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Disastri (in città ed in campagna)

Come dicevo qui avevo tradotto un’articolo di Toby Hemenway, a mio parere, parecchio interessante. Purtoppo, un’attenta autopsia del vecchio portatile ha mostrato come l’hard disc si fosse fuso, neanche fosse stato toma da raclette… Quindi, in tempo record, l’ho ritradotto.
Mentre lo leggete cercate di camminare leggeri sulla prima parte e più pesanti sulla seconda.
Lo pubblico sia come post che come documento scaricabile su scribd… scegliete la forma che preferite.

Urban vs. Rural Sustainability

di Toby Hemenway
Pubblicato su Permaculture Activist 25.12.2004

Più di dieci anni fa io e mia moglie ci trasferimmo in campagna. Una delle molte ragioni che ci spinsero a lasciare la città era il poter finalmente perseguire il sogno di una autosufficienza: creare una fondo progettato in permacultura che limitasse il nostro consumo di risorse e che ci permettesse di approfittare maggiormente dell’abbondanza della natura. Nascosta nel profondo dei miei pensieri cera la sottile sensazione che, prima o poi, il party dell’iperconsumo sarebbe finito – il petrolio si sarebbe esaurito e le cose sarebbero potute degenerare. Volevo riuscire a collocarci dove avremmo potuto essere meno dipendenti dai combustibili fossili quando il cordone ombelicale del petrolio si sarebbe rotto.

Abbiamo fatto un sacco di strada verso la realizzazione di quel sogno. La rossa argilla di quella che era una radura artificiale divenne terriccio color del cioccolato anche se notai come, nonostante i nostri alberi crescessero e maturassero, io avessi bisogno di importare cippato dalla centrale elettrica o letame dalla stalla a due miglia di distanza. Dal giardino proveniva un flusso continuo di frutta e verdura ma, confesso, facevo finta di ignorare la quantità di acqua che dovevamo estrarre dal pozzo quando la riserva di acqua piovana si esauriva nei quattro mesi di stagione secca dell’Oregon Meridionale.

Ci inserimmo nella comunità locale: Master Gardeners, un gruppo ambientalista, incontri cittadini. Nonostante l’iniziale impegno nella vita locale mi trovai a preferire il viaggio di 1 ora che mi divideva dall’andare a trovare un gruppo di amici progressisti ad Eugene piuttosto che scontrarmi con la mentalità pro-abbatimento alberi che permeava la nostra zona. Negli anni perdemmo i pochi amici locali che avevamo come conseguenza al legame con i gruppi di Eugene e al fatto che l’economia locale mi costringeva ad allontanarmi di casa per settimane intere per insegnare o per la realizzazione di progetti. Eravamo in ottimi rapporti con tutti in ostri vicini ma, in realtà, non avevamo grandi basi comuni di condivisione. Le feste locali iniziavano con birra annacquata e, spesso, terminavano con risse tra ubriachi, entrambe cose che non ci andavano troppo a genio.

Lentamente mi feci cogliere da una sottile paranoia. Iniziai a chiedermi se, nel momento in cui si fosse avvenuto Il Big Crash, noi fossimo realmente nel posto giusto. Avevamo l’orto-giardino migliore per miglia e miglia, lo sapevano tutti. Se il sistema fosse collassato non c’era forse la possibilità che il mio vicino, un spacciatore di metanfetamine ex-galeotto collezionista di armi, mi sparasse per tutto quel cibo? E che dire del fondamentalista destrorso che vive dopo di lui che spara alle ghiandaie per divertimento e che abbatté tutti gli alberi della sua proprietà quando scoprì che forse ci abitava una civetta? O le due famiglie feudali un po’ oltre – uno di loro sparò un colpo di pistola durante una discussione e nessuno di loro ha mai ceduto il passo all’altro quando le auto si sono incontrate sulla strada. Iniziai a percepire i confini di un modello personale che si replicava nella società collettiva. Abbiamo i mezzi tecnici per sfamarci, per vestirci e per dare un tetto a tutti. Ma legioni intere patiscono la fame perché non abbiamo imparato a tollerarci ed aiutarci l’un l’altro. I problemi reali delle persone non sono tecnici ma sociali e politici. A Douglas County avevo risolto molti dei problemi tecnici per garantire la nostra sopravvivenza ma i limiti sociali alla vera sicurezza erano li di fronte a noi.

Il nostro isolamento significava, inoltre, un’enorme consumo di combustibili. Un semplice viaggio fino alla drogheria comportava un giro di 40 minuti. Fortunatamente potevamo lavorare entrambi a casa e non abbiamo figli cosa che ci permetteva di lasciare la macchina ferma per giorni. Ma il contachilometri stava raggiungendo cifre mai viste in città. Un paio di famiglie avevano lasciato le loro casa in zona perché non ce la facevano più a fare dai due ai quattro viaggi tutti i giorni lungo la strada sterrata piena di buche per andare a lavorare, a scuola, ai corsi di calcio, alle lezioni di musica o a fare shopping.

