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Feb
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Autopsia

A chi entrasse in casa in questo momento si presenterebbe una scena inusuale.
Ma se qualcuno entrasse in casa in questo momento dovrebbe prima di tutto scavalcare la miriade di fili di lana che il rampollo della magione ha teso per tutto l’ingresso. Lo scopo è semplice e facilmente intuibile: una trappola.
Se quel qualcuno riuscisse a superare le difese infantili ma efficaci probabilmente sarebbe qualcuno di noto e quindi non si stupirebbe.

Una delle arnie non ha superato l’inverno.
Con buona probabilità il killer è sempre il maggiordomo. Ma in questo caso il maggiordomo è minuscolo ed infido. Una volta abbandonato il darwinismo e le dinamiche tipiche della biosfera ed entrando dritti filati nella noosfera, abbiamo provveduto a farlo mutare. Come le erbacce resistenti ai glifosati, o i ceppi batterici resistenti agli antibiotici lo abbiamo abbiamo allenato, perfezionato. Lo abbiamo reso il migliore in ciò che fa. Ora lo chiamiamo Varroa Destructor. Nome meno elegante ma molto più prossimo alla sua funzione: distruggere e scatenare reazioni che lo rendano ancora più perfetto.
Il problema della noosfera è che pur essendone al centro non sappiamo mai esattamente cosa stiamo facendo ed i mostri di Harkaway ci prendono alle spalle.
Il problema delle soluzioni che troviamo è che non prendono mai in considerazione le cause ma solo gli effetti.
Ma queste sono ipotesi, mancano le prove che inchiodino il maggiordomo.

E’ per questo che, chi entrasse in cucina, troverebbe il tavolo sgombro.
Una serie di luci puntate tutte verso il centro dell’improvvisato piano di lavoro.
L’arnia apparentemente più vigorosa non ha passato l’inverno. Il gigante di legno che ospitava la colonia, in piedi, silenzioso mentre il suo doppio, quello debole, abitato dalla colonia che avrebbe dovuto cedere alla selezione naturale, si sta svegliando e sta ricominciando al giostra dei suoi nascosti metabolismi sul terrazzo a sud della casa.
Sul tavolo: un lap-top, una macchina foto digitale, blocco note, matita, microscopio.
Il gigante viene dissezionato ed investigato scatola dopo scatola a partire dal basso, dai piedi, dove probabilmente anche il killer ha incontrato il suo destino, passando per il tronco dove il nucleo della famiglia, chiuso intorno alla regina, ha smesso di essere, fino ad arrivare alla testa, il magazzino delle scorte. Il magazzino che avrebbero dovuto consumare per arrivare alla primavera.

————————————————————————————

Allo stato attuale è visibile solo parte del lavoro fatto. Nella fattispecie “i piedi”.
Il resto del materiale è in fase di elaborazione.
Alla domanda: perché la colonia più robusta è quella che non ce l’ha fatta? Chiunque abbia le api (ma anche chi non) può dare una sua soluzione, una sua ipotesi, una sua certezza… io, la ragione lo trovata e, di nuovo, ha a che fare con il discorso della noosfera di cui sopra ma questa volta è coinvolta direttamente sua maestà selezionata e sviluppata per essere l’equivalente con le ali di una mucca da latte industriale…
L’altra è un po’ più bastarda…

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25 Responses to “Autopsia”


