Posts Tagged ‘transizione

22
apr
11

Changes

Quasi 7 anni dall’inizio.
Se mi mettevo di buzzo buono potevo prendere un paio di lauree brevi. Sicuramente avrei avuto delle semplici collinette rispetto alle montagne di carta attuali e meno esperimenti falliti.
E invece, chi guarda verso il campo, vede un tipo allampanato, impunemente abbigliato come un orfano dei Mother Love Bone che insegue disperatamente periodi di semina e traccia piste di ife fungine.
In realtà, per ora, non è così facile vedermi.
Ogni tanto, si cambia.
Fa parte della natura delle cose.
Le piante migrano, i panda cercano disperatamente di estinguersi.

Si cambia. Ed in questi casi, i miei genitori, mi hanno insegnato che si deve chiedere scusa a chi si è deluso e ringraziare le persone da cui si è ricevuto materialmente ed emotivamente molto.
Tra le scuse spiccano quelle che vanno ai ragazzi della Transizione in Umbria dove avrei dovuto essere in uno dei prossimi weekend e che, invece, ho ignobilmente paccato per mille motivi – buoni per me ma non, giustamente, per loro. Scusatemi, potete consolarvi con l’idea che un cialtrone non ha dovuto attraversare mezza Italia, avrei sicuramente consumato più di ciò che vi avrei potuto dare.
Ma detto così sembra un epitaffio.
Rifo.

Non ho mai avuto intenzione né di diventare un autarchico né di diventare un commesso viaggiatore della sostenibilità e della neo-ruralità, tanto meno di aprire l’ennesimo Bed&Breakfast della formazione alle pratiche sostenibili.
Quello che volevo fare da grande era vivere bene.
Vivere bene vuol dire, nella mia accezione, sganciarsi dal sistema consuma-crepa, non cascare nella logica da terziario anni ’80 del “siamo tutti fornitori di servizi” (pessima abitudine su tutti i versanti della barricata) ed evitare la tendenza “squatter” del “ho finito i soldi, costruisco bonghe per svoltare il mese”. Ma, negli ultimi anni, ho abbondantemente spizzicato qua e là da tutte le tendenze.
Ora, è meglio se inizio a fare ciò che può veramente determinare il mio (e di altri) vivere bene.
Produrre.
Dimostrare attraverso la pratica un teorema.
La produzione di energia (nel senso più ampio ed estremo del termine) è uno “stile” fattibile anche su un fazzoletto di un ettaro e senza spolpare troppi liquami di dinosauri morti.
E quindi, cedo il passo.
Iosononicola ma non sarò più l’OrtodiCarta.
Ma detto così sembra l’epitaffio del blog.
Rifo.

Quasi 7 anni dall’inizio.
Non siamo più soli.
Le cose cambiano e, se si vuole e si accetta il confronto con la nobile arte della burocrazia (sofisticata forma di ju-jitsu socio-politico), in meglio.
Ma questa volta c’è da lavorare.
(Io non so esattamente cosa voglia dire… ma non siamo più soli: me lo spiegheranno)
Primo: costruire casa (la dolce vichinga che ho sposato sta imparando l’infallibile mossa delle sette stelle di Okuto)
Secondo: proseguire nella pianificazione delle successioni nel campo ed impostarle
Terzo: dare corpo e struttura ad OrtodiCarta che, da luogo dei miei “sbraghi sbilenchi” diventa soggetto collettivo – Il blog resta perchè è il mio spazio privato ma OrtodiCarta diventa un progetto fisico (e magari inizierà a godere di una sua comunicazione spontanea… ma, fortunatamente per il lato “istituzionale”, non me ne sto occupando io)
Quarto: dimostrare che una Fattoria di Transizione è possibile anche senza organizzare corsi di uncinetto cromoterapico, sfruttare 10.000 volontari o aprire un Bed&Breakfast (o facendo tutte queste cose ma in maniera assolutamente collaterale, casuale e involontaria).
Se di sostenibilità si parla… non vale bluffare. Poi, fate quel che vi pare. Io ho i prossimi 40 anni per dimostrare un teorema.
Ma un teorema devo dimostralo nella pratica e documentarne lo svolgimento.
Poi, rimango uno gran cialtrone e una delle cose che amo di più fare è raccontare in giro quello che faccio e sperimento ma per un po’ non mi muoverò più (appuntamenti già fissati a parte e a meno di ottime ragioni – soggettive – per paccare)
Ma sapete dove trovarci: Qui o .
Come sempre.

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

PS.- La prode ed abile compilatrice di codici sta febbrilmente lavorando sulla nuova finestra comunicativa… si accettano consigli e complimenti ;)

01
mar
11

Economia Ciclica

Infographic: Mgmt Design, courtesy of the National Building Museum

Ok. La teoria è semplice: buona parte dei costi legati all’automobile vanno a finire sparsi per metà del globo terracqueo mentre la maggior parte dei costi legati alla bici rimangono “locali”. Ma non solo.
Chi va in macchina tende ad andare a fare la spesa nei supermercati mentre chi va in bici si accontenta di un salto dal droghiere di tanto in tanto.
La Transizione viaggia in bici? Sicuramente si.
Dopo i laboratori sul pane, sull’alimentazione, sull’orto, i laboratori sulla riparazione delle bici?
Mi sa che ci hanno già pensato… ma magari no…

L’articolo completo di GRIST lo trovate qui.

ps.- Questo breve post è stato offerto dal comune di Ivrea e dalla sua connessione WIFI democraticamente aperta a tutti per 2 ore al giorno e dalla biblioteca comunale che mi offre un caldo riparo nelle giornate in cui è ridicolo accanirsi contro se stessi e contro il vento freddo.