Ci siamo goduti gli oltre dieci anni in campagna ma, probabilmente, gli indizi di una realtà differente iniziavano ad accumularsi. Non c’era mercato locale per il nostro lavoro. Gli eventi locali ci lasciavano sempre un po delusi per l’abisso di differenza tra il nostro stile di vita e quello degli altri. Ed eravamo ancora incatenati al mostro dei combustibili fossili, la catena di cavi, tubature ed asfalto era molto più lunga. Il fatto che il mostro sembrasse più piccolo visto da lontano non ci ingannava più.

C’era comunque un aspetto positivo. Avevamo raggiunto lo scopo che c’eravamo posti: dare un senso alle nostre vite, fare il lavoro che amavamo, e crescere come persone. I presagi erano chiari. Era ora di tornare dove c’erano le persone, tornare al centro delle cose un’altra volta.

Ci trasferimmo a Portland, nel centro città. Ci piace moltissimo. Il primo segnale positivo fu la mercedes bio-diesel con un adesivo di Kucinich dal lato opposto della strada. E’ una gioia essere a pochi passi dalla libreria, da un buon caffè e da Ben e Jerry’s.

Nei primi giorni in città stavo fermo nel porticato sul retro a guardare il nostro giardino, sognando di progetti in permacultura. Il solo albero presente era uno spennato pruno. Oltre a quello solo una spianata dominata da un patio in mattoni, un prato ed il sentiero battuto di un cane. Ed è anche un giardino piccolo. Mi chiedevo come fare ad inserirci tutti gli alberi dei miei frutti preferiti in quel micro spazio.

La risposta arrivo poco dopo. Il pruno si spingeva oltre la palizzata che dividiamo con il nostro vicino Johnny il quale abita lì da 55 anni. Un giorno, io e Johnny, dai lati opposti della palizzata, stavamo raccogliendo una piccola parte dell’enorme carico di prugne che piegavano i rami dell’albero, lui mi chiese “ti piacciono i fichi?”. Risposi di si e, a breve, un secchio pieno di fichi neri saltò dalla nostra parte del giardino.

Continuavamo a restituire il secchio ma, in un modo o nell’altro, lui continuava a tornare quasi immediatamente indietro pieno di altri fichi. “Non eravate qua per il raccolto delle albicocche” ci disse Johnny “Ma il prossimo hanno ne farete il pieno”.

Man mano che le cassette di prugne si accumulavano in giardino, provai a scaricarne un po’ su Theressa, dall’altra parte della strada. “Oh, no” ci disse “Ho il mio albero. Ma quando le granny smith’s saranno pronte sarà meglio che veniate a darmi una mano. Ed il prossimo anno verrete invasi dalle pesche”

Quando ho incontrato il mio vicino Will mi ha pregato di prendere qualcuna delle pere che stavano per marcire nel suo giardino. Il castagno in cima alla strada sta fruttificando abbondantemente anche se la comunità asiatica si sveglia sempre molto presto per raccoglierne i frutti, molto prima che io mi svegli. Ho assaggiato un paio delle noci che crescono qua in zona e non sono male. Ieri, inoltre, ho scoperto un corbezzolo carico di frutti.

Questo ricollocamento informale delle risorse locali ha modificato il mio approccio alla progettazione del paesaggio. Non ho bisogno di coltivare tutti i miei alberi preferiti ma solo quelli che non sono presenti nei giardini dei miei vicini (sto pensando ad una qualità particolare di pere, kaki ed alcune mele da conserva e premature). I giardini dei miei vicini sono le mie zone 2 e 3 [nde: è uso comune nelle progettazioni in permacultura dividere la proprietà in zone numerate da 1 a 5 in base alla prossimità con la casa ed ai livelli richiesti per la loro manutenzione]. Paul, Stacey e Troy, nell’isolato dopo il nostro, hanno convinto il proprietario di un lotto vacante a prestarlo ad otto famiglie per creare un community garden. Un servizio di potatura locale scaricherà, a breve, il cippato per la pacciamatura a strati ed il prossimo anno saremo sommersi dal cibo.

La Grande Impronta Rurale

Ho sempre dato per assunto che le città fossero il posto peggiore dove stare in periodi difficili. Sto rivedendo le mie posizioni. Va da sé che Portland è un posto speciale. (Shhhh! Non ditelo a nessuno) Ma non posso fare a meno di paragonare il mio nuovo vicinato a quello vecchio. La eravamo dodici famiglie su una strada di più di tre chilometri con viali d’accesso lunghi centinaia di metri tutti serviti da lunghi cavi del telefono ed elettrici, ognuno con la propria fossa settica ed il proprio pozzo, tutti collegati su tragitti lunghissimi. Con posizioni politiche e sociali così divergenti che le faide, i pettegolezzi e le chiacchiere vacue su argomenti “neutrali” erano all’ordine del giorno.