  1. febbraio 27, 2010 alle 10:32 am

    Dal guardare le foto si capisce chiaramente che non sono morte di fame e questo è un punto fermo, quindi la varroa ne è sicuramente la causa.
    Dove ricercare, o meglio trovare quello che non ha funzionato, a mio modesto parere è semplice ovvero nella velocità di moltiplicazione della varroa e probabilmente una famiglia forte al suo interno ne ospita di più questo è un dato di fatto, in quanto abbiamo avuto una maggiore quantita di celle con larve di api e dove c’è la larva risiede anche la varroa.
    Probabilmente a questo punto qualcosa va rivisto in quanto ne parlavo tempo fa e lo sviluppo della varroa è esponenziale tipo: 1-2-4-8-16-32-64-128 da questo si capisce la difficoltà di tenerla sotto controllo, a questo punto capiamo che lo spulciamento che fa l’ape non è sufficente.
    Ma se guardiamo in natura possiamo capire molte cose, io ho la possibilità di osservare uno sciame all’interno di un muro, questo continua a vivere senza nessun problema, ha semplicemente trovato il modo di tenere sotto controllo l’acaro con la sciamatura che fa tutti gli anni e nelle stagioni buone ne fa pure due o tre, questo mi fa pensare che se noi facciamo sciamare le api tutti gli anni e non le facciamo lavorare nell’allargamento dell’alveare copiamo quello che avviene in natura.
    Quanto enunciato forse a noi non basta perchè con questo sistema difficilmente potremo raccogliere del miele quindi bisogna esplorare altre strade non invasive per le api tipo l’acido ossalico o l’acido lattico.
    Va ricordato comunque che qualsiasi sciame noi catturiamo è già pieno di acari e se si va a fare l’abbattimento al momento della cattura risolviamo almeno momentaneamente il problema, ma poi questo tornerà a ripresentarsi l’anno successivo grazie alla deriva delle api, cioè quando le api tornano all’alveare e sbagliano di casetta basta che ne entri una con l’acaro e l’alveare è nuovamente infettato. Scusa la lunghezza ma questo è un problema grave che ho anch’io e cerco di capire come venirne fuori. Ciao.

  2. 2 Paolo
    febbraio 27, 2010 alle 2:10 pm

    Ciao,premetto che ne so molto poco di api,però mi avevano parlato di un sistema per eliminare la varroa ponendo l’arnia in un essiccatore a 40°, in modo da uccidere gli acari e semplicemente stressare le api, che invece resistono fino a circa 45°(cifra molto generica penso). Spero ti possa essere utile, a presto.

  3. 3 mafalda
    febbraio 27, 2010 alle 5:57 pm

    cercando in giro…
    o pensato al timolo e alle piante di timo, sembra che tenere sotto l’alveare piante di menta piperita o selvatica e timo selvatico aiuti, sembra che il profumo inibisca l’aggancio delle varroe.
    ho letto anche che è meglio per il controllo della varroa avere solo otto telai nell’arnia, ma dalle foto vedo che è gia cosi, parlavono anche di distanziarli maggiormente e questo non so se lo hai già fatto.
    mi spiace…. sia per te che per le apine. sigh!
    ah! c’è anche qualcuno che mette nell’affumicatoio due rametti di rosmarino e uno di eucalipto
    dua parti secchi e una verde, effettua fumigazioni la sera ogni due tre giorni per tre settimane.
    l’unica cosa che ci vogliono due sbuffi di fumo ma se sbagli le dosi per la co2 uccidi anche le api, non è molto carino da fare o per lo meno io proverei con le piante
    saluti

  4. febbraio 27, 2010 alle 8:09 pm

    …i soliti alloctoni!
    a volte possono essere utili, a volte ci rompono proprio le scatole.
    mi dispiace sinceramente per le api 😦

  5. febbraio 28, 2010 alle 12:13 am

    Sto iniziando quest’anno con le api. Sono un apicolture virtuale, per adesso non ho ancora nessuna famiglia. Sto seguendo i corsi che organizza l’associazione apicolturi della mia zona. Sembra che allo stato attuale l’unica soluzione valida sia l’acido ossalico. Due trattamenti, uno tampone in estate e uno invernale. Quello estivo va effettuato dopo aver fatto il blocco della covata.

  6. febbraio 28, 2010 alle 9:28 am

    Le foto sembrano uno di quegli scenari simulati post-bomba al neutrone.
    Che tristezza.

  7. febbraio 28, 2010 alle 12:20 pm

    Si. In realtà (tristezza personale a parte per aver perso una colonia)c’è da dire che la seconda colonia (quella che combatte al nostro fianco) era sicuramente più adattata al parassita. Per dire… quella è la colonia con un forte istinto al social grooming e quindi (in parte) in grado di autogestirsi dal punto di vista igenico. Cosa che ha fatto sì che potessero (probabilmente) tenere sotto controllo il numero delle bestiacce.

