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26
Nov
09

Un cesso di fattoria

Sto pedalando verso casa. La nebbia ha la consistenza di una crema di piselli ma incredibilmente più fredda. Si appiccica sulla barba creando piccole gelide gocce che si infilano tra la sciarpa e il collo. Scorrono tra le clavicole, sullo sterno. Nella discesa, la temperatura del vapore acqueo condensato, aumenta diventando un fastidio sopportabile.
Acqua. Sto pedalando in un muro di acqua vaporizzata.
Mentre pedalo penso ancora ad una personale reazione alla privatizzazione dell’acqua. Alle possibili forme di hacking.
Oddio. Se la Nestlè (oltre ad aver già avuto in concessione buona parte delle sorgenti a prezzi ridicoli… quello era il vero furto…) decidesse di comprare quello scassone del depuratore di Rondissone e tutto l’impianto idrico del paese. Forse. E dico “forse”. Con un ipotetico aumento delle tariffe la gente la smetterebbe di sprecare ettolitri ed ettolitri d’acqua… Forse si porrebbe il problema di cosa vuol dire scaricare 25 litri d’acqua potabile giù per lo scarico del cesso ogni volta che ci butta un fazzoletto per il naso… ma non sarebbe corretto comunque.

Non ho modo di vederlo. Ha un giaccone color topo morto, i pantaloni verde fanghiglia ed un cappello che se non sapessi essere di lana potrebbe essere stato ricavato dalle cortecce delle gaggie.
Mi si para davanti. Siamo nel nulla intorno a casa, se passa qualcuno, hai 70 anni e non sei al bar in paese, lo fermi, tanto per ricordarti che il bar è una situazione dell’anima. Non un luogo.
Freno. O quella cosa che faccio normalmente per fermarmi rapidamente evitando i danni peggiori.
“Allora? Abbiamo iniziato ad aprire le conserve?”
Giulio ha un orto. Giulio, la prima volta che mi rivolse la parola fu per chiedermi se avevo un’insetticida per le lucertole. Il mio sguardo non bastò a spazzare via il bar. Il bar è una situazione dell’anima in loop solipsistico.
Giulio ha l’orto. Uno di quegli orti in cui la differenza la fa la quantità di conserve di pomodoro che ottieni. Conserve che rimarranno in garage/cantina fino a quando l’emergenza climatica non sarà più tale.
Giulio ha un orto di quelli “chi c’ha più conserve ce l’ha più lungo”.
Io odio fare le conserve, la passata di pomodoro è una di quelle cose che, a dispetto dell’amor patrio, non sopporto.
Questa discussione l’abbiamo già fatta. Loop solipsistico da bar.
“Si, Giulio”. Il resto è solo presenza. Ora sono due Loop solipsistici.
Lui che dimostra il suo valore a chili e barattoli. (Credo sia riuscito a dire quintale per qualcosa ma mi sono perso cosa fosse…)
Io che rimescolo le carte dei pensieri in un’enorme freecell mentale.

Io non ho tante conserve. Preferisco avere roba secca. Meno sbattimenti a preparare. Più facilità di stoccaggio, meno energie consumate…
I semi. Devo ricordarmi di risciacquare i semi che ho messo a germogliare. Lino, lenticchie qualche cecio ed il girasole. Questo è il mio equivalente dei pomodori di Giulio.
Non sono mai stato un fanatico dei germogli ma dopo il giro a Monteveglio, Davide, il “Nutrizionista Ufficiale della Transizione”, mi a messo un po’ di pulci nelle orecchie e, ha conti fatti, mi son detto che era sicuramente un buon modo per avere un’alimentazione sana e variata senza dover faticare troppo.