In città, lo stesso nucleo di dodici famiglie, utilizza il 10% delle strade, dei cavi e delle tubature richieste dal mio vecchio vicinato. Molti vanno a lavorare con i mezzi pubblici o in bicicletta o, al peggio, guidano per tratti che non superano kilometraggi a cifra singola. Le nostre posizioni sociali e politiche sono sufficientemente vicine da rendermi abbastanza sicuro che, se le cose dovessero andare per il peggio, potremmo cavarcela aiutandoci mutualmente.

Questo non è lo spazio per approfondire la questione se le città siano più sostenibili dell’attuale vita rurale americana ma, ogni volta che mi confronto con questo problema, gli indizi indicano come, probabilmente, l’impronta ecologica pro capite dei cittadini sia inferiore.

Nelle ultime due decadi milioni di persone hanno abbandonato le città. Molti di queste sono persone dalle possibilità limitate, trasferitesi a causa degli alti costi della vita cittadina. Sfortunatamente hanno portato con loro lo stile della città. I nostri vicini in campagna, nessuno escluso, avevano tagliato tutti gli alberi per sostituirli con prati. Molti hanno costruito case enormi grazie alle normative più permissive. Molti hanno messo abbaglianti impianti di illuminazione in giardino. Hanno comprato case, ATV, RV ed altri giocattoli succhia benzina. A differenza dei primi insediamenti rurali autosufficienti queste sono solo persone di città con enormi giardini. E ce ne sono a milioni.

I sociologi Jane Jacobs e Lewis Mumford hanno entrambi notato come, durante la Depressione ed in altri momenti di crisi, gli abitanti delle città se la sono cavata meglio di quelli nelle campagne. Le cause risiedono principalmente nelle forze che agiscono sul mercato e nella fisica di base. Poiché la stragrande maggioranza delle persone vivono nei centri urbani od in prossimità di questi nei periodi di scarsità la maggiore domanda, densità e potere economico delle città condiziona la direzione delle risorse verso quest’ultime. I grandi centri di distribuzione sono principalmente in aree urbane in modo da svuotare i camion prima che escano dai confini cittadini.

Durante la Depressione i contadini ebbero inizialmente il vantaggio dell’essere in grado di auto prodursi il cibo. Ma esaurirono velocemente le altre risorse: il carbone per far funzionare le forge con cui riparare i mezzi, i fertilizzanti, le medicine, i vestiti e quasi qualsiasi altro bene non alimentare. Senza di questi non erano in grado di produrre cibo. I contadini che riuscirono ad aprire linee di mercato con le città sopravvissero. Quelli troppo lontani o troppo ostinati furono spazzati via con la terra del Kansas.

Competenze di Sopravvivenza

La situazione attuale degli agricoltori è peggiorata. Pochi producono il proprio cibo. L’agribusiness li ha resi quasi totalmente dipendenti dal comparto chimico e da altri input esterni. La maggior carenza della città rispetto alla campagna è la sua capacità di produrre cibo, ma la campagna manca di qualsiasi altra cosa – e molti prodotti arrivano proprio dalla città. Lasciando da parte per un momento l’aspetto, seppur fondamentale, della coesione sociale e politica, la necessità prima per le città, nel caso di una crisi legata al Peak-oil, è di imparare a produrre cibo. Per chi vive in campagna ci sarà bisogno di produrre qualsiasi altro bene essenziale ma, visto che molte persone sono solo cittadini trapiantati senza competenze di agricoltura o quant’altro, dotati dell’isolamento classico che rende inutile (per ora) apprendere il concetto di coesione sociale, la loro sopravvivenza è messa ancora più in dubbio. Se dovesse capitare una catastrofe la città potranno essere luoghi difficili ma temo che le campagne potrebbero essere anche peggio.

Uno dei principi della permacultura è quello di progettare per il disastro. Mentre teneva una lezione sull’incendio che distrusse la sua casa presso la Lama Foundation, all’architetto Ben Haggard venne chiesto quale fosse stata la lezione che ne aveva appreso. “Pianificare per il disastro” rispose. “Quale che sia la catastrofe che ipoteticamente potrebbe colpire il vostro sito, fate conto che sia reale. Aperchè prima o poi lo sarà.”

Un’altra tecnica che si presenta nelle buone progettazioni ed è un’efficace sistema di gestione dei disastri è quello di collegarsi alle forze distruttive con meccanismi ed attitudini che possano trasformare queste energie distruttive in energie produttive o, al peggio, in forze innocue. Quando questi meccanismi di trasformazione sono assenti anche eventi apparentemente innocui posso avere conseguenze negative. Una leggera pioggerellina che cada su un suolo lasciato scoperto dilaverà il terreno fertile giù per i rigagnoli. Se il terreno fosse stato coperto da vegetazione la forza erosiva della pioggia sarebbe diventata una forza vitale la cui energia viene smorzata ed accolta dalle piante. Invece di scorrere via, l’acqua viene trattenuta dalle piante, immagazzinata per un lungo periodo per loro stesse e per gli esseri che vivono grazie od in mezzo a loro. Questo è uno dei segreti della natura: sapere come creare strutture e sistemi che trasformino venti gelati in brezze rinfrescanti, cambiare il sole cocente in zuccheri e tessuti viventi.