    Ci sono solo 3 strumenti che intendo utilizzare per controllare gli attacchi di varroa (più un quarto ma assolutamente non “serio”):
    Il primo è continuare ad utilizzare arnie che permettano di preservare l’atmosfera interna dell’arnia (che non si aprano dalla parte superiore). L’arnia viene mantenuta dalle api ad una temperatura sufficiente per frenare lo sviluppo della varroa, tutte le volte che la si apre la temperatura si abbassa e…
    Il secondo è non utilizzare i fogli cerei in modo che la dimensione delle celle “regrediscano” alle dimensioni naturali permettendo alle api una gestione ottimale (cosa che rende più complesso alla varroa l’accestimento sulle pupe)
    Il terzo è, come diceva Mauri, l’assecondamento della sciamatura.
    Il quarto, non “serio”, è seminare nei dintorni delle arnie un mix di nasturzi, menta e lavanda.

    Nessun’altro intervento. Niente timolo, niente ossalico, niente fumo. Se la famiglie selvatiche sopravvivono… lo possono fare anche quelle “ospitate” se se ne preservano le caratteristiche naturali. Si, probabilmente se ne otterrà meno miele… ma con 12kg io ci faccio un’anno e 12kg è il raccolto medio da un’arnia Warrè.
    Qualsiasi altro intervento che stressi le api ne mette a rischio il sistema immunitario.
    Il problema dei trattamenti (anche quelli bio) è lo stesso della madicina classica: curano i sintomi, non le cause.

    Dopo un nutrito scambio di mail con il mio “mentore” gallese tra poco sarà disponibile “autopsia 2: il cuore”…

  8. febbraio 28, 2010 alle 11:54 pm

    Ma le famiglie selvatiche soppravvivono?

  9. marzo 1, 2010 alle 12:18 am

    Quelle di Mauri nel muro pare di si 🙂
    Dipende… non ho idea di studi in italiano ma ci sono ampie ricerche negli states sulle feral colony e pare che se la cavino meglio di quelle addomesticate almeno per ciò che riguarda il Colony Collapse Disorder.

  10. 11 Mascia
    marzo 1, 2010 alle 11:07 am

    Ciao mi dispiace per la tua famiglia,
    c’è Vincenzo un apicoltore siciliano che usa un metodo chiamato SpazioMussi© e da quando lo usa cito testualmente “da allora non mi sono più occupato di varroa”.
    Io pensavo di provare a maggio con un’arnia per vedere se è veramente miracoloso,le opinioni sul metodo sono discordanti, io proverò purtroppo sulla pelle delle api…..

    • marzo 1, 2010 alle 2:16 pm

      Grazie della dritta sullo SpazioMussi. Devo ancora approfondirlo un po’ ma mi pare interessante. Il problema è che, come dici tu, sulla pelle delle api io sto cercando di sperimentare il sistema di regressione delle celle dato dall’assenza di fogli cerei http://bit.ly/aNXwQc e la preservazione dell’atmosfera interna http://bit.ly/bjYwQ9 applicati ad un’arnia Warré in cui le operazioni di intervento “umano” sono ridotte al minimo (1 o 2 volte l’anno). Quindi mi studierò il sistema ma non credo che lo applicherò. Almeno… non sulle arnie Warrè.

  11. 13 Mascia
    marzo 1, 2010 alle 3:59 pm

    interessante! lo sapevo che avrei dovuto imparare l’inglese come si deve.

  12. marzo 1, 2010 alle 9:25 pm

    Caro Nicola,
    a parte aver visto recentemente tutte le puntate dell’apemaia (non scherzo) di api non so molto ma ho girato il tuo post al fratello-fabio-ricercatore che all’università di Udine studia proprio la varroa e ha un’arnia con vetro incastrata nel muro, vediamo cosa risponde.
    saluti e a presto (ma non dovevi venire a breve? non mi hai più risposto, gli incontri conviviali sono iniziati bene)

  13. marzo 2, 2010 alle 12:03 am

    La varroa e il ccd non sono strettamente correlati. Da quanti anni soppravvive la famiglia di mauri? Se fosse una famiglia resistente alla varroa avrebbe un enorme valore apistico.

