24
Set
08

i manuali del giovine autarchico n°12

Calore è passato a trovarmi, abitiamo veramente ad un tiro di schioppo (da intendersi alla lettera in periodo di apertura della caccia o se qualcuno sta malauguratamente cercando di seguire le orme de “il grande tiratore” di Kurt Vonnegut).

Non oso immaginare quale impressione si sia fatto trovandosi improvvisamente a metà strada tra un kindergarten per sociopatici ed un centro specializzato in riciclaggio di rifiuti ingombranti, ma avremo modo ed agio di confrontarci su questo argomento…

Devo confessare: io e Noemi siamo dei raccoglitori di “immondizia”, tendiamo ad intercettare qualsiasi rifiuto ingombrante amici e parenti cerchino di smaltire.
Tra i tanti pezzi della nostra collezione (tra cui uno stupendo catino completo di specchiera, porta asciugamani e bacile di scarico e alcune radio “vintage” che farebbero invidia a Meristemi) c’è una pila di copertoni… esteticamente riprovevoli ma definitivamente utili… quanto meno: più utili così che in discarica!

La risposta data alla domanda “Che ci fai con tutte quelle gomme” è stata un po’ riduttiva ed aveva a che fare con la coltivazione delle patate già accennata qui.
In realtà avrei dovuto articolare maggiormente… ma mi spiaceva infliggergli la mia terribile logorrea al primo incontro “fisico”.

Giusto per essere chiari da principio:
si, i copertoni rilasciano sostanze nocive. Ma. Il periodo di rilascio è direttamente collegato alla loro età. Un copertone vecchio è stato, nell’arco del sua prima vita soggetto, ad un processo di ossidazione ed a una serie di sollecitazioni che facilmente ne hanno scaricato la componente tossica.
Esiste persino uno studio finalizzato al recupero e riciclo dei copertoni usati nei filtri per l’acqua (via treehugger.com). La squadra dietro al progetto Earthship ha anche svolto una ricerca a riguardo in cui risulta minimo o addirittura trascurabile il rilascio di sostanze nocive.
In ogni caso se non vi fidaste, basta non usarli per coltivare specie edibili o rivestirne l’interno con teli di PVC (quello che si usa per le pacciamature sintetiche… ma non so se è meglio).

Le risorse:
Il top rimane, appunto, il progetto Earthship in cui però i copertoni sono solo parte di una struttura molto più complessa. Ma vale la pena darci un’occhiata…

La versione “minimal-sgangherato” è il riparo per gli ovini del Ranch Touch the Earth.

Un’altro uso interessante è un classico dei paesi dell’area mediterranea (non quelli dove il segno di riconoscimento di uno spirito ecologico sono le Birkenstock… gli altri…). I sandali di gomma… pressoché indistruttibili. Il sito è completo di schema per la costruzione.

Geniale soprattutto se abbinato ad una produzione di biomassa, una biomassa qualsiasi… chessò… il vetiver… l’impianto di fitodepurazione fuori-terra di Folke Gunter (I’m sorry mr. Folke, I don’t know how to put the double dot on the U…). Folke Gunter è uno degli animatori del forum sul biochar e la terra preta nonché un esperto di sostenibilità… da tenere d’occhio…

Poi ci sono gli usi ludici…
Di queste altalene io ho quella a cavallo… sembrano difficili ma con un buon seghetto alternativo è un po’ di capacità di astrazione potete risparmiarvi la spesa…
Se il vostro gusto personale vi fa apprezzare le scenografie anni ottanta della Carrà, allora non si può non consigliare queste “bellissime” fioriere in due design: la fioriera-fiore da appoggiare a terra o, per palati veramente forti, le fioriere-tucano a sospensione…

In realtà… i miei riferimenti più o meno seri sono questi:
Un articolo di backwoodshome.com sull’utilizzo in giardino dei copertoni usati con varie idee
E questa wiki con una buona serie di foto su come lavorare le ruote

Ce ne sarebbero altri mille… ma si finirebbe per essere ripetitivi.
Se la cosa, comunque, non vi convince vi consiglio a allora di dare un’occhiata qui. E’ il blog “costola” di un’ex professore dell’università di Ghent (Belgio) che ha deciso di continuare volontariamente un lavoro di “appoggio” ai suoi colleghi impegnati nei progetti delle Nazioni Unite contro la desertificazione.
Su questo blog raccoglie tutte le informazioni sui sistemi di coltivazione in “contenitori”….