Ciò che la natura non fa, ma che gli uomini invece fanno spesso, è trattare enormi energie come nemici da essere sconfitti e distrutti. Quest’estate, mentre gli uragani flagellavano ripetutamente i Caraibi, proposte ridicole apparivano nelle colonne delle “lettere al direttore” dei quotidiani: costruiamo enormi ventilatori sulle coste della Florida per soffiare via le tempeste. Versiamo olio sulla superficie dell’oceano per rallentare le onde. E (inevitabilmente) perché non sparare un paio di atomiche nei perfidi uragani? (Sia che si tratti di rimpiazzare il canale di Panama o liberarsi di Saddam, pare che qualcuno debba sempre promuovere l’opzione “bomba atomica”)

Comprensione dei Settori

Lo strumento concettuale offerto dalla permacultura in questi casi è analizzare le grandi forze come energie settoriali: influenze esterne al sito, fuori dal controllo del progettista. Noi ci confrontiamo con le energie settoriali progettando sistemi o collocando elementi che deflettano, assorbano o raccolgano queste forze, o gli permettano di transitare indisturbate. Questo è il sistema utilizzato dalla natura e come viene fatto, come al solito, ci può insegnare importanti lezioni.

Quando un’ecosistema matura , la sua biomassa e complessità aumentano. L’ecologista Ramon Margalef nel suo importantissimo scritto del 1963 “Di alcuni Principi Unificanti in Ecologia” (American Naturalist 97:357-374), suggerisce di pensare alla biomassa come a “una preservatrice dell’organizzazione, qualcosa di proporzionale all’influenza dei futuri fattori a cui può essere assoggettato un attuale eco-sistema”. In altre parole possiamo pensare alla biomassa, alla complessità e agli altri indicatori di maturità non solo come a metri di analisi della resilienza di un sistema ma coma ad una forma di consapevolezza. Questo perché mentre un’ecosistema matura, le natura e quantità delle conseguenze di stravolgimenti ambientali come tempeste o siccità dipendono più dalla ricchezza dell’ecosistema in oggetto che dalla natura dello stravolgimento stesso. La siccità che può far seccare un prato non intacca minimamente una vecchia foresta – la foresta ha imparato a gestire la siccità. Ha sviluppato una struttura, dei cicli e dei modelli in grado di convertire quasi tutte le influenze esterne in ulteriore foresta e di proteggere i cicli chiave nei periodi più difficili. La foresta è diventata saggia.

La Natura utilizza due strumenti principali per ottenere questa protezione contro le catastrofi. La prima è la diversità nello spazio – in dimensione, forma, modelli fisici e composizione. Se tutti i pezzi di un sistema sono sulla stessa dimensione di scala fisica – stesse dimensioni o stessa mappa genetica per fare un paio di esempi – una perturbazione che avvenga su quel piano di scala sarà in grado di spazzare via l’intero sistema. La diversità in scala genera protezione. Quando un uragano colpisce un campeggio i camper vengono spazzati via ma i batteri, i topi e gli elementi di diversa dimensione sfuggono alla distruzione. Un invasione di gatti, d’altro canto, colpirà sulla scala dei topi lasciando camper e batteri illesi. Gli ecosistemi maturi dispongono di una tale diversità che qualsiasi catastrofe potrà spazzare gli elementi che vivono a quella particolare scala ma non distruggerà quasi mai l’intero sistema.

Il secondo strumento di protezione di un ecosistema maturo è la diversità nel tempo – nella frequenza, nel rateo e nella tempistica. Gli arbusti del sottobosco tendono a mettere le foglie primaverili in anticipo rispetto agli alberi ad alto fusto, questo permette agli arbusti di produrre un’abbondanza di foglie. Quando gli alberi si saranno coperti di foglie gli arbusti avranno già sviluppato una superficie fotosintetica sufficiente per accumulare energia anche nella penombra del sottobosco. Un altro esempio classico di diversità nel tempo è il ciclo di schiusa delle uova di locusta. Programmate per dischiudersi ad un intervallo di anni che siano numeri primo come 13 o 17 frustrano predatori il cui ciclo di riproduzione richieda una maggiore predicibilità dei flussi di approvvigionamento alimentare.