    • marzo 2, 2010 alle 12:37 am

      Si. Ovvio che non sono strettamente correlati. Il principio è comunque quello che applico su di me… se mi si rompe le scatole, mi si stressa, mi si cura, mi si veste, mi si sveste, mi si attaccano le piattole… ovvio che poi non è che io possa essere l’uomo più sano del mondo e se passa un virussino influenzale… sicuro che mi stronca.
      Sulla colonia bisognerebbe chiedere a Mauri.

  14. 19 Salvatore
    marzo 2, 2010 alle 10:21 am

    Questo era il primo turno, normale che non tutto vada bene. Posso fare un parallelo con il mio orto sinergico:
    Il primo raccolto (da semina autunnale) è andato benino, forse grazie al compost aggiunto durante la costruzione del bancale.
    Il secondo raccolto (semina primaverile) è andato malissimo, non so se per colpa della diminuzione dei nutrienti ma sicuramente per l’insorgenza di malattie crittogamiche che esplodono con le alte temperature.
    Comincio ora il terzo raccolto che sembra molto più abbandante di quello primaverile scorso.
    Ma è dal raccolto che farò questa estate/autunno che mi aspetto le prime indicazioni valide sulla convenienza del metodo sinergico (sopratutto riguardo la resistenza alle malattie).

    Con le api è lo stesso, bisogna avere pazienza e aspettare per vedere come va.
    Inizialmente penso la vincano sempre le negatività che derivano dalle situazioni precedenti (varroa per le api, nematodi, peronospora, antracrosi e chi + ne + ne metta per il mio orto).

    • marzo 2, 2010 alle 2:36 pm

      Ma, sai, io avevo preventivato di perderle entrambe…
      Mai avuto le api. Con un sistema di arnie misconosciuto. Solo due colonie arrivate dopo la fioritura principale (Robinia) e senza fare nulla se non guardarle estasiato… direi che (dispiaceri emotivi a parte) per ora siamo sul versante del mezzo successo: la colonia viva è attivissima, non ha dovuto essere nutrita a zucchero e le api stanno tornando a fiotti con delle palline da ping pong di polline di nocciolo attaccate alle zampe.
      Adesso aspetterò la sciamatura e cercherò di attirarla in un’arnia “ospite” in modo da riprodurla.

      E’ un po’ come con l’orto… non sai mai quanto è lui che ha qualcosa che non va o quanto è il rapporto che hai con lui che non funziona o se è solo una questione di tempo e di costruzione di una relazione simbiotica (e non è detto in maniera filosofica esoterista… è proprio una questione di pratica simbiotica… niente teoria di Gaia in queste mie parole! 😉 )

