Fare le cose non è difficile.
E’ un po’ come tuffarsi. Guardi l’acqua. Valuti l’altezza. Guardi l’acqua. Cribbio, sei veramente in alto. Guardi l’acqua. Mentalmente ripassi i movimenti che farai. Guardi l’acqua. Tanto, poi, la panciata la prendi comunque. Torno indietro. Guardi l’acqua. Valuti l’altezza. Cerchi di focalizzare il momento in cui impatterai con il liquido in una perfetta verticale. Panciata sicura. Torno indietro.
Poi.
Ti butti.

E’ stato un sogno strano.
Ero avvolto, per la prima volta in vita mia, in una nuvola pulsante. Un corpo che si dilatava e mi avvolgeva.
Siamo entrambi incerti.
Io non conosco i passi della danza ma cerco di dissimulare scioltezza e savoir faire, lei mi studia, visibilmente infastidita ma mi concede una chance. Guadagno un credito di fiducia. E sono illeso.
Nel sogno, cerco di sprofondarmi in una lucida razionalità.
Le azioni si fanno veloci e rarefatte, lei continua a studiarmi e, con calma e pazienza inizia a guidarmi nel ballo.


Ci guardiamo. Ed inizia la parte “sporca” del lavoro.
Il sogno si interrompe.
Non mi aspettavo dei telai da dadant-blatt dentro una scatola di polistirolo.
Mi aspettavo un melario dadant-blatt. Eppure gliel’avevo detto…
Con un melario era un attimo… appoggiavo sopra la Warrè una cornice che facesse da “riduttore” e, sopra a quella la dadant. Al resto avrebbero pensato loro trasferendosi lentamente ai piani inferiori.
Invece no.
Mi trovo qui, su un battuto di cemento a bestemmiare mentre tagliamo e cuciamo i favi alle barre in un’operazione di cui ho letto mille volte ma che avrei preferito non dover fare.


Mi giro.
Due bambini, uno di tre e l’altro di nove anni, stanno leccando il miele dai pezzi di favo scartati, le mani, la faccia, i vestiti sono lucidi ed appiccicosi. Non riesco a ricordare l’ultima volta che ho visto degli occhi così.
Ricomincia il sogno.
Lei mi sta aspettando. Ho qualcosa di suo e devo restituirglielo. Continua a fidarsi e mi lascia fare. Il Ballo continua ininterrotto. Fino a quando Lei, nella sua interezza, non riguadagna il suo Sancta Sanctorum.

Il sogno si interrompe nuovamente.
Ok, una è fatta. Vai con la seconda.
Il sogno ricomincia da capo. Identico in tutto e per tutto

Per la cronaca:
L’imbuto è stato autocostruito con dei vecchi lamierini da tipografia e del legno di recupero. L’idea è stata presa da David Heaf
Una storia più comprensibile su ciò che avrei voluto fare la trovate qui
La tecnica di cucitura dei favi nel trasporto da un’arnia tradizionale ad una TBH lo presa da qui ma ne trovate una bozza anche qui.
I disegni per la costruzione dei un’arnia Warrè li trovate qui insieme al libro dell’Abbè Warrè su come utilizzarla.
Durante tutte le lavorazioni non è stata sparsa neanche una nuvola di fumo (anche perché è già tanto se mi sono preso una veletta…).
Non è comunque un lavoro che vorrei rifare. Se decidete (e dovreste farlo) di prendervi cura di una colonia di api… evitate le arnie da trasporto in polistirolo. Se poi volete una Warrè “abitata” completa di letteratura a riguardo… fate un fischio.
Scusate l’eccesso di foto ed i terribili pantaloni bianchi.

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Chiacchere al bancone