I progettisti in permacultura utilizzano approcci simili per confrontarsi con i disastri. Invece di utilizzare sbarramenti in cemento o altre tattiche da forza bruta per affrontare le inondazioni, noi creiamo palizzate che possano piegarsi, come le canne, con l’avanzare dell’acqua e che possano essere facilmente rimesse al loro posto quando questa sia defluita. Invece di tagliare enormi strisce di terra battuta sul fianco della collina la Lama Foundation a collocato strade, swales e coltivazioni in un sistema tagliafuoco multifunzionale. Quando gli effetti dei monsoni arrivano a Tucson invece di stare a guardare i torrenti di acqua che si infilano negli scarichi dei tombini, Brad Lancaster raccoglie l’acqua con un intelligente sistema di canali che conducona a bacini pacciamati dove coltiva alberi da frutta. Tutti questo esempi sono spiegati nel dettaglio in Permaculture Activist #54 (Novembre, 2004).

Osservando la consapevolezza della natura, i permacultori ne seguono gli insegnamenti ed utilizzano i modelli, le successioni, i confini e le cicliche opportunità di conversione di grandi impulsi energetici in fluidi generatori di strutture, raccolto e flusso di nutrienti. La progettazione in permacultura investiga la natura di alcuni di questi “grandi impulsi” per mostrare come possano insegnarci ad usare la loro energia, con uno stile simile all’aikido, per trarne beneficio per noi e l’ecosistema in generale.

Questo Articolo è apparso originariamente con il titolo “Progettare oltre il disastro”, un’editoriale per la rivista Permaculture Activist #54, Novembre 2004
Toby Hemenway è un formatore in permacultura ed autore. Il suo ultimo libro è “Gaias’s Garden: A Guide to Home-Scale Permaculture”.

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95 Responses to “Disastri (in città ed in campagna)”


  1. 1 anna
    febbraio 12, 2011 alle 11:36 am

    veramente interessante, ora lo voglio “digerire” …. grazie. anna

  2. 2 barbara m.
    febbraio 12, 2011 alle 12:11 pm

    sì, interessante.
    però forse per come la vedo io Hemenway aveva avuto anche un pelino di sfiga a ritrovarsi dei vicini così.
    insomma mi sono appena trasferita in campagna, ma era in paese che avevo quello del piano di sopra spacciatore (con tanto di irruzione della polizia armi in pugno drrrriiiiiin! signora apra! chi è? polizia! oddio, che volete? no, è per quello di sopra), lo straniero a fianco ladro agli arresti domiciliari, quello di frotne che minacciava la moglie col fucile da caccia ad so on 🙂

    qui in campagna sembrano tutti più amichevoli e più improntati all’autosufficienza, insomma due alberi da frutto un orto e quattro polli ce l’hanno tutti, certo consumano diserbanti e altre amenità a gogo, però non la vedo così drammatica come la dipinge Hemenway.
    vi prego non ditemi che è solo perché mi sono trasferita da poco 😦

    poi forse perché il paese non è lontano, non vedo tutto questo spreco di risorse che dice lui. non è che come sempre la virtù sta nel mezzo, che bisogna anche adattarsi? insomma, non puoi andare a vivere in cima ad una montagna e lamentarti che le multisale e i teatri dell’opera sono lontani!

    • febbraio 12, 2011 alle 12:53 pm

      In effetti c’è da tenere da conto le differenze tra situazione americana ed italiana. da noi non sei mai troppo lontano da nulla e non abbiamo la vendita libera di armi 🙂
      Ma alcuni ragionamenti come quelli sulle infrastrutture e gli approvvigionamenti rimangono validi così come i principi di progettazione (che sono la parte migliore dell’articolo)

      • 4 GioGio
        febbraio 16, 2011 alle 7:12 pm

        Alla lezione di “Ecologia e Archeologia” una volta abbiamo osservato le osse umane. Abbiamo fatto un confronto fra quelle di alcuni abitanti delle città dell’Impero Romano e di quelle, se non ricordo male, di alcuni longobardi campagnoli. Era molto interessante e mi ha fortemente impressionato. I cittadini erano tutti piccoli, quasi adolescenti, malnutriti ed erano morti principalmente per malattia. I longobardi erano poderosi, sani e bennutriti, ma avevano le osse tutte fratturate. Non erano morti, però, di morte violenta, ma naturale.

        In ogni caso i vestiti ce li avevano, anche manufatti in metallo, persino monili d’oro di ottima fattura. Abbiamo commentato anche l’arredo di alcune tombe longobarde. Non abbiamo discusso delle medicine, ma visto che erano tanto in salute e che le ferite delle fratture si erano rimarginate significa che erano in grado di provvedere ai propri medicamenti.

        Ecco una cosa che non c’erano nelle tombe longobarde, ma che abbiamo osservato in quelle dei cittadini romani era la mastice di Chio: qualcosa come una gomma da masticare.

        Fare un confronto fra Europa e Statiuniti è completamente falsato.

        Io, ad ogni modo, spero di riuscire a trovare un bel podere vicino a una città.

