo facendo finta che non esista l’inverno e che ci sia una stagione dei monsoni. Vedo i successi(?) degli OGM e cerco di introdurli in Italia senza considerare l’impatto su un’agricoltura di dimensioni medio-piccole ed un territorio assolutamente disomogeneo. L’importante è essere ideologicamente “hipe”. E questo ci porta al punto n° quattro.
Le persone che spesso agiscono questi progetti di cui anch’io faccio parte.
Siamo quasi tutti cresciuti negli anni ’80, la teoria del “contenitore” ci pervade. Creiamo vuoti da riempire, siamo compulsivi. Spesso le scelte che facciamo sono di rifiuto dei modelli esistenti ma stentiamo a crearne di nuovi cadendo spesso nell’emulazione di modelli già dismessi – come il fascino di una stolta autarchia – e, quando lo facciamo spesso tendiamo a cercare di ignorare il contesto che ci circonda o ci dissanguiamo, novelli Savonarola e Giovanne D’Arco autodafé, per combatterlo.

Buckminster Fuller sosteneva che per cambiare un modello non serve combatterlo, devi renderlo obsoleto.
Sono convinto che questa sia la chiave di lettura giusta. Ma per rendere obsoleto un modello bisogna comprenderlo a fondo e introdurre le persone al nuovo modello alternativo che deve rispondere, comunque, ai loro bisogni non solo alle loro ideologie.
La permacultura è in grado di creare modelli nuovi e migliori degli esistenti, più efficienti ed efficaci ma per farlo deve rimanere strettamente collegata ai modelli ed alle scale mettendo in rapporto le energie e le rese del territorio, selezionando quelle più resilienti e preservandole in cicli regenerativi.
I progetti vanno fatti considerando le energie del micro-territorio in cui ci si insedia. Gli ideali sono le lenti con cui analizziamo ed osserviamo la realtà, non sono la realtà. Un po’ la storia del dito e della luna…

Noi stiamo iniziando il nostro progetto.
Non sappiamo come andrà a finire o come si estenderà nel tempo (anche se i risultati negli spazi minimi ed instabili degli ultimi 6 anni sono incoraggianti). So che l’obbiettivo è dare alla nostra famiglia un’alta qualità della vita ed avvicinare il nostro ettaro di terra alla migliore approssimazione dell’Eden.
Non disponiamo di ricette salvifiche o funzionali possiamo solo dire che sono stati fondamentali diversi aspetti:
Né troppo terreno né troppo poco.
Non troppo lontano da centri abitati.
Tempi medio-lunghi per raggiungere una situazione di bilanciamento dinamico.
Semplificazione fiscale.
Capacità di produzione di beni di scambio con la rete locale.
E poi… c’è tutto l’aspetto filosofico, naturale, estetico ed etico ma, spesso, per realizzare un sogno bisogna dimenticarselo per poi riscoprirlo come sorpresa in ciò che si sta facendo.****

E, ragazzi, ricordatevi la scala ed i modelli!

Le Note a piè di pagina

* Se Tiziano Ferro fa notizia facendo coming out sulle sue preferenze di genere vorrà pur dire che l’outing si può fare anche sull’ovvio…

** Il mio laptop del 2004 ha deciso che 7 anni sono troppi e, per ora, ha l’encefalogramma piatto… sappiatelo… se avete fretta di contattarmi vi conviene chiamarmi direttamente. E perdonatemi se mi dimentico delle cose… sono nel suddetto laptop e le connessioni con posta ed internet sono seriamente ondivaghe ed incerte.

**** Sia chiaro che quando parlo di “rese”, “risorse” o “energie” ne parlo nel senso più ampio del termine (cibo, combustibili, elettricità, soldi, reti sociali…). E, per proprietà transitiva, tutto ciò che determina il nostro benessere in un sistema dotato di un bilanciamento dinamico. Mentre, per “bilanciamento dinamico” intendo una situazione in cui la sostenibilità reciproca dei vari attori è garantita dallo spostamento continuo del fulcro. Se il bilanciamento fosse determinato da vettori fissi, secondo le leggi della termodinamica, si arriverebbe ad una situazione di “morte termica”. Sembra assurdo ma capita… anche nelle relazioni tra le persone. Un esempio classico in natura è dato dalle foreste, finché sono giovani sovraproducono “energie”, allo stadio di maturità ciò che producono consumano arrivando ad uno “zero termico” che inizierà inevitabilmente un processo regressivo fino a non entrare nuovamente in una rigenerazione…

**** Anche se non sembra in questo articolo si parla di soldi ed ecologia. Economia ed ecologia hanno la stessa radice greca “oikos”, casa, ad indicare lo studio del modo in cui si gestiscono le attività della vita siano esse umane e finanziarie o vegetali, animali o biochimiche. Siamo seduti su uno sgabello le cui gambe sono tutte queste attività… non considerare una può voler dire trovarsi a gambe all’aria con una commozione celebrale durante un pranzo di gala.

03
feb
11

Communication BreakDown

Stavo scrivendo della roba. Traducendo un paio di testi…
Il portatile del 2004 ha deciso di essere arrivato al termine.
Tentativi di rianimazione sono in atto ma, finchè non si sarà ripreso, le comunicazioni rimangono claudicanti ed aleatorie.
Fate come Elena (stavo scrivendo un post sul suo commento e quello di Davide… porca paletta!!) e telefonate (se urgente…)




L’ orto di carta

Diario di bordo ad aggiornamento casuale e saltuario di un cialtrone nell'orto... giocando con il fango, la permacultura, l'agricoltura sinergica in compagnia di William Cobbett, John Seymour, Fukuoka e Kropotkin.

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