20
Lug
08

diario di campagna n°130

I meglio informati tra i gentili lettori di questo spazio avranno già capito che tra l’ultima puntata e questa probabilmente è stato messo in “archivio” del materiale che forse prima o poi verrà ripescato, o forse no.
Difatti, avrei dovuto raccontare degli eventi trascorsi in questa settimana: della disponibilità di Guido e Cristina ad ospitarmi per un paio di giorni mentre seguivo i lavori di Guido, del loro trionfante orto, del documentario sul viaggio di Fukuoka in India tradotto in un inglese improbabile da un giapponese, in cui l’arzillo vecchietto bacchetta a destra e manca degli avviliti aspiranti agricoltori naturali.

E invece no. Questa è roba che per ora mi terrò nella cartella “bozze”.
Chiamata così, senza un’apparente motivo, visto che le cose che ne escono normalmente non vengono neanche rilette, passano direttamente alla cartella “pubblicate” dandomi la sensazione di essere una persona ordinata.

Quello di cui vorrei parlare è comunque segretamente correlato a tutto ciò. Rientra in una serie di ragionamenti più o meno a voce alta occorsi durante il montaggio di una Compost Toilet nei boschi (non quella del link…).

Io non sono di quelli che credono che le biomasse salveranno il mondo dalla crisi energetica. A meno che non si inizi a coltivare ogni superficie possibile: autostrade, tetti e sedili posteriori dei SUV compresi. Ma in un contesto ridotto, per intenderci, in una progettazione in permacultura, sono convinto siano una risorsa fondamentale.

Solo di pacciamatura per l’orto ho già fatto andare 2 rotoballe.
Traducendo: 2 rotoballe= un tot di euri a prezzo di favore, un paio di trattori ed un mietitrebbia che sono andati su e giù per i campi, Roberto che si è sudato otto camicie… risultato in termini “energetici” negativo ed in più ho “rubato” la biomassa di un altro terreno… che come minimo era stato anche trattato chimicamente, anche se Roberto dice “poco”. Poi c’è la paglia per il pollaio gestito con il sistema Balfour (o quasi, diciamo un Balfour allo stato brado). Ci sono gli “scarti” verdi per il compost… La serie è quasi infinita ed io, sinceramente, non riesco a produrre così tanta biomassa. Tant’è che la devo acquistare o “saccheggiare” da altri ambienti (le foglie del bosco, le alghe dello stagno, lo sfalcio dei canali…). E’ quasi più il tempo che dedico al recupero di “roba vegetale” che quello che dedico all’orto (diciamo un rapporto di 3:1, e non fate dello spirito gratuito sapendo che non passo mai più di 30 min al giorno nell’orto…)

D’altro canto ho anche una serie di altri problemi. Un’infestazione quasi endemica di phragmites australis con radici fittonanti che arrivano anche a 1, 2 metri di lunghezza e non sai mai dove sbuchino fuori. Si, anche quella è biomassa ma per ora rientra solo nella categoria “rotture di balle”.

Fortunatamente come già nel caso di meristemi, qualcuno in internet fa un sano lavoro di divulgazione (facendomi anche vergognare un po’ della mia cialtronaggine). Se in più chi fa divulgazione è anche un soggetto “anomalo” io ci casco come una pera e mi appassiono. L’articolo che mi ha innescato una serie di riflessioni sulle biomasse e questo qui. Il soggetto in questione è questo qui. Marco deve essere un alieno. Laureato in Australia in produzione televisive, come tesi presenta un documentario sulle tecniche agricole alternative… dopodiché piomba in Sardegna e decide di dedicare buona parte della sua vita al Vetiver elaborandone analiticamente e con dovizia di dettagli le caratteristiche e le funzionalità. Un pazzo. Ma i suoi studi mi hanno permesso di rielaborare alcune strutture progettuali a cui mi mancavano dei pezzi.
Si pensi solo alla possibilità di utilizzo del Vetiver nella fitodepurazione, nella creazione di barriere naturali (anti-erosione o anti-infestanti), nelle applicazioni come consolidamento dei terreni… Io mi sto già sognando un sistema Yeomans in cui i bacini sono “retti” da barriere di Vetiver da cui posso attingere “biomassa” a ciclo continuo… si, non sono convinto che le biomasse risolveranno i problemi su scala globale… ma su una buona progettazione di fattoria a “ciclo chiuso” probabilmente sono una bella svolta…

E poi, finalmente, un sito di divulgazione in italiano, comprensibile e fatto da chi sta nel campo…

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10 Responses to “diario di campagna n°130”


  1. 1 Gianluca
    luglio 21, 2008 alle 1:44 pm

    w w w le recensioni in italiano!!!!
    ma siam contadini o linguisti?!?!?!?! vabbè, neppure tanto contadini ma solo se vogliamo proprio spaccare il capello in 4 😀
    Comunque sono anche io a favore delle informazioni facilmente fruibili e possibilmente nella nostra lingua madre.
    Ciao Nicola, è proprio vero che le stranezze son destinate ad attirarsi a vicenda, e meno male che in questo mondo dove tutto è fatto in serie c’è ancora spazio per chi riesce ad uscire difettoso quel tanto che basta da poter osservare ciò che lo circonda con un briciolo di spirito critico e sana curiosità 🙂
    Ciao a tutti

  2. 2 Gianluca
    luglio 22, 2008 alle 10:29 am

    ciao Nicola,
    secondo te (terzo me, ma primo chi cavolo è?!), Marco sarebbe disposto a commercializzare le sue piantine di vetiver spedendole quì sulla terra ferma con il rischio che alcune muoiano durante il trasporto? Da quello che ho visto per la messa a dimora delle nuove piantine, anche se la vetiver può diventare molto grande, non servono mazzeti molto formati/lunghi , di conseguenza anche l’imballo di spedizione non dovrebbe essere mastodontico (e quindi carissimo)
    In fondo se la piantina è del tipo “iper resistente” dopo che l’ha rasata (ti raserò ….. l’aiuola), tolta dal terreno con un briciolo di radice, insacchetta in una busta di plastica con un pò di segatura umida (quì in liguria il basilico te lo spacciano così), messo i sacchettini in una scatola o in un cartone protetti da un pò di plastica con le palline d’aria (sarebbe quella anti urto e credo abbia anche un suo nome, ma non me lo ricordo proprio), che problema ci sarà a spedirla ?!?!?!?!