07
feb
11

Outing

PREFAZIONE:
Il portatile è ancora in coma farmacologico ed attente operazioni di chirurgia cibernetica stanno cercando di estrarre più dati possibili dal suo cervelletto di 0 e 1.
Fortunatamente esistono gli amici con i “muletti” nascosti negli armadi e disposti a prestarli a tempo indeterminato.
Questa prefazione è per ringraziare Marilena.
Voi, invece, saprete con chi lamentarvi per questo interminabile e scompostissimo post privo di qualsiasi immagine… con me :)
Che si vada a cominciare!

OUTING
(attenti alle note a piè di pagina… potete anche leggerlo off-line. In fondo dovrebbe anche esserci l’iconcina per stamparselo ma se lo salvate come file non avrò un ramo di pioppo sulla coscienza)

Dopo 6 anni di sottili sotterfugi.
Di bassi espedienti e di mal celate propensioni, lo ammetto.
Mi auto impongo un’etichetta.
Mi schiero.
Sono un permacultore.
Non insegno Permacultura ma la pratico.*

Perché? Perché la permacultura è uno strumento di progettazione, è “un sistema per combinare concetti, materiali e strategie in modelli che operino a beneficio della vita in tutte le sue forme” (Bill Mollison, A Designer’s Manual, Tagari pub. 1988)
Non una fede.
Non una politica.
Ma un sistema progettuale che attinge ad un bagaglio infinito di tecniche. Una forma di architettura i cui modelli risiedono negli ambienti naturali.

Leggere Fukuoka e trovarsi a dare la caccia ad enormi quantitativi di trifoglio bianco o ad una fantomatica argilla rossa in polvere sperando di averne un feedback (resa) è fede non tecnica.
Spesso mi trovo ad insegnare in corsi residenziali di 5 giorni i principi e le tecniche dell’agricoltura sinergica di Emilia Hazelip perché il sistema che ho sperimentato ed approfondito maggiormente e che, nella mia esperienza personale, può essere uno strumento fondamentale per avviare processi di autoapprendimento e di analisi consapevole.
Ma è una tecnica, non è una fede.
Emilia era una persona eccezionale ma il culto della persona e delle sue idee è una cosa, la tecnica di progettazione o gestione delle coltivazioni, un’altra.
Ci sono situazioni in cui probabilmente utilizzerei altre tecniche per ottenere il duplice risultato di avere una resa che contemporaneamente soddisfi i miei bisogni e quelli di un ambiente naturale da supportare e con cui integrarsi. Bisogni che andranno ovviamente mediati e bilanciati con quelli del contesto.
Questo ci riporta al concetto di “beneficio della vita in tutte le sue forme”. Noi compresi. La biodiversità naturale e le sue (nostre) risorse…

Quindi. Io sono un permacultore.
E’ in quest’ottica che stiamo progettando la nostra vita ed il terreno in cui ci andremo ad insediare.

Di tanto in tanto, tra i commenti di questo delirante contenitore di parole se ne incastrano alcuni che richiederebbero enciclopedie intere per poterli approfondire in maniera adeguata. [Qui Davide, Qui Elena
In entrambi i casi, su scale diverse, viene sollevata la problematicità di un certo tipo di sviluppo e di pratica in un contesto “tradizionale”. Tradotto: “Si, si, bello… ma come ci campi? Ci stiamo a provare tutti…”
Non esistono risposte standard.
Esistono i progetti e come questi vengono elaborati.

Uno dei focus principali della progettazione è la “resa” (yeld) della progettazione stessa.
In un piano di fattibilità da economista standard la “resa” sarebbe un dato meramente numerico basato su un “core business” o su un prodotto specifico. In un piano di fattibilità in permacultura la “resa” assume un significato infinitamente più ampio e più di difficile definizione (molte di queste rese non è possibile analizzarle se non con strumenti di analisi estremamente sofisticati). Se fossi sicuro di non essere mal interpretato direi che la resa è di “qualità olistica”. Ci saranno delle rese per me, delle rese per l’ambiente naturale e per sostenere la comunità – in tutti questi giri di “rese” aiuta molto crearsi delle mappe mentali simili a quelle di Odum sostituendo “rese” a “energia”.
Se non riesco a coprire tutto questo bagaglio di bisogni il sistema non sta in piedi. La coperta, se si sbaglia la progettazione, risulta immediatamente troppo corta.