      • febbraio 23, 2011 alle 10:10 am

        Hm.. Questo spiegherebbe perchè l’altezza media dei governanti sia generalmente bassa. Un piccolo oltre a godere del mito del nano superdotato, si adatta meglio alle urbanità, a sgattaiolare tra le toghe e le gonne. Gente che ha fatto la storia (in molti casi va aggiunto un “putroppo”):

        Altezze senza tacchi:

        Vladimir PUTIN …… 1,69 m
        Napoléon BONAPARTE .. 1,69 m
        Benito MUSSOLINI …. 1,68 m
        Silvio BERLUSCONI … 1,67 m
        Nicolas SARKOZY ….. 1,65 m
        Iossif STALIN ……. 1,65 m
        Dmitri MEDVEDEV ….. 1,62 m
        Kim JONG IL ……… 1,60 m
        Toto RIINA ………. 1,58 m
        Yasser ARAFAT ……. 1,57 m
        Deng XIAOPING ……. 1,52 m

        Invece uno che durerà solo quattro anni e non sarà ricordato dalla storia:
        Barack OBAMA …….. 1,86 m

    • febbraio 12, 2011 alle 1:48 pm

      Avevi me come vicino e ti lamenti?

      • febbraio 12, 2011 alle 1:51 pm

        Dicevo alla signorina di cui sopra: cioè io sono circondato da spacciatori e pensionati, non si chi è peggio. Comunque son diventato anche io il De Niro di Taxi Driver, ma città mi ha fatto diventare una bestia. Ri-diventare. Chè ero nato con la possibilità umana…

      • 8 barbara m.
        febbraio 13, 2011 alle 2:07 pm

        medo, il fascino bohémien dello spacciatore svanisce il giorno in cui esso rientra alle 3 di notte sbattendo orrendamente il portone comune e mettendosi a litigare altrettanto orrendamente con un cliente o compare proprio nel momento esatto in cui tu sei riuscito a far finalmente addormentare un neonato strillante.
        il pensionato magari di giorno scassa i marroni per futili questioni condominiali, però almeno di notte dorme.. 😉

        però francamente a tutto questo preferisco di molto il canto della civetta e poi del gallo qui.

        comunque sì è vero, non si possono paragonare le campagne sconfinate dell’America (o d’Australia) alle nostre campagne. però di gente che aveva comprato casa in campagna ed è tornata in paese o città ne conosco tanta. per me come dicevo, dipende molto dalla voglia e capacità di adattarsi che per molti è nulla. chiaro che se vuoi mantenere amici e abitudini di prima (figli ai corsi di danza, nuoto, calcio, teatro, shopping in centro o nei centri commerciali a 80 km il sabato, teatro, concerti e cinema in città etc), diventa abbastanza un casino.

        alla fine la casa in campagna diventa un’orrenda casa per lo più disabitata circondata da ettari di pratino, alte recinzioni, piscina coperta sempre dal telo perché il clima non è adatto, sui cui presto appare il cartello ‘vendesi’.

  3. febbraio 12, 2011 alle 2:08 pm

    Sono d’accordo con Nicola, fino a 10 km dal paese non sono niente, poi dipende come sono questi 10 km (in bici si percorrono in 20 minuti). I miei in tempo di guerra se la cavarono molto meglio dei cittadini.
    Certo che in un contesto a misura ridotta ci può essere un grosso risparmio di energie, ma penso che ci deve essere un controllo del territorio più ampio. E credo che in campagna ci deve stare chi applica questo controllo, non chi ci abita per poi lavorare in città.

    • febbraio 12, 2011 alle 4:25 pm

      C’è un detto in Francia, che pare giri dalle guerre Franco-Prussiane o forse pure prima, traduco più o meno: “dalla campagna, vedi la guerra da più lontano”.
      Io dico che puoi sostituire “guerra” o “città”, a seconda che la guerra sia dichiarata o meno. Ma poi mi danno del qualcos-ista o qualsos-ico (comun-, anarch-, pessim-, …). Allora lo scrivo ma fate come se l’avessi cancellato di già.

  4. febbraio 12, 2011 alle 2:45 pm

    Dunque, noi siamo a 3,5km dal paese, strada asfaltata in montagna.
    Il paese è turistico, quindi d’estate è pieno di cittadini perchè ci sono le terme…
    Il mercato del mercoledì implica che tutti scendono in paese con qualsiasi mezzo (il SUV o la jeep o la panda 4ruote) e intasano le strade e occupano tutti i parcheggi… Il gommista al cambio di stagione ha la fila e fa affari d’oro, soprattutto quando qualcuno mette i chiodi per evitare che i cittadini vengano a rubare funghi e castagne (e il gommista lo vedi che è felice).
    Poi ci sono i cacciatori, che gironzolano abbondantemente e visto che siamo in zona tartufi, ogni giorno vedi almeno 3 o 4 macchine (tutto l’anno) di tartufari, che parcheggiano e girano nei tuoi campi e te li bucano alla ricerca del maleodorante coso.

    il paese ha 5000 abitanti, ma sembrano molti di più, e c’è un viavai che sembra di stare in centro a roma… inoltre sono tutti imparentati tra loro…

    Che dire, secondo me ci illudiamo sapendo di illuderci. Questi montanari, molto più esperti di noi “tenere mammole”, sono scappati dalla montagna per fame e disperazione e chi è rimasto è quello più quadrato e più bastardo. Ti rubano tutto se vogliono, quindi meglio rimanerci amici.