“I semi integrali sono già un miracolo di completezza in quanto sono dei nuovi individui e contengono il nutrimento che gli serve per un primo sviluppo. Il germoglio è qualche cosa di più, il seme contiene nutrienti ma è quiescente, fatto per resistere nel tempo, il germoglio è la partenza della vita, il materiale che contengono è lo stesso ma nel germoglio è trasformato.
Nel germoglio aumentano le vitamine, la disponibilità dei minerali e soprattutto calano o si azzerano i fattori antinutrizionali. Un paio di anni fa ho studiato con interesse i fattori antinutrizionali dei vegetali, i fitati per esempio sono uno dei sistemi di cui dispone la pianta per stoccare il fosforo. Per farlo lo lega a molecole di inositolo, un alcool esavalente ciclico, il risultato è quello di avere del fosforo che non disturba ed è rapidamente disponibile per il seme. Per noi è un fattore antinutizionale che chela durante la digestione il calcio, il ferro e lo zinco, principalmente, riducendone la disponibilità. Tra i vari modi di evitare tutto questo c’è la germinazione. Bastano 48 ore di ammollo per diminuire notevolmente i fitati e nel germoglio ce ne sono ancora meno. Il seme si sveglia e demolisce i fitati con degli enzimi, le fitasi, che liberano il fosforo che verrà usato dal germoglio per lo sviluppo.
Naturalmente altre sostanze vengono elaborate e scisse e quindi rese più digeribili come le proteine e i carboidrati che da amidi diventano maltosio…”

Davide dixit.

Ed in più non devi cuocere, sudare attaccato ad un fornello, pulire quintali di frutta e verdura. Oblomov in inverno.
Io uso il classico sistema del “barattolo”.

Prendi una manciata dei tuoi semi (tolti quelli da seminare il prossimo anno)
Li metti in un barattolo con dell’acqua
Li lasci lì per un po’ (da una notte ad un giorno intero)
Metti sul collo del barattolo una calza di nylon chiusa con un elastico
Ribalti il barattolo a testa in giù sullo scolapiatti.
Da qui in poi è solo un ricordarsi, tutte le mattine, di sciacquare i semi e rimetterli a scolare…
Tutte le mattine… una barattolata d’acqua…

Mi risveglio. Ho terminato il freecell.
Entro dentro il bar di Giulio, lo ribalto rompendo il loop, lo saluto (ricordandogli di salutare la sua signora) e pedalo a casa.

Ora.
L’idea non è originale. L’avevo vista su Instructables.com, ma era rimasta lì… inespressa.
Ora, per la bellezza di 3,00 € (il costo delle pinte da birra in plastica) il prototipo di implementazione del progetto di Instructables è pronto.
La mia prima fattoria indoor. Un cesso di fattoria.
Acqua, litri e litri di acqua che altrimenti scorrerebbero senza un’apparente giustificazione logica se non quella di spedire il più velocemente possibile un mio problema (smaltire la mia merda) a qualcun’altro. Acqua che sempre più si fa business “a perdere” che viene reindirizzata verso un utilizzo a “creare” . Un consumo che diventa produzione.
Proteine, minerali, carboidrati e vitamine in quantità eccessiva (almeno per il nostro consumo famigliare) generate da un movimento automatico ripetuto più e più volte in un giorno.
Non sono mai stato così contento di andare a cagare.

Ok. Il design è ancora un po’ grezzo… ma siamo ancora nella fase prototipale

23
Ott
09

io non ho paura

Sequenza 1

Era il 14 febbraio 2008 e non mi ero ricordato di festeggiare S. Valentino.
Non che fosse grave, neanche Noemi se n’era accorta.
Era, come accade spesso, un caso, uno di quei casi che ricolleghi tempo dopo e ti rendi conto che, obbiettivamente, non ha nessun senso. E’ un caso.
Anche perché, ad essere sinceri, tutto era iniziato molto prima giocando a lasciare tracce nella “sabbia”.

Sono passati circa 4 anni. Ci sono corsi di laurea che durano meno.
4 anni in cui la mia unica attività è stata studiare, fare esperimenti, giocare e cercare confronti con altre persone con un unico scopo: vivere e, possibilmente, bene.
Ma qual’è il parametro del mio “bene”?
La qualità del “bene” è soggettiva anche quando si incontrano persone simili a te.
Penso a tutte le persone che ho incontrato in giro o a quelle che sono passate a trovarci… avevamo tutti, sempre, fortunatamente, dei dettagli che ci differenziavano, ci rendevano “biodiversi”. E che, spesso, portavano (portano) alla zuffa. Ma se ne usciva, perché si stava (sta) bene.

Stacco.

Sono un compulsivo. O degli innamoramenti improvvisi per cose ed idee. Spesso non supportati da nessuna evidenza se non da una spinta di umoralità cerebrale.
Alcuni di questi col tempo si sedimentano e diventano stima.
Voi scrivete? Amate gli scritti? Il mondo della produzione di parole vi affascina?
Dovete inseguire reginazabo… dico “inseguire” perchè il suo blog è solo la punta dell’iceberg. Stiamo parlando di prosivendole. Si nascondono tra i vocaboli, occultate da nuvole di punteggiatura smarrita. Internet è un mælstorm di parole. Quale posto migliore?