L’agricoltura “tradizionale” tende a concentrarsi sulla resa economica – dato drogato dagli input degli “incentivi” all’agricoltura – a spese dell’ambiente e del contesto sociale (vedi uova alla diossina e varie forme monopolistiche).
L’agricoltura “alternativa” tende a concentrarsi sulla resa del contesto sociale (siamo tutti convinti di salvare il mondo) e, a volte, onestamente, a quella dell’ambiente. Per sostenere la resa economica rimane solo da appoggiarsi a sovrastrutture organizzative accessorie che appesantiscono la progettazione, spesso la deviano, più facilmente ne drenano le energie inficiandone ulteriormente le rese. Anche quelle che coinvolgono il contesto sociale.

Ci sono dei parametri di scala che vanno valutati in fase di progettazione, il rischio è “l’insostenibile sostenibilità” di una tecnica che diventa fede, politica, ideologia o, nei casi peggiori, green-business. Escluso l’ultimo, tutti questi elementi positivi sono, a mio parere, scontati in una progettazione in permacultura. Talmente scontati da essere trattati in maniera oggettiva e tecnica. Come un tavolo.
Il tavolo c’è, conosco le sue funzioni, i suoi impieghi, i suoi limiti, com’è fatto. Non ho bisogno di gravitarci intorno tutto il tempo o di dedicargli chissà quali attenzioni. So che ci mangerò sopra, non ho bisogno di osannarlo o decantarne universalmente le qualità ogni volta che ci appoggio su un piatto. E’ un tavolo, sono fortunato ad averlo.
Questo dovrebbe valere per qualsiasi “credo”.

Toby Hemenwey (formatore e progettista in permacultura autore di “Gaia’s Garden” – il libro che avreste voluto leggere al posto di “Introduzione alla Permacultura”. Cosa che avrebbe evitato a centinaia di persone di dare la caccia al Tagasaste o di ipotizzare lo sfondamento del soffitto dell’inquilino del piano di sotto per creare una doccia-serra dal design giapponese per il recupero dell’acqua) ha scritto un’interessante articolo sulla sostenibilità urbana opposta alla sostenibilità rurale e sulla forza e duttilità delle tecniche di progettazione in permacultura.
L’ho anche tradotto (colpa di Cristiano) ma è rimasto intrappolato nel mio portatile attualmente in coma farmacologico.**

Esistono centinaia di realtà “alternative”, progettate secondo parametri non convenzionali, in Italia. Un universo frammentato, multicolore. Si pensi a realtà storiche come Bagnaia, Urupia, Ontignano, Alcatraz, Cascina Santa Brea, il Bianconiglio, Zebra Farm, il Grembo, a singoli come Fabio Pinzi o a situazioni più “informali” come gli Elfi. Ci sono, esistono.
Funzionano? Si, no, chissenefrega. Io sono contento che esistano.
Credo che chiunque sia entrato in contatto con queste realtà se ne sia fatto un’idea personale ma non è questo lo spazio per analizzare la questione.

Quello che io trovo fondamentale per la sostenibilità di un’impresa sostenibile (scusate il bisticcio) sia il rifarsi ai patterns, ai modelli sia naturali – per ciò che riguarda gli aspetti ecologici e culturali – sia a quelli sociali ed economici. Le realtà sopracitate determinano dei modelli di riferimento analizzabili. Nessuno di noi inventerà mai più l’acqua calda…

Quando il problema è di carattere gestionale-economico, probabilmente l’errore è in una lettura di questi modelli o nell’adozione di modelli esistenti “tradizionali” non integrabili in una progettazione che ha basi, obiettivi e origini completamente diverse.
(Il motivo per cui Odum riuscì a dimostrare la maggior “resa” di un ambiente naturale rispetto ad uno coltivato fu la modifica dei sistemi di analisi di “bilancio”)

Il problema è che la progettazione si gioca su linee di confine molto nebulose.
Pensiamo ai pannelli fotovoltaici: Energia pulita “verde”, una possibilità di indipendenza e resilienza energetica. Ma i costi, la resa, l’impronta ecologica in fase di produzione e la loro applicazione su quali schemi di modello si muovono? La loro applicazione progettuale ha sempre un senso? O potrei ottenere un miglior impiego “permaculturale” del mare di energia che il sole ci riversa addosso raccogliendola e conservandola in altri modi?
Un motorino di nuova generazione inquina meno di uno vecchio, ma se io prolungo la vita di quello vecchio non evito che si debba costruire un motorino nuovo?
Lo stesso discorso è applicabile a tutte le altre energie che devono entrare nel nostro sistema (soldi compresi… che pur sempre energia sono).

La permacultura nasce in Australia dove, creare dal nulla una collina o un invaso d’acqua di 1000mq è cosina da nulla in un progetto più ampio di riforestazione e biorimediazione di una proprietà che ha estensioni territoriali simili a quelli di una provincia italiana.
Ma qui, appunto, siamo in Italia e i modelli sono in scala. Ma non solo. Nell’individuazione dei modelli noi abbiamo un bagaglio storico-culturale che, se da una parte è vincolo, dall’altra può essere un’enorme risorsa.

Io vedo una serie di problemi collegati allo sviluppo e alla gestione di progetti di sostenibilità energetica*** alternativi.