E intanto, io, ho ancora una cinquantina di copertoni da sistemare in giardino e dall’esperienza di quest’anno con le patate ho imparato che non si devono mai fare linee rette… MAI.
Questo perchè, nella remota possibilità che un pioppo ti cada nell’orto, se le hai disposte a zig zag te ne perdi solo il 50% e non tutte…


20 Responses to “i manuali del giovine autarchico n°12”


  1. 1 Cristiano
    settembre 25, 2008 alle 11:23 am

    Vorrei dire che il fatto che tu non sarai con noi in questo week end di Transizione mi getta nello sconforto (poi mi riprendo eh) e che ho un caso di orto urbano senza sole sul quale vorrei che tu ti applicassi.

    C.ca 100 metri quadrati, case tutto intorno, alberi enormi a ovest, arriva luce, ma quasi mai sole diretto. Ci cresce un melograno che ti guarda da oltre la rete e ti trasmette telepaticamente il messaggio “ti prego, finiscimi ora, soffro”. Che ci si può fare con questo pezzettino di terra?

  2. settembre 25, 2008 alle 11:50 am

    Condivido sconforto e ripresa… ma conto che la mia assenza sia funzionale acchè ci si possa incontrare comunque prossimamente…

    Per i 100 metri quadri… direi che si può fare un po’ di tutto! Bhè… forse non conterei su una grossa produzione di limoni ed aranci😉 il resto è (sembra sciocco a dirlo) fantasia… se pensi che un paesino in val d’aosta ha risolto il problema di una posizione svantaggiata montando specchi sul versante opposto della valle… non credo si debba arrivare a tanto comunque…😀

  3. settembre 26, 2008 alle 12:51 pm

    “a metà strada tra un kindergarten per sociopatici ed un centro specializzato in riciclaggio di rifiuti ingombranti,”

    Mi ci riconosco! 🙂

    Ad esempio io sono affetto dalla sindrome del salvataggio-di-biciclette-e-parti-di-biciclette- funzionanti-recuperate-alla-locale-oasi-ecologica… ma non solo.

  4. settembre 26, 2008 alle 1:35 pm

    L’altalena Michelin è un must amazzonico. Esiste anche la versione ortolana del riciclo del copertone: il vaso da fiori in battistrada tagliato ed arrotolato ad hoc a forma classica di tronco di cono. Lamentablemente non l’ho fotografato, poteva offrire ispirazione.

  5. settembre 26, 2008 alle 1:41 pm

    Nicola, assolutamente positiva la mia impressione su di te e sulla tua splendida famiglia! Peccato che sono arrivato in prossimità del tramonto e il tempo e stato veramente tiranno.

    Sono stato invece impressionato dalla posizione del tuo orto, dal non aver notato il pollaio (ma solo le galline) e dall’essere circondato da tanti di quei pioppi da scaldarmi per almeno 20 anni.

    Insomma… devo tornare a trovarti!

  6. settembre 26, 2008 alle 3:22 pm

    Penso che il difficile non sia nascondere il pollaio e far vedere le galline, ma semmai il contrario…🙂

  7. settembre 26, 2008 alle 9:52 pm

    @ Meristemi – Sei tornato?! Evviva evviva!!

    @ Archimede – c’è un ragazzo africano (di cui non ricordo nè il nome nè il blog, cercherò…) che ha vinto una borsa di studio per poter finire la scuola costruendo un generatore eolico con vecchi pezzi di bicicletta… il generatore attualmente permette l’illuminazione della scuola del suo villaggio e del pc da cui gestisce il blog… Evviva gli scheletri di bici!

    @ Calore – Quando vuoi! Il pollaio non l’hai notato perchè sta in un cantuccio ed attualmente abbiamo optato per lo “stato brado” delle galline… AH! Ti sei perso anche la fornace degna dell’ultimo dei villaggetti vietnamiti.