  3. 3 Gianluca
    luglio 22, 2008 alle 10:30 am

    Lo so sembra la tratta degli schiavi, dove si stipa al massimo il mezzo già sapendo che una parte del “carico” arriverà morta a destinanazione, ma non mi viene nessun altra idea.
    Ovvio se il prezzo delle singole piantine è stratosferico lasciamo perdere, ma al contrario se è una cifra onesta, la spesa della spedizione me la accollo molto volentieri e pur sapendo che qualche piantina potrebbe rimetterci le penne confiderei sulla presenza di sopravvissute.
    Io fossi in te farei colonizzare abusivamente alle vetiver alcune zone di argine (da quello che ho visto sul sito dello spacciatore milanese sembra che in liguria siano appunto state utilizzate per consolidare gli argini di alcuni corsi d’acqua) dopo di che provvederei alla periodica raccolta di biomassa 🙂
    Tu che ne pensi, si può proporre ?

  4. luglio 22, 2008 alle 11:04 am

    Non so risponderti, in fondo mica faccio l’intermediario 🙂
    dovresti chiedere a lui, mi pare un tipo molto disponibile. Sull’utilizzo che potrei farne io… come al solito, sto aspettando una risposta definitiva per un nuovo posto dove realamente potrei fare un bel progetto di recupero delle acque attraverso microbacini consolidati e depurati dal vetiver… o comunque una roba così…

  5. 5 Gianluca
    luglio 22, 2008 alle 1:37 pm

    ma come, posibile che uno con il tuo senso imprenditoriale non si è ancora messo a fare il sensale 😉
    Ho seguito il tuo consiglio e ho chiesto a Marco se commercializza la vetiver e se ha già effettuato delle spedizioni “in continente”, spero che la risposta sia un bel si ad ambedue le domande.
    Ti farò sapere ed eventualmente ti giro qualche piantina che avanza alla prima occasione 🙂

  6. luglio 22, 2008 alle 1:50 pm

    Il mio spirito imprenditoriale a fatto si che adesso dovessi zappare la terra per riuscire a mangiare 🙂 Sono felice e sto bene soprattutto perchè non devo più tirarlo in ballo!

  7. 7 Gianluca
    luglio 22, 2008 alle 2:02 pm

    sarà ma due rotoballe per un pò di facchinaggio io lo considero ancora un affare 😉
    spero che Marco risponda così forse riuscirò a ridurre, a basso costo, la pendenza del nuovo orto ed a togliermi la mini palude generata dalla frazione liquida della IMOF (che ci vuoi fare, io non ho un corso d’acqua a portata di mano)

  8. luglio 22, 2008 alle 2:16 pm

    SI,Si e ancora si, spedisco in tutta Europa: non c’è bisogno nè di segatura umida nè di polistirolo; cartone riciclato: 200 piante a pacco per circa 30 Kg di peso, le piante resistono nel secchio con l’acqua anche per un ANNO (provato). I costi sono Moolto ragionevoli e servono sia a disseminare la tecnologia che a rientrare di un pò di spesucce sostenute negli ultimi 12 anni….
    Il milanese che TU hai menzionato non vende le piante, le sistema la sua squadra a costi mooolto diversi, come fosse una sua idea! Fammi tacere che quello mena cause a tutto spiano!
    Parliamo d’altro che è meglio. Il consolidamento degli argini col vetiver è prassi comune, cambia solo il design di applicazione. Il design è il vero principe di questa tecnologia: è semplicissimo, si devono solo applicare 4 regole ed il gioco è fatto.
    Detto per inciso, esistono design applicativi anche per rinforzare il piede d’appoggio delle dighe in terra battuta che diventano eterne visto che l’erosione delle stesse è impossibile..
    Ancora grazie Nico che hai portato le mie idee più lontano di quanto non fossero.
    Marco

  9. 9 Gianluca
    luglio 22, 2008 alle 2:54 pm

    ciao Marco (il seminatore),
    per me 200 piantine credo che siano un numero esorbitante (devo consolidare l’inalzamento dell’orto, 1 metro per venti di lunghezza mentre la pozza della imof è al momento tenuta a bada dalle ortiche, ma loro son proprio antiestetiche e …. pungenti 🙂 ) ma se non hanno un prezzo esorbitante …. ben vengano, le piante sono un pò come i vecchi tubi da ponteggio, se le hai per le mani un posto dove adoperarle lo trovi sempre 😉
    se mi fai sapere quanto e dove/come inviarteli sarò ben lieto di fare la conoscenza della Vetiver
    per non rompere ulteriormente Nicola mandami tutto su asoraculnaig@libero.it
    Grazie ancora
    Gianluca

  10. 10 Vincenzo
    luglio 23, 2008 alle 9:02 am

    Eheheh..
    biomassifica, consolida, e se non sbaglio argina anche le cannizzole.
    più leggevo più dicevo “a questo serve il vetiver..”, e infatti… 😉


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