Il primo è legato a forme di “abitudine mentale” collegabili a pattern disfunzionali.
Un esempio classico è, a fronte del desiderio di iniziare un’attività di tipo agricolo, tuffarsi immediatamente in uno scontro diretto con il sistema agricolo attuale coltivando cereali perché agricoltura=cereali. In realtà i bisogni e la sostenibilità agricola risiedono spesso nella riduzione della coltivazione cerealicola non nella sostituzione del sistema di coltivazione. Questo è un po’ la falsa illusione dell’agricoltura Biologica.

Il secondo è legato a forme di business “alternativo”. Il classico ragionamento del “faccio cose, vedo gente, organizzo dei corsi, chiamo i wwofers, faccio un campo di volontariato internazionale…”. Tutte attività preconfigurabili come “precariato sostenibile” su cui non si può sicuramente basare una modifica dei modelli socio-economici e la sostenibilità di un progetto. Se di sostenibilità stiamo parlando stiamo parlando anche di resilienza e di capacità di modifica al cambiamento, se per qualsiasi motivo ad un certo punto dovessero mancare i volontari o questi ci costassero un botto in pranzi e cene che fine farebbe la nostra sostenibilità? Lasciamo stare la questione corsi che con la crisi economica e la maggior parte della popolazione insediata in grandi centri urbani dovrebbe assumere caratteristiche assolutamente mirate ed accessorie.

Il terzo è legato ad una forma molto italiana di provincialismo. Vediamo e studiamo cose interessanti e di valore all’esterno e cerchiamo di replicarle qui da noi (cosa spesso valida) ma tendiamo a dimenticare la specificità delle scale e dei modelli. E’ notevole come questo succeda in maniera democraticamente trasversale tra le categorie ideologiche. Leggo Fukuoka e cerco di riprodurlo facendo finta che non esista l’inverno e che ci sia una stagione dei monsoni. Vedo i successi(?) degli OGM e cerco di introdurli in Italia senza considerare l’impatto su un’agricoltura di dimensioni medio-piccole ed un territorio assolutamente disomogeneo. L’importante è essere ideologicamente “hipe”. E questo ci porta al punto n° quattro.
Le persone che spesso agiscono questi progetti di cui anch’io faccio parte.
Siamo quasi tutti cresciuti negli anni ’80, la teoria del “contenitore” ci pervade. Creiamo vuoti da riempire, siamo compulsivi. Spesso le scelte che facciamo sono di rifiuto dei modelli esistenti ma stentiamo a crearne di nuovi cadendo spesso nell’emulazione di modelli già dismessi – come il fascino di una stolta autarchia – e, quando lo facciamo spesso tendiamo a cercare di ignorare il contesto che ci circonda o ci dissanguiamo, novelli Savonarola e Giovanne D’Arco autodafé, per combatterlo.

Buckminster Fuller sosteneva che per cambiare un modello non serve combatterlo, devi renderlo obsoleto.
Sono convinto che questa sia la chiave di lettura giusta. Ma per rendere obsoleto un modello bisogna comprenderlo a fondo e introdurre le persone al nuovo modello alternativo che deve rispondere, comunque, ai loro bisogni non solo alle loro ideologie.
La permacultura è in grado di creare modelli nuovi e migliori degli esistenti, più efficienti ed efficaci ma per farlo deve rimanere strettamente collegata ai modelli ed alle scale mettendo in rapporto le energie e le rese del territorio, selezionando quelle più resilienti e preservandole in cicli regenerativi.
I progetti vanno fatti considerando le energie del micro-territorio in cui ci si insedia. Gli ideali sono le lenti con cui analizziamo ed osserviamo la realtà, non sono la realtà. Un po’ la storia del dito e della luna…

Noi stiamo iniziando il nostro progetto.
Non sappiamo come andrà a finire o come si estenderà nel tempo (anche se i risultati negli spazi minimi ed instabili degli ultimi 6 anni sono incoraggianti). So che l’obbiettivo è dare alla nostra famiglia un’alta qualità della vita ed avvicinare il nostro ettaro di terra alla migliore approssimazione dell’Eden.
Non disponiamo di ricette salvifiche o funzionali possiamo solo dire che sono stati fondamentali diversi aspetti:
Né troppo terreno né troppo poco.
Non troppo lontano da centri abitati.
Tempi medio-lunghi per raggiungere una situazione di bilanciamento dinamico.
Semplificazione fiscale.
Capacità di produzione di beni di scambio con la rete locale.
E poi… c’è tutto l’aspetto filosofico, naturale, estetico ed etico ma, spesso, per realizzare un sogno bisogna dimenticarselo per poi riscoprirlo come sorpresa in ciò che si sta facendo.****

E, ragazzi, ricordatevi la scala ed i modelli!

Le Note a piè di pagina

* Se Tiziano Ferro fa notizia facendo coming out sulle sue preferenze di genere vorrà pur dire che l’outing si può fare anche sull’ovvio…

** Il mio laptop del 2004 ha deciso che 7 anni sono troppi e, per ora, ha l’encefalogramma piatto… sappiatelo… se avete fretta di contattarmi vi conviene chiamarmi direttamente. E perdonatemi se mi dimentico delle cose… sono nel suddetto laptop e le connessioni con posta ed internet sono seriamente ondivaghe ed incerte.