    Meno male che ho vissuto a Londra, dove la prima settimana che mi sono trasferita, hanno ammazzato vicino a casa mia una ragazza di 19 anni a coltellate per un telefonino da 30 sterline… altro genere di morti di fame.
    Ci sono abituata alla crack house del vicino.
    Quello a cui non sono più abituata è il senso di famiglia, di accoglienza e di ospitalità.
    Li offendi se non li vai a trovare, se non ti fai sentire.
    Li offendi se il vicino passa da lì e tu non ti fermi a chiacchierare quei 40 minuti buoni di ste fosse che abbiamo scavato nei campi o di che cosa piantiamo.
    Ti guardano per capire, te cittadino, che esperimenti fai e se val la pena copiarti, per fare soldi, e magari rubarti 3 piante messe fuori per fare un esperimento, perchè chissà cosa sono.
    Sono lì che si fermano e fanno capannello davanti a te e sai che parlano di te e di quanto sei pazza e poi sai che al bar in paese scommettono sul nostro fallimento.
    La signora mia vicina di casa è un tesoro. Ha tre nipoti, ha le galline, fa lasfoglia a mano. Una vita dura e le mani deformate.
    Il marito, cacciatore, ha paura della frana e tutte le volte ci dice che forse tutti quei fossi la riaprono.

    Qui non è solo questione di quanti soldi investi e di quanto successo hai nel vendere i corsi…
    Qui il conquibus sta nel capire che loro sono aggrappati a quella montagna e adesso ci stai anche tu. E che quella è la tua nuova famiglia e loro sono con te, anche se sei nuova. E ti stanno a guardare perchè sotto sotto vogliono rimanere in montagna, e vivere meglio, magari rubandoti un pò del benessere che credono che tu abbia, ma dandoti in cambio lezioni di vita che commuovono.

    Un abbraccio,
    Elena
    “Se è una cosa noiosa e facile, non è permacultura…”

    • febbraio 12, 2011 alle 4:46 pm

      Eh… Elena quanto se ne potrebbe parlare di questi fatti! Spiega le “swales” al nonno… Che poi dalle tue parti di erosione vera, le swales se le sbagli vien giù tutto. A vedere i vostri solchi moderni, gli sarà venuto un colpo.
      Uno dei miei posti preferiti in Italia è “l’attorno” di San Pietro in Bagno (“Occupato!” ahah!), che non è lontano da voi. Quando sali attorno alle fattorie (tante diventate case secondarie, altre abbandonate) in mezzo a quella erosione, ti vien voglia di curare tutto proprio mettere un cerottino dopo l’altro, vestito da infermiere da campo del ’15-’18.

      Il mio primo contatto con un “ritorno necessario” alla terra fu un febbraio del 2003 a Brisighella, con vento di scirocco che ululava nella finestra quadrata piccola di pietra della fattoria di un apicoltore sempre sorridente, viso di scirocco.
      Il giorno dopo mi svegliai, andai a Marradi, il paese natale di Dino Campana, entra in un portone settecentesco aperto. Dentro giocava un ragazzino, con due coetanee sugli 11 anni. Ero in parrocchia, volli firmare il libro d’oro ed il mio nome e cognome c’erano già! Avevo trovato uno dei miei 5 o 6 omonimi, chiesi al ragazzino se lo conosceva, era proprio lui. CI scoprimmo parenti molto alla lontana… Nonostante l’erosione, le guerre, i nazisti, i fascisti, il re, il papa, l’industria, la tv o forse grazie a tutti loro noi s’era di nuovo tutti e due là.
      Andai via piangendo di gioia che ancora quella poesia vorrei farla poema vivendo tra castagni e noci, nell’accento assurdo di chi abita quegli appennini di magie infinite.

      • 13 luigi
        febbraio 13, 2011 alle 2:48 pm

        Medo, le “swales” non le capisce neppure il tecnico comunale.
        Volevo farne una lunga circa 200 mt. in un fondovalle, mi ha imposto di far fare un progetto, compreso di perizia idrogeologica. Mancava solo piu mi chiedesse la relazione di impatto ambientale con simulazione aerea come per le autostrade. (in pratica un modo gentile di dirmi,fanculo a fare quel buco non provarci neppure)

      • febbraio 13, 2011 alle 11:44 pm

        dov’è “l’attorno” di San Pietro in Bagno?
        Non essendo di san piero non conosco…
        ma se mi indichi la via…

    • 15 luigi
      febbraio 12, 2011 alle 7:14 pm

      dove vi siete installati Elena? da come parli sembra essere in zona Cuneo.