Stacco su Sequenza 1

Il mio “star bene”.
Avevo già provato a definirlo in un post precedente ma il concetto era ancora, probabilmente, un po’ sporco.
Il mio “star bene” vuol dire “non aver paura”. Nessuna.
Ho ancora paura? Si, ma miglioro con il tempo.

E’ inutile che vi dica che la paura è una strategia di controllo… ormai suona quasi stupido come le teorie sui rettiliani.
Non c’è neanche più bisogno di fare paura a nessuno. Ormai siamo in grado di fare tutto da soli. Metà delle persone che conosco sono ipocondriache. L’altra metà non esce di casa senza lo spray al peperoncino. Sono tutte persone normali, a cui non è mai successo nulla.
A me succede con le conserve che preparo io. Ho paura.
Se le prepara mia madre, un mio amico… se le compro al supermercato non me ne frega niente. Le mangio, ne assaporo le sfumature del gusto, me ne ingozzo a cucchiaiate.
Se le preparo io…

Stacco

Guardo il vasetto. Sembra normale ma… non riesco a vedere bene lo strato di liquido sotto il tappo.
Mi rigiro il barattolo tra le mani. Chiedo consiglio a Noemi, scontato: mi sfancula.
Vabbè… lo apro.
Oddio, non è che l’ho aperto troppo facilmente?
“Noemi hai sentito se ha fatto pfffff… mentre lo aprivo?” – mi sfancula… questa donna non ha grazia.
C’è della roba sulla superficie!
“Noemi, guarda: c’è della roba sulla superficie…”
“Ah… sei sicura? Sono le spezie che ci avevo messo dentro?”
Noemi mi ricapitola con dovizia di particolari tutti i processi di sterilizzazione a cui ho sottoposto i barattoli… è noiosissimo… mi mangerei tutto il contenuto in un fiato solo per non dover rivivere quei momenti pallosissimi…
Si, ma il botulino mica lo senti… è inodore, insapore…
Noemi mi propone di buttare via tutto ed andare al supermercato a comprare delle zucchine sott’olio.
Non solo non ha grazia ma colpisce anche basso.
Mi siedo e mangio delle normalissime zucchine sott’olio.
“In ogni caso… non è che fossero eccezionali”.
Mi sfancula.

Stacco su Sequenza 1

L’ho gia detto. La paura lavora per sottrazione.
Tutto ciò che dovrebbe essere mia responsabilità diretta viene delegato, messo nelle mani di altri perché io ho paura.
Ma il meccanismo si sta inceppando.
Non ho paura se mi fido. Ma di chi mi posso fidare?
Strada scivolosa: ha chi ho delegato? Non mi fido di quelli a cui ho delegato!
Inciampo: ok, così sono finito direttamente nella paranoia… che poi, è un’altra forma di paura.
Quindi è un falso problema.
Vero problema: mi fido di me?
Ho fiducia nella possibilità di richiamare a me le responsabilità delle mie azioni e dei miei bisogni?
Chissene di chi si sta occupando attualmente dei miei bisogni siano questi i supermercati (compresi quelli bio) per l’alimentazione o bigpharma per la salute.
Non sono loro il problema. Il problema è che gli abbiamo chiesto di farlo.
Abbiamo chiesto a qualcuno di portarsi via i nostri rifiuti in modo da non vederli più ma non ci siamo mai posti il problema di che fine avrebbero fatto e, tanto meno, di cosa ce ne saremmo fatti se nessuno se li fosse portati via.
Se fossimo stati costretti ad assumerci la responsabilità dei nostri rifiuti.
E, adesso, i rifiuti sono una delle nostre paure. Siano questi in fusti in fondo al mare ho nel sacchetto in materbie fuori dalla porta.
Abbiamo perso le competenze.
Abbiamo perso le capacità.
Siamo nudi ed abbiamo paura.