**** Sia chiaro che quando parlo di “rese”, “risorse” o “energie” ne parlo nel senso più ampio del termine (cibo, combustibili, elettricità, soldi, reti sociali…). E, per proprietà transitiva, tutto ciò che determina il nostro benessere in un sistema dotato di un bilanciamento dinamico. Mentre, per “bilanciamento dinamico” intendo una situazione in cui la sostenibilità reciproca dei vari attori è garantita dallo spostamento continuo del fulcro. Se il bilanciamento fosse determinato da vettori fissi, secondo le leggi della termodinamica, si arriverebbe ad una situazione di “morte termica”. Sembra assurdo ma capita… anche nelle relazioni tra le persone. Un esempio classico in natura è dato dalle foreste, finché sono giovani sovraproducono “energie”, allo stadio di maturità ciò che producono consumano arrivando ad uno “zero termico” che inizierà inevitabilmente un processo regressivo fino a non entrare nuovamente in una rigenerazione…

**** Anche se non sembra in questo articolo si parla di soldi ed ecologia. Economia ed ecologia hanno la stessa radice greca “oikos”, casa, ad indicare lo studio del modo in cui si gestiscono le attività della vita siano esse umane e finanziarie o vegetali, animali o biochimiche. Siamo seduti su uno sgabello le cui gambe sono tutte queste attività… non considerare una può voler dire trovarsi a gambe all’aria con una commozione celebrale durante un pranzo di gala.

07
ago
10

Vorrei Vivere Così…

Risponde sempre la solita segreteria telefonica dell’OrtodiCarta. Loro sono sempre in giro a recuperare roba, a buttarne altra e a vagare persi tra gli uffici della burocrazia ma forse tra un po’ qualcuno sarà in grado di rispondere alle mail e a scrivere qualcosa che appaia vagamente sensato.
Sono una segreteria telefonica e quindi non sono autorizzata a fare dell’ironia su quest’ultima frase…
Tra le incombenze sgradite che mi hanno appioppato c’è quella di declinare l’invito di Medo (stanno veramente incasinati ‘st’imbecilli…)

Per chi volesse comunque bearsi nella prosopopea inconcludente e vagabonda di Nicola può sintonizzarsi su Radio2 alle 16.30 dove apparirà (in radio?) nella trasmissione di Lucia Cosmetico “Vorrei Vivere Così”.
Nicola ci tiene a ringraziare Lucia e a scusarsi per la sua insipienza endemica.
Alla prossima.

….. BeeeeeeeeeeP!

06
mag
10

Mollemente umidi arriveremo a Giugno

Quattro giorni di pioggia e vento mi stanno quasi facendo fare pace con il non essere alle prese con semine e trapianti.
L’orto che abbiamo aiutato a nascere a Casa Ubaga mi ha permesso di rimettere le mani nella terra (anche se va detto: con una marea di sassi… i tondini sono stati piazzati esaurendo in breve tempo tutto il repertorio di bestemmie del piemonte, della liguria, della campania, dell’umbria e della toscana…).
Che poi uno dice: “mi faccio l’orto sinergico così poi non lavoro più la terra… le piante si riseminano da sole. Creo un bell’ecosistema che minimizzi la necessità degli input…”
E poi si trova ad aver voglia di farne un’altro. E un’altro. E un’altro.

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Intanto, adesso, sono a casa a guardare la pioggia dalla finestra.
Mi coccolo con un caffè caldo assumendo la classica postura del dandy decadente di campagna: mollemente appoggiato allo stipite della porta mentre guardo, attraverso il vapore del tazzone, la campagna appena rasa al suolo assieme ad una 50 di fuchi dell’arnia da un’energica spazzata di RoundUp data dal vicino… Questo incrina un po’ il delicato gusto melanconico che stavo cercando di creare con rivoli di bile inacidita.
Mi consolo pensando che ci stiamo organizzando per il trasloco e riassumo la postura melanconica.

Guardo verso il pollaio. L’immagine filtrata da una sottile e persistente cortina di acqua degna del Devonshire mi rimanda un paio di palle nere che rimbalzano su e giù in una nuvola di penne nere. Definitivamente non c’è nessun rispetto per la mia postura da annoiato gentleman di campagna.
Mi lancio sotto la pioggia a dividere la gallina nera dalla faraona (ipoteticamente maschio… quindi un faraone). Sto carognone ha scoperto un paio di settimane fa che quella che lui pensava essere una sua sorella è invece una grassa pollastra… lo shock è stato troppo e lui si è trasformato in un serial killer. A poco valgono le rimostranze del gallo che, grosso la metà del maniaco omicida, scappa subito a gambe levate… Li separo ed isolo le faraone in un’altra zona del giardino. Appunto per me stesso: nella prossima casa recintare l’orto, costruire un pollaio ad arca per le galline e nidi sugli alberi per le faraone invece di recintare le galline e le faraone… che se la smazzino libere per i campi…

Torno in casa avendo definitivamente perso “l’attimo”… più che un annoiato Oblomov sembro Rambo appena sorto dal fango della palude (non si capisce perchè Rambo abbia una giacca da camera in questa mia personale versione, ma tant’è…)
Torno al computer a cercare di preparare un po’ di materiale per il proseguo dell’ “OrtodiCarta Summer Tour” che sta entrando nella fase calda (poi ci si darà una calmata visto che saremo alle prese con il nuovo campo di gioco).