  8. settembre 27, 2008 alle 12:50 pm

    Subito un paio di tucani a colori assortiti per il mio banano🙂

  9. settembre 27, 2008 alle 1:16 pm

    @ Calore: Si! E’ lui… grazie, mi hai risparmiato un tuffo nelle parti più profonde degli archivi!

    @ equipaje: attenta a cosa desiseri, potresti ottenerlo!😀

  10. 11 sb
    settembre 27, 2008 alle 5:24 pm

    un giorno di notte (cominciamo bene); ad un icrocio non so più dove, mi son fermato ed ho visto lontanamente uno scrigno del tesoro, appoggiato vicino al cassonetto del pattume. mi son fermato, ho aperto il baule della voiture ed ho cominciato a tirare il tesoro.
    poi mi son reso conto che era saldamente fissato al catrame della strada come uno che alla domanda “cosa hai fatto in faccia”?. “son scivolato su di una bava di ghiaccio e son rimasto intrappolato”. era il mese d’agosto. era un pastore di quelli che gli portano via le vacche perchè son “malate” e dopo quaranta giorni gli piglia un colpo. dopo quaranta giorni anche la moglie. tre giorni dopo i figli fanno fieno e gettano l’ultima forconata di materiale nel fienile e dopo un attimo comincia a piovere. poi dicono che son bestie e che non capiscono. hanno capito tutto quello che gli serve, e si accontentano di poco.
    dicevo; saldamente, al punto che pensai fosse pieno di tesori, invece era un cassonetto per le cartacce desaiggn.
    gli ho rigettato su un malleolo.
    ciau ne

  11. settembre 29, 2008 alle 12:42 pm

    Foto di tucano a zampe blu disponibile per banano brianzolo. Citofonare Meristemi.

  12. settembre 29, 2008 alle 6:34 pm

    E’ un banano ubicato decisamente a ovest del Seveso, dunque andiamoci piano con questa Brianza, ggiovine🙂

  13. settembre 29, 2008 alle 7:28 pm

    Il tucano, pòra bestia, stava in gabbia. Penso non si faccia scrupoli, freddo a parte.

  14. 15 sb
    settembre 30, 2008 alle 5:25 pm

    ggiovini italioti, ma sto tucano esiste veramente? pensavo ad una presa per i fondelli.

  15. settembre 30, 2008 alle 10:27 pm

    Il tucano Maltese, la materia di cui sono fatti i sogni… Dashiell Hammett per bocca di Humprey Bogart

  16. ottobre 1, 2008 alle 12:23 am


    mi tucán azul ayer se me perdió /
    pastando lo dejé /
    y desapareció

  17. 19 sb
    ottobre 1, 2008 alle 3:05 am

    come il corto maltese, che di sogni se ne intende. e dove abita, in una bettoniera?
    beton…bitumeuse.
    un dì mio fratello di sangue ed io andammo avanti parecchio tempo a dirci “beton”…bitumeuse”, ipnotzzandoci a vicenda, come un mantra. come per i pali del gassss. era magari l’effetto inebriante della seconda o terza giornata di ferie nella grecia. quella feria ho visto le masche, ho camminato su un riccio di mare, ho cantato l’internazionale con stavros, un sopravvissuto ai colonnelli, lui in greco ed io in italiano. poi si è rotto il cazzo, è salito sulla barca, ha dato una diecina di remate e dopo si è disteso facendosi trascinare dalla corrente fin sull’isola dove aveva dimora. lui solo. ho avuto questioni con la police portuale di ancona e di conseguenza con i camionisti tedeschi che aspetavno di salpare sul traghetto che ci aspettava. ci hanno guardato male sti camionisti, anche perchè i militi non fecero il loro dovere fino in fondo e noi sul traghetto si faceva sù cose vietate.
    comunque, quel primo maggio con stavros non lo dimenticherò più; tra i cocci dei piatti e quelle chiappone greche, tutte rigorosamente sposate o promesse, e mio fratello che diceva beton bitumeuse tra l ghirlande di fiori.
    se non avete mai visto un tucano con le gambe blu andate a drepano il primo di maggio, magari ci trovate pure il banano brianzolo, tra un litro ouzo e l’altro.
    ciau ne


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