Io leggo. In maniera maniacale, compulsiva.
Io ricordo. Sono in grado di ricordarmi cosa ha mangiato un mio cliente, al ristorante, 7 anni fa se lo incontro per strada (non è uno scherzo… mi succede e la sensazione fa un po’ paura! Non è un ricordo cosciente)
Ma questi non sono vestiti. Sono informazioni. Sono scritti di altri.
Non sono me.
Me sono le esperienze che io compio.
Sono le competenze che acquisisco attraverso la pratica. Sono la memoria “fisica” del lavoro, dello spazio e del tempo.
Me è il sentire ciò che faccio, fosse anche solo entrare in una stanza buia e trovare al primo colpo l’interruttore perché il mio corpo sa che è li.
Me è quello che consapevolmente cancella la paura.

Si vabbè… e che c’entra Reginazabo?
…lei mi ricorda di tanto in tanto che “io non ho paura”.

E la smetto di farmi pippe mentali.

cartoline
Clikkando l’immagine potete partecipare alla coproduzione del progetto editoriale del BauBAu

19
Giu
09

Il pane di Oblomov si sarebbe fatto da se…

Medo mi ha passato la dritta per un pane a bassissima lavorazione.
Sono un’uomo felice e, anche se odio leggere e scrivere ricette, l’ho raccontato a quelli del Terranauta.
pot
nopot

21
Apr
09

Ma quanta Terra ti mangi?

untitled
Salvatore in qualche commento ormai disperso nel caos che governa queste pagine sollevava il problema di “quanta terra ci vuole per potersi autoprodurre il proprio sostentamento?“…
E che diamine ne so?! Nel senso… ci sono almeno duecentomila variabili, e lo sappiamo tutti… ma com’è, come non è… questa domanda ce la siamo posti prima o poi.
Ne approfitto per fare il fagnano e riempire gli spazi vuoti del blog con una cosa su cui avevo iniziato a lavorare un po’ di tempo fa, quando andai a trovare Marco e Daria ed i loro amici a Granarolo.
Questa è solo la prima parte, in cui ho cercato di sintetizzare e sistematizzare alcuni ragionamenti sull’utilizzo dei terreni a scopo di produzione alimentare.
La seconda parte (attualmente ferma per sovraccarico di materiale) era sulle più varie e multiformi pratiche orticole… chissà se mai la finirò? Bhò?!

Per chi si vuole del male… lo scritto lo trovate qui

05
Mar
09

L’Arnia del Popolo

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Mi sto organizzando… questa notte si parte per Roma dove ci sarà un incontro di Agricoltura Sinergica.
Non so quanto sarò presente sul blog, vi lascio con le immagini dell’arnia che abbiamo realizzato da queste parti io e l’Orto di Carta Senior (mio padre).
Saluti.

tbh1
tbh2
tbh3
tbh4

06
Nov
08

diario di campagna n°208

Per portare avanti una tradizione di citazioni da autori di fantascienza, che vede tra i suoi estimatori personaggi come upuaut ed equipaje.
Oggi mi sono trovato tra le mani questo:


A human being should be able to change a diaper, plan an invasion, butcher a hog, conn a ship, design a building, write a sonnet, balance accounts, build a wall, set a bone, comfort the dying, take orders, give orders, cooperate, act alone, solve equations, analyze a new problem, pitch manure, program a computer, cook a tasty meal, fight efficiently, die gallantly. Specialization is for insects.
-Robert A. Heinlein

Un’essere umano dovrebbe essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, governare una nave, progettare un’edificio, comporre sonetti, far quadrare bilanci, steccare una frattura, confortare i moribondi, ricevere ordini, dare ordini, cooperare, agire in autonomia, risolvere equazioni, analizzare nuove problematiche, spalare letame, programmare un computer, preparare saporiti manicaretti, combattere con efficacia, morire coraggiosamente.
La specializzazione è per gli insetti.
Robert A. Heinlein

18
Ago
08

i manuali del giovine autarchico n°8

Ok. Un’altro post automatizzato.

Qui si sconfina dai criteri dell’agricoltura naturale.
Mica si può pensare solo a chi dispone di campi da coltivare!
Per dire: mia sorella, che vive nella tentacolare metropoli, dispone solo di un grosso terrazzo.
Vogliamo vietarle di autoprodursi i suoi bei pomodori e le sue croccanti insalate?