Il programma prevede:
9 maggio
“Università del Saper Fare” – Laboratorio di Agricoltura Urbana (Rizomi)
15 maggio mattina
“Food Express” – Programma di Elena Pugliese su RadioFlash
15 maggio alle ore 15.00
“Centro Studi Sereno Regis” – Conferenza sull’Agricoltura Sinergica (Kanbio) a seguire aperitivo “degli orti”
20 maggio
“Casa del Bosco in Collina” – Intervento all’interno del corso di Permacultura di 72h (Saviana Parodi – Stefano Soldati)
21 maggio
Carpi in Transizione – passo da quelle parti a trovare degli amici sulla strada per Monteveglio e s’approfitta per confrontarsi un po’
22 – 23 maggio
Monteveglio in Transizione – Laboratorio “Facciamo un orto”
28 – 29 – 30 maggio
Carimate in Transizione – Laboratorio “Facciamo un orto”

…a giugno ci sono ancora paio di appuntamenti Torinesi e poi basta…
Nel frattempo avrò lavato e stirato la giacca da camera ma temo che sarà già ora della canotta e le infradito…

PS. – per chi si chiedesse perché infesto il mondo con la mia presenza:

Coltivare
/kolti’vare/ o cultivare v. tr. 1 Lavorare il terreno affinchè produca piante, frutti. 3 Esercitare, educare, formare. 4 Nutrire un pensiero, fomentare una passione.
(il Nuovo Zingarelli)

…a me basta.

12
feb
10

Calendario

QUESTO è UN POST AD AGGIORNAMENTO CONTINUO: quando scomparirà sarà sufficiente cliccare sul tappo a destra per essere riportati qui…

Ci sono alcuni buoni motivi per cui, se vi siete aspettati in tutto questo tempo articoli, risposte puntuali a mail o post di approfondimento su tecniche assurde come la cristallizzazione dei processi molecolari dell’azoto, non avete potuto godere nulla di tutto ciò…
Il primo motivo (tanto per ripetersi) è che stiamo girovagando per dare un limite alla ricerca di una casa “stabile”.
Il secondo, collegato comunque al primo, è che, non aspettandoci di poter proseguire con il nostro orto, ci stiamo attrezzando per disperderci nel mondo a supportare chiunque voglia farne uno.
Realizzare il calendario non è cosa semplice…
Allo stato attuale il programma costruito dai tre dell’ave sinergia (me stesso, l’amico G ed il biochimico Enzo) prevede:

25-30 marzo
corso di primo livello di Agricoltura Sinergica

presso la comunità ACF di Burolo (Ivrea, To)
info e adesioni – Anna – 3482757250
burolomcf@gmail.com

 
2-6 aprile
corso di primo livello di Agricoltura Sinergica

presso Villaggio Verde – Cavallirio (Novara)
info e adesioni – Mirai – 3337639262 – 0163.80447
info@villaggioverde.org
 
8 aprile
Stage di Agricoltura Sinergica
nell’ambito del corso di Progettazione in Permacultura di 72h tenuto da Saviana Parodi, Stefano Soldati e Luca Denti
presso Casa del Bosco in Collina – Rocca De Giorgi (Pv)
info e adesioni – Albert – 3337027486
casadelbosco@gmail.com

14-18 aprile
corso di primo livello di Agricoltura Sinergica

presso casa di Laura e Claudio – Cumiana (Torino)
info e adesioni – Margherita – 347.1962236
ziamarga@gmail.com
 
23-24 aprile
convegno-dibattito orti condivisi e laboratorio di agricoltura urbana

presso SpiazziVerdi – Venezia
info e adesioni – 348.9312475 – 041.5239711 – 041.5232309
www.spiazzi.info spiazziverdi@gmail.com
 
29 aprile – 3 maggio
corso di primo livello di Agricoltura Sinergica

presso casa di Roberta – Pieve di Teco (Albenga – Im)
info e adesioni – Roberta – 349.6111169
lija@libero.it
 
sabato 15 maggio pomeriggio
convegno-dibattito su Agricoltura Sinergica

presso Centro Studi Sereno Regis – Torino
per info – ass. Kanbio
kanbio@libero.it
 
22 maggio – 23 maggio
l’Orto in Transizione

Monteveglio (Bologna)
info e adesioni – Monteveglio Città di Transizione

 
28 maggio – 30 maggio
l’Orto in Transizione

Carimate (Milano)
info e adesioni
carimateintransizione@gmail.com Carimate Città di Transizione
 
12 maggio
Rizomi – Laboratorio di orticoltura urbana

Laboratorio gratuito a numero chiuso – Grugliasco (Torino)
info e adesioni – 011.4015303
elena.casassa@comune.collegno.to.it
   

…molte delle date sono ancora in via di definizione ed altre potranno aggiungersi (forze fisiche ed intellettuali permettendo).
Per tutte le possibili info: iosononicola@gmail.com – 339.7123111