  15. 21 Fabio
    marzo 2, 2010 alle 11:20 am

    Ciao sono Fabio, il fratello di Michele, quello che lavora all’università sulla varroa…
    Faccio alcune considerazioni sulla base della mia esperienza con la varroa in questi ultimi anni, sia come ricercatore (ovviamente precario) sia come apicoltore. Innanzitutto non mi stupisce che l’alveare più forte sia quello che è morto per primo (se il problema è la varroa, e questo sarebbe verificabile osservando se tra le api morte ci sono individui con gli arti e le ali deformi, ad esempio) per due motivi: uno è quello già citato da qualcuno e riguarda il fatto che più è forte la famiglia, più covata cè e più cresce l’infestazione. Il secondo motivo è che a fine stagione, paradossalmente, sono gli alveari più sani a risentire della varroa perchè sono quelli che andranno a saccheggiare gli alveari più deboli e più infestati (una ricerca fatta nella mia università ha dimostrato come api che saccheggiano siano in grado di riportarsi a casa fino a 70 varroe al giorno!!! Non cè bisogno di commenti…)
    Sul fatto degli sciami naturali, è vero che “sciamare” è un modo per lasciarsi alle spalle (lasciando cera vecchia e covata) malattie e problemi vari, ma la percentuale di sciami che resistono in natura è purtroppo bassa dopo la comparsa della varroa (basti pensare che fino a 50 anni fa, quando l’acaro non c’era, si praticava l’apicidio, cioè ad ogni primavera si recuperavano sciami naturali che venivano uccisi a fine stagione per prendere cera e miele).
    Credo anche che se smettessimo di trattare completamente contro la varroa, lasceremmo agire la selezione naturale verso ceppi di ape per lo meno tolleranti, e forse in grado di sopportare il parassita. Ma per come funziona l’apicoltura di oggi, questo è impossibile. Anzi, con l’uso di acaricidi manteniamo in vita molte volte colonie che altrimenti sarebbero spacciate, e quindi in un certo senso facciamo una selezione negativa.
    Direi che un buon compromesso per chi non vuole esagerare con gli acaricidi (che, ahimè, ritengo purtroppo necessari altrimenti non cè speranza di uscirne indenni, e di cui comunque non bisogna abusare per non far insorgere resistenze) è rimuovere periodicamente tutta la covata ed eliminarla (praticare ciè una sciamatura artificiale).
    E di nuovo ricordo che a volte tutti i nostri sforzi potrebbero essere vanificati dal fatto che l’apiario del nostro vicino è fortemente infestato e tramite saccheggio le nostre famiglie si riprendo un bel carico di varroa eliminato con tanta fatica.
    Sper di non aver detto troppe cose tutte insieme…
    Ciao a tutti…

  16. marzo 2, 2010 alle 2:52 pm

    Ciao Fabio, Michele mi ha passato il tuo articolo. Devo rileggermi meglio le parti più Hard ma sono onorato di poter annoverare il commento di siffatto ricercatore! Porca miseria! Chi si deve rapire per farti fare il ricercatore ufficiale?
    Le deformità nelle api sono una delle prime cose che tengo sotto controllo (Non aprendo le arnie devo registrare tutto ciò che succede nei dintorni del predellino di volo)e, nel caso dell’arnia deceduta, le api erano normali.
    Non c’erano neanche segni di diarrea (quindi niente nosema ecc…).
    Non so. L’ipotesi è che fossero già indebolite in autunno e non siano riuscite ad affrontare il crollo di 12-13 gradi nelle temperature a fine dicembre…
    Una particolarità e che nella scatola del “nido” c’era del miele che filtrava dalle cellette sigillate… forse in fase di fermentazione.
    Ma nella cassetta superiore (tutta di riserve) il miele era ottimo (sigh!)

    ps.- considerato che conosco Michele e, adesso, anche te… non è che volete adottarmi? 🙂

  17. marzo 3, 2010 alle 10:52 pm

    Riporto quello che sento in giro. In attesa di farmi una mia esperienza con le api, sono nel vortice di letture, incontri, corsi, ricorsi, pareri rubati.

    Da quello che ho capito c’e` nell’aria un nuovo nosema. Asintomatico.

    Non conosco il tuo tipo di arnie, ma hai detto che la famiglia morta aveva ancota ottime scorte. Forse non e` riuscita ad arrivarci. Se le scorte sono troppo lontane dal glomere la famiglia non riesce a raggiungerle e muore di fame.

    Ultima considerazione sulla varroa. Se riuscissi a trovare un metodo naturale col quale le api riescano a scrollarsela di dosso sarei il primo a fare i tripli salti mortali.

    Ma la varroa e` un parassita alieno introdotto dall’uomo. L’apis mellifica ligustica non lo conosce e non ha i mezzi per combatterlo. E’ il solito puttanio firmato razza umana. Ma adesso che il latte e` versato che fare? Diamo una mano alle api o gli diciamo: “ops ho fatto un casino con la varroa non puoi per favore risolvere?”

    Questo e` solo il mio modesto e mi rendo conto insignificante parere.

    • marzo 4, 2010 alle 12:18 am

      Avevo scritto una risposta lunga ed articolata sul perchè non fosse un’insignificante parere… ma poi la connessione è cascata bruciandomi tutto… ora è tardi e vò a dormire ma giurin giurello che lo riscrivo…
      😉

  18. 25 medo
    marzo 4, 2010 alle 11:07 am

    “Homo homini lupus” è stato già detto?


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