Come coltivare i pomodori a testa in giù a casa riciclando le bottiglie dell’acqua
Sempre i pomodori ma un po’ più rifinito

Se oltre ai pomodori volete qualcosa d’altro:
Il “passo a passo” per costruirsi un’orto in scatola autoirrigante e spostabile (PDF)
Con le istruzioni su come “piantumarlo”

I testi sono tutti in inglese ma le immagini sono chiare… e ho tralasciato tutti i link agli orti fuori terra delle ONG (che sono i migliori ma me li tengo per quando i post non saranno generati automaticamente)

08
Lug
08

diario di campagna n°120

Eccoci qua.
Ha piovuto, ha piovuto, ha piovuto e poi ha piovuto ancora un po’. E già che qui da noi l’umidità non manca.
Non sarà quindi una sorpresa per nessuno scoprire che il 99% dei pomodori in zona sono stati colpiti dalla peronospora… come l’anno prima, e quello prima.
Per riprendere il post precedente potrei dire che è un problema collegato alla sistematica distruzione della fertilità dei terreni e la rottura dei processi naturali (si diceva ben che il ciclo ossigeno etilene serve, probabilmente, anche a tenere a bada l’esagerata proliferazione di virus e batteri nocivi…).

Potrei supporre che tra tre, quattro anni il terreno del mio orto sarà sufficientemente riequilibrato da gestire al meglio le situazioni di stress (anche se il contesto circostante continuerebbe a “premere” ai confini). Potrei, allo stesso modo, supporre di poter preservare i semi delle piante non colpite in modo da preservare cultivar più resistenti… e lo farò… ma intanto adesso buona parte delle piante sono state attaccate.

Il trattamento preventivo utilizzato l’anno scorso a base di acqua e bicarbonato [ref. ATTRA] quest’anno è risultato assolutamente inutile. Veniva tutto dilavato dall’acquazzone notturno.
La soluzione di applicare etanolo ricavato dalle foglie di patata [ref. PFAF - ref. GoogleLibri(incompleto)] non mi garbava particolarmente. Se devo consumare energie, preferisco che sia per avere più prodotti, a basso costo (energetico, economico, di tempo ecc…) e contemporaneamente.

Uno dei prodotti “naturali” che pare avere ottimi effetti sulle infezioni virali, parassiti e muffe è l’acido piroleico o aceto di legna, uno dei sottoprodotti del processo di produzione del biochar.
Mettendo da parte indugi vari mi sono quindi montato una “fornace” sperimentale.

Il progetto ed il design sono molto cialtrone-style ma come esperimento è risultato assolutamente efficace.
Il tutto è stato montato in mezza giornata (il più del tempo impiegato a trovare il pezzo giusto) e a costo zero, utilizzando “urbanite” (gli scarti del cantiere abbandonato “Salerno-Reggio Calabria” che compongono ¾ dell’edificio in cui sono in affitto). Il risultato è stato: un secchiello di biochar per realizzare un semenzaio sperimentale ed un litro abbondante di aceto di legna grezzo.
L’aceto di legna ora dovrà decantare per un po’ in modo da separare i vari composti (catrame, aceto ecc…), temo quindi che risulterà tardivo come intervento.

Uso della Fornace
Acceso il fuoco all’interno della fornace lo si lascia ardere per 30-40 min.
Quando tutta la legna sta bruciando si sigilla lo sportello frontale e la canna fumaria principale.
L’aceto grezzo inizia a percolare dallo sfiato laterale quasi immediatamente.
[ref. Busy, busy, busy..., ref. articolo]

I PRO –
Facilità ed economicità di costruzione: chiunque può costruirsi la propria micro-fornace.
Basso impatto ambientale: si possono utilizzare le potature degli alberi e tutti gli altri arbusti che andrebbero altrimenti tritati per poterli compostare. Se il biochar viene utilizzato come pacciamatura, come addizione al compost o direttamente nel terreno diventa addirittura una pratica a sequestro di carbonio. [ref Biochar]
Plurifunzionalità: si possono ottenere più prodotti, in questo caso aceto di legna e biochar, ma con progetti leggermente diversi i prodotti possono anche essere di più

I CONTRO –
Il fumo – questo tipo di fornace emette molto fumo e per molto tempo (10 – 12 ore), quelle a fiamma “ritorta”, bruciando i gas emessi dalla pirolisi ne emettono molti meno (paragonabili ad un barbeque mentre lo si accende)
La struttura cialtrona – Dopo un’intera notte a “bruciare” è ovviamente collassata, l’ideale sarebbe poter interrare il fusto così da poter sigillare meglio lo sportello garantendo un minor ingresso di ossigeno. Cosa che nel mio caso non ho potuto fare tant’è che la produzione di carbone è stata relativamente bassa…

Ben venuti in Thailandia!