26
gen
10

A Pattern Language

Per chi si fosse perso delle puntate stiamo cercando un nuovo luogo dove trasportare il nostro carrozzone circense di esistenzialità pittorescamente confuse.
Il gioco è complesso. Prevede la mediazione di mille idee e centinai di riferimenti; miriadi di aspettative e di obbiettivi comuni e/o personali.
E siamo solo in due adulti.
Tu pensa se fossimo un gruppo che decide di colonizzare un vecchio borgo o alcune famiglie che decidono di lavorare per modificare il paese in cui vivono (vi vengono in mente degli esempi?…)

Gli schemi di riferimento potrebbero sovrapporsi creando una ricchezza enorme, a crescita esponenziale. Spesso quest’eccesso, positivo, di stimoli potrebbe avere delle controindicazioni. Controindicazioni che si potrebbero presentare come incomprensioni (diciamo la stessa cosa ma non condividiamo un vocabolario comune), staticità e conseguente “morte termica” (una sorta di sindrome di Standhal per eccesso di idee) , mediazioni al ribasso (alla ricerca di un terreno comune le idee vengono progressivamente abbandonate alla ricerca di un minimo comune) o più o meno palesi imposizioni di idee dominanti.
La progettazione condivisa, anche in una coppia, non è robetta…

Una delle basi di una progettazione di gruppo (o di coppia) è la condivisione di un vocabolario che permetta a tutti di assegnare il medesimo significato alle parole ed alla realtà che si sta andando a creare.

Nelle progettazioni in Permacultura si pone molta enfasi sui “pattern” che dovrebbero andare a generare il vocabolario della progetto che si vuole sviluppare.
I pattern sono forme, archetipi, modelli naturali con cui generare un sistema che sia il più prossimo possibile alle caratteristiche di un ambiente ecologico, che di quest’ultimo condivida la stabilità e la rigenerabilità.
Questi pattern andranno poi compenetrati in una progettazione a zone e settori… una cosa non immediatamente comprensibile in effetti… soprattutto tenuto conto che, tra gli attori con cui stiamo progettando, è compreso quello meno loquace ma più significativo di tutti: la natura stessa.

Ma esistono pattern più elementari anche se, e forse proprio per quello, meno naturali. Sono i pattern con cui si creano le comunità di uomini e donne, i pattern con cui in queste comunità (che siano ecovillaggi, paesi dell’hinterland comasco o zone di espansione metropolitane) realizzano spazi comuni e spazi privati.

Nel 1977 l’architetto Christopher Alexander pubblicò “A Pattern Language”, ancora oggi uno dei best seller di architettura.
“A Pattern Language” è la raccolta di 253 pattern componibili liberamente all’interno di una progettazione. Che il vostro obiettivo sia la creazione di una nuova regione geografica, di una città o del bagno di casa, seguendo in maniera interattiva i pattern chiunque, anche non in possesso degli strumenti di conoscenza “formali”, è in grado di partecipare alla creazione attiva che porterà all’opera compiuta. O nei pressi.
Le istruzioni per utilizzare “A Pattern Laguage” sono elementari, architetti, ingegneri, geometri svolgono funzioni puramente maieutiche (sempre che siano in grado di farlo…) mentre è il gruppo che crea un suo linguaggio e, con esso, il proprio spazio vitale.

“A Pattern Language” è online utilizzabile da chiunque (amministratori comunali compresi).

Non è la stele di Rosetta.
Non è la pietra filosofale.
E’ un metodo aperto.
Un vocabolario per facilitare la creazione di una grammatica del vivere.
Fatene buon uso.

AGGIORNAMENTO: Come giustamente mi fa notare Medo, l’accesso a “A Pattern Language” commporta una sottoscrizione di 5$ (che poi non è molto tenuto conto di come sta il dollaro…) Sottoscrizione che da l’accesso al work in progress portato avanti da Alexander et. al.
Altro sito interessante collegato a “A Pattern Language” e quello di “Building a living neighborhoods” dove il sistema viene ampiamente descritto e c’è parecchio materiale… scusate.

15
ott
09

Viraling Me

(Ok… viral non è un verbo benchè se ne discuta…)

Sto preparando zaino, sacco a pelo, semi e files da trasportare a zonzo.
Questo vuol dire che per qualche giorno non sarò raggiungibile via internet. Potevo perdere l’occasione di lanciare un’altro sasso e nascondere la mano? (questo gioco perverso ha già colpito equipaje e lemondora…)

Su Terranauta esce l’ennesima infilata di parole che dovrebbe aggiungere elementi al Post “Chi viene in spiaggia?
O forse no?…

Saluti rizomatosi! ;)

21
lug
09

Città fruttificate

Si sa… sono strano a vedersi, vado in giro con dei vestiti buttati addosso e, tendenzialmente, con delle strane pettinature… mi faccio la barba ma non troppo spesso… E si sa, ho un mezzo flirt con il concetto di “Transizione”.

Nel senso… non che mi dispiaccia l’idea di isolarmi dal mondo cercando rifugio tra i miei simili (anche se di opossum qui se ne trovano pochi) o darmi all’eremitaggio.
Stimo ed apprezzo realtà come gli elfi piuttosto che le varie comuni e/o ecovillaggi che siano ma, da buon opossum, li trovo un po’ scontati.

