10
Dic
09

I nostri padri, i nostri figli

Disclaimer: anche se sembra incredibile, non ho nessuna intenzione di giudicare nessuno dei tre. (spero di esserci riuscito)

Sono sulla banchina della linea 2 della metropolitana di Milano.
Sono le 10 di sera, o qualcosa di simile, se riuscisse a filtrare tra i neon.
Mi sono accodato a Luca. La missione comporta “l’intrusione” ad un incontro dell’associazione Orti in Conca per recuperare del materiale per la sua tesi.
Milano e fredda, ma non troppo.

Il tizio ha sui 60 anni.
Gli occhi inseguono un tunnel da cui non si trova uscita. In cui si trova rifugio.
Un cappellino della Nike con le cuciture e i bordi consumati.
Un giaccone delle mille nuance della polvere decorato da una marmorizzazione di macchie ton-sur-ton.
La visiera del berretto permette di concentrarsi sul rapido movimento delle labbra intente a masticare in ripetizione mantra cementizi.
Seguendo le linee del giaccone, a scendere, si giunge ad un paio di scarpe da ginnastica. La definizione precisa risulta complessa data la totale metamorfosi con il manto della banchina. L’effetto è quello di un giaccone che spunta direttamente dal suolo.
Ci fosse un vento reale e non il semplice spostamento d’aria dei treni di passaggio, l’effetto sarebbe quello di un cespuglio agitato dal vento.

Il tizio 2 ha sui 60 anni.
Gli occhi sono fissi in un punto focale non precisato percorsi da scariche elettriche di sinapsi.
Un cappotto di lana grezza antracite gli cade perfettamente dalle spalle. Le linee ripide ingentilite da una lunga sciarpa ecru morbidamente avvolta intorno al collo.
Sotto il braccio ha un’agenda di pelle da cui nascono abbozzi di fogli, appunti, idee, progetti, storie ed alcune riviste.
Ai piedi, un paio di Clarcks, o qualcosa di simile, dei colori della terra ammesso che vi sia terra da qualche parte in una metropolitana.
I capelli brizzolati naturalmente spettinati rendono il profilo come intagliato in una materia solida ma morbida. Come le pipe di schiuma.
Ci fosse un vento reale e non il semplice spostamento d’aria dei treni di passaggio, l’effetto sarebbe quello di una roccia spazzata dal vento.

Il tizio 3 ha un’età indefinita tra i 17 ed i 23.
Gli occhi sono a mezz’asta mentre si guarda la punta dei piedi.
Ha la forma stessa della panchina su cui è seduto. Una posa invidiabile. Quella che assumerei sulla mia poltrona.
Sta parlando al telefono. La liberazione del congiuntivo nelle praterie della lingua parlata è inebriante, da vertigine.
Non so di cosa stia parlando ma la concentrazione è quella del complotto.
Ci fosse un vento reale e non il semplice spostamento d’aria dei treni di passaggio, l’effetto sarebbe quello di una pagina di giornale che vola tra le strade.

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6 Responses to “I nostri padri, i nostri figli”


  1. 1 mafalda
    dicembre 11, 2009 alle 7:33 am

    è bellissmo!
    non so come fai a cogliere certe immagini.
    vorrei vedere il mondo attraverso i tuoi occhi, io non ne sono capace.
    quando ti leggo mi regali un po questa possibilità. grazie

  2. 2 Federico
    dicembre 11, 2009 alle 11:57 am

    …bello!
    per Mafalda: penso che Nicola ci riesca per via di quell’erbetta a punta che coltiva come bordura 😀 😀 😀

    scherzo Nicola! complimenti ancora!

  3. 3 mafalda
    dicembre 11, 2009 alle 4:08 pm

    oppure come diceva in qualche post fa, per un qualche che, che c’è nella terra!

  4. dicembre 12, 2009 alle 12:30 am

    Credo fosse solo l’assenza di ossigeno 😉

  5. 5 meeme
    dicembre 19, 2009 alle 5:41 pm

    Ho a malapena il tempo di leggerti e non sempre ci riesco, ne ho ancora meno per capirti fino in fondo, zero per scrivere un commento di un qualche spessore, per cui beccati un bravo bravissimo bis molto intenso, anche se così su due piedi il suono sembra diverso 🙂
    Naturalmente vale ad anteriori, sulla fiducia, e a posteriori, su tutta la tua produzione!

  6. dicembre 19, 2009 alle 10:59 pm

    Intasco il “voto di fiducia” e continuo a produrre deliri 😉
    Grazie Meeme!


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