24
Giu
08

i manuali del giovine autarchico n°3 (bis)

Il coordinatore EPF di SunSeed.org (Lindsay) mi ha gentilmente dato il “via” per postare la traduzione del tutorial sull’autoproduzione dell’inoculo per le micorrize.
Come per il biochar, gli è stata dedicata una pagina (senza immagini), l’originale si può trovare qui .
Se non volete leggervi la pagina potete scaricare il PDF (senza immagini e senza link… siamo spartani da queste parti…)

Grazie ancora a Lindsay! Thank you, Lindsay!

Ps.- ora non ho tempo per fare un pippone sull’importanza delle micorrize e dei danni che si procurano “disturbando” il terreno… ma poi sono cose già dette…

19
Giu
08

i manuali del giovine autarchico n°3

Credo che ormai si sia capito (se visitate abitualmente questo spazio). Sono sempre più convinto che, per dirla con Toby Hemenwey, agricoltura sostenibile sia un ossimoro. Al punto che incomincio a diffidare anche dei sistemi di coltivazione biologici.
Leonardo da Vinci sosteneva che l’uomo sapesse più cose sulle stelle che giravano sulla sua capoccia che non di cosa succedesse realmente nel terreno che calpestava tutto il giorno. La situazione non è cambiata di molto.

Purtroppo, quando si parla di auto fertilità del suolo, di sistemi di coltivazione “sinergici” e “biomimetici” anche il piccolo ortolano casalingo pensa: “Fricchettoni, andate a ricongiungervi con Gaia madre terra da un’altra parte!” o, al meglio, ti guardano sorridendo e pensando che sei un innocuo perditempo.

Peccato che Fukuoka, prima di diventare un’idealizzazione da immaginario occidentale dello zen, fosse un microbiologo. E che esistano centinaia e centinaia di studi scientifici a riguardo.
Io mi interesso a quelli (quantomeno ci provo). Gaia era solo una mia amica delle superiori.

Uno dei fattori determinanti per la fertilità del suolo sono le micorrize. Avete presente quando si parla di piante azotofissatrici… ecco, siamo da quelle parti. Le micorrizze sono funghi simbionti che, tra le altre cose, aumentano la capacità di assorbimento di nutrienti da parte delle piante (arrivando persino a soppiantare le radici stesse) e producono una glicoproteina fondamentale per la ritenzione idrica, di CO2 e dei suddetti nutrienti, oltre ad agire sulla capacità di scambio cationico e la soil foodweb attraverso la creazione ed il mantenimento degli aggregati, la glomalina. (Qui un PDF illustrativo)

Provate ad indovinare cosa succede alle micorrizze e a tutto il resto quando la terra viene troppo movimentata o concimata in maniera non attentamente calcolata… fine di uno dei fattori fondamentali della fertilità del suolo. Questo succede ormai da anni su grande scala, ma anche su media e piccola, e anche nell’agricoltura biologica. Questo è anche uno dei motivi per cui, tecnicamente, buona parte dell’Europa è ormai considerabile un deserto dal punto di vista della fertilità. Se per far crescere un romolaccio dovete girare, addizionare letame, girare nuovamente… va da sé che non si può considerare fertile il terreno… è fertile entro i limiti in cui voi lo rendete tale, e la cosa mi sta bene per il deserto del Sahara, un po’ meno per la pianura padana…

Fatto il pippone. Qui la pagina web su come autoprodursi un’inoculo di micorriza.

AGGIORNAMENTO ho ricevuto l’autorizzazione per la traduzione! A presto la pubblicazione… Grazie mille a Lindsay EPF Co-ordinator!

Comunque fate una cosa buona per il vostro orto: smettete di zapparlo e concimarlo e ricostruitene la fertilità naturale, starà meglio lui e starete meglio voi (sdraiati a prendere il sole nei pressi del boschetto di fragole)




L’ orto di carta

Diario di bordo ad aggiornamento casuale e saltuario di un cialtrone nell'orto... giocando con il fango, la permacultura, l'agricoltura sinergica in compagnia di William Cobbett, John Seymour, Fukuoka e Kropotkin.

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