Fermi. Non mi picchiate.

Scontati nel senso di “ovvi” (sto aggravando la mia posizione? Forse…).
Cioè, io trovo altri 5, 6, 20 opossum con cui condivido ideali, filosofie, pratiche… ci mettiamo tutti insieme e facciamo ciò che ci pare lontano dagli altri. A scelta, questo “ci pare” lo condividiamo o meno con il mondo esterno. Così com’è o mediato da filtri socio-economici… come enclave chiusa o come nucleo “rivoluzionario”, come riserva indiana o come fucina di diversità esportabile…
Va tutto bene… ma mi ha sempre dato l’impressione di essere un po’ “facile” (ovvio che non lo è… già solo trovare altri 3 opossum è un gran casino… condividere con loro l’esistenza, pure…)

Nella “Transizione” io ci vedo qualcosa di un po’ diverso.
Ci vedo l’opossum che si trova a dover fare i conti con il fatto che il suo territorio è uno schifo.
Seriamente, è un vero schifo. Ci sono pecore, cinghiali, tapiri ed un paio di condor. Sulla base di questo, l’opossum, non cerca una mediazione, un punto x in cui tutti abbiano perso qualcosa di se in favore di un bene “collettivo”. L’opossum inventa un “collettivo” diverso. Uno in cui le regole, gli immaginari, le aspettative e le responsabilità siano diverse.
Non cerca una nuova foresta dove andare a stare, ma ricolora quella in cui è (che di foresta ha ben poco in prima istanza) uscendo (possibilmente non da solo che sennò rimane nell’alveo delle masturbazioni mentali*) dal meccanismo dello scontato. Che poi, in definitiva, è quello che frega un po’ tutti…

Si dà per scontato che un sistema (il condominio, il paese, la città…) funzionino in un determinato modo e che non possano cambiare. A quello ci si uniforma o si combatte facendo la pipì (idem*) tutti i giorni sulla siepe del vicino per portarla ad uno stress da eccesso di azoto…
In realtà, i sistemi sono ormai così vecchi e “disorganizzati” che (riuscendo a prenderne un minimo le distanze e con un po’ di fantasia) lasciano intravvedere centinaia di “nicchie” da colorare, immaginare… occupare.

Un esempio?
Sheffield, inghilterra.
Non è un posticino idilliaco… sono 516.000 abitanti circa e la città è nota per le acciaierie (avete presente le posate in acciaio?… ecco, loro… no, non vi sto dicendo di comprare una lama di Sheffild da usare sul vicino…).
La prima pagina del giornale locale di oggi riporta la notizia di una ragazzina di 15 anni ripetutamente violentata… insomma: un posto come un altro, scegliete voi una città medio-grande italiana e la differenza è data dalla qualità della pizza e della birra…
Bene… a Sheffield il gruppo spontaneo Grow Sheffield (collegato al gruppo Transition Sheffield) da anni pratica una sorta di Guerrilla Canning vagolando per gli alberi della città e raccogliendo tutta la frutta che trovano per poi redistribuirla, trasformarla in conserve o compost per gli orti.
L’organizzazione è di una precisione militaresca ed il seguito notevole. (con militaresca si intende il militaresco di “Operazione Sottoveste”…)
pettycoat384
Ora, se ne sono usciti anche con il manuale su come esportare il progetto (se non masticate l’inglese… guardate le figure: l’illustratrice ha fatto uno splendido lavoro!)

Rimanendo in tema di pubblicazioni sulla produzione alimentare in Transizione:
Transition Totnes ha realizzato la pubblicazione di un’approfondito studio dal titolo “Può Totnes produrre il proprio cibo?
E, con colpevole ritardo comunico che, Transition Italia ha tradotto l’ottimo testo “Food and Farming Transition: Toward a Post-Carbon Food System” del Post Carbon Institute.

Cambiando quasi discorso… quando il nichilismo tocca la devoluzione (sempre più convinto che sia una definizione veramente pessima…).
Sinceramente… sono convinto che così come “Il progresso non nasce da quelli che si alzano presto – il progresso si genera grazie a persone pigre che cercano modi diversi per fare le cose” (Robert Heinlein) buona parte delle energie di cambiamento non vengano dall’ottimismo e dalle “energie positive” quanto dall’essere un’opossum incazzato e creativo!

19
feb
09

Hit the road jack…

Sto organizzando le scartoffie, i cd, i libri e le idee.
Domani mi metterò in viaggio per Granarolo dove Sabato e Domenica mi incontrerò con i transizionisti di quei luoghi per discettare amabilmente di “quanti angeli possono coltivare la cruna di un ago” come correlato all’incontro a Monteviglio con Maria Luisa Bisognin dell’Accademia Italiana di Permacultura
…io sarò quello nascosto sul fondo della sala con naso e baffi finti. :D

Per chi è in zona Bologna e vuole partecipare i contatti sono:
Marco e Daria per la mia “infiltrazione”
Monteviglio Città di Transizione per la sede ufficiale ed il red carpet

Qui il link se avete bisogno di un passaggio… io, il mio, me lo sono già procurato!

…le api dovranno aspettare un’attimo…




L’ orto di carta

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