      • febbraio 13, 2011 alle 11:02 pm

        swales, abbiamo e dobbiamo spiegarlo ai “nostri” in italiano…
        originatisi probabilmente eoni fa in italia (esistono antichi manoscritti di prelati e monaci ecc, che le descrivono), esse per il simpatico geologo locale o l’architetto comunale o il geometra sono:
        FOSSE LIVELLARI
        ricordatevelo che quando ne parlate dovete aggiungere ma si sai, i ritocchetti…
        ecco, così parlando nel loro gergo le accettano un pochino meglio.

        Se parliamo di swales mi tocca mandargli la guida completa di foto, misure ed esempi.
        Comunque noi abbiamo dovuto chiamare diverse figure tecniche, non avremmo potuto movimentare tanta terra senza fare le cose secondo la burocrazia… lì c’è una frana di 100 quiescente… 😀 a volte è pericoloso anche solo guardare la montagna.

        @Medo, io ho la tua stessa sensazione quando vado a Correggio (RE), il paese natale della mia famiglia, e mi ritrovo anche i parenti di 7°. Le mie omonime in Italia si contano sulle dita di una mano… Cognome storpiato all’anagrafe chissà quando, quindi inutile.. 🙂

        @luigi, siamo nell’appennino romagnolo, sopra cesena a San Piero in Bagno, Bagno di Romagna (comune gemello, storia un pò strana, un fengshueista storcerebbe il naso, comune di qua, amministrazione comunale di là)
        Luigi, ma la lunghezza non è fondamentale è la larghezza e profondità, noi più di 60/70 cm non potevamo farli profondi, e la larghezza è massimo 1,20
        Anche i due stagni sono 70mq, per svariati motivi tra cui la frana.
        Tu non puoi farlo più piccolo? ho visto soluzioni molto piccole funzionare, invece di farli profondi li puoi fare superficiali ma larghi, oppure farne più d’uno e piccoli… ma perchè uno solo a valle?
        Ci sono altre soluzioni… senza swales
        Al posto delle fosse livellari, potresti provare un lungo monticello di materia organica sulle isoipse, che funziona come uno swale ma non scavi… oppure di fare buche sulle isometriche a distanza regolare (soprattutto sui crinali) ed interrare materiale organico che faccia da spugna…
        Oppure ti affittiamo lo yeomans e fai una bella rippatura al terreno seguendo la linea chiave 😛 (sisi, capitalisti!! eheheh)

        Scusa, la raccolta acqua è una delle mie tematiche preferite…

        Ciao ragazzi, grazie!

      • 17 luigi
        febbraio 14, 2011 alle 10:01 am

        beh elena, parliamone. Che magari un buon consiglio vale piu di un tesoro.
        Siamo in un fondovalle, alzati di circa 50 cm rispetto allo sfioro del rio di centrovalle e posizionati a circa 200 mt di distanza.Ora siccome han costruito, han cementato, han allargato la provinciale. Il fosso lato provinciale che prima raccoglieva e portava acqua nel rio,adesso durante i temporali non ce le fa e tracima, allaga. L’idea era quella di fare una swale lungo tutto il fianco a monte in modo da intercettare l’acqua,raccoglierla e farla sfogare piu a valle.il lato del terreno esposto e’ appunto di 200 e rotti mt.
        Pensavo di farla profonda una quarantina di cm e larga tre o quattro mt.
        Per rippare ho un bel trattore in grado di scendere fino a 140 cm (orrore ;)).
        pero’ rippare li vuole dire creare una bella palude di sabbie mobili.
        Ho anche disponibile un jumbo da 200 quintali, per la movimentazione terra, pero’ sotterrare rami e simili da noi e’ reato piu che bruciarli a cielo aperto.
        Scoline e tubi di drenaggio non funzionano, perche c’e’ davvero poca pendenza rispetto al rio principale e rischierebbero di riempire il campo invece di svuotarlo.
        Probabilmente dovrei abbassare il tutto e farci un bel campo di erbe acquatiche 🙂

  5. febbraio 12, 2011 alle 4:41 pm

    Bellissimo questo articolo, grazie Nicola.
    Noi chissà dove abiteremo, con le due gatte selvatiche asiatiche meno vicini siamo alla città meglio è, ma in certi paesi va tenuto conto anche della sicurezza. Vedremo, vedremo

    Ma concordo con Harlok, in tempo di guerra, almeno in Italia, stavano molto meglio in campagna. E poi, ci si può sempre comperare un mulo. Animale robusto, frugale, che procura anche del bel letame.

    • 19 sb
      febbraio 12, 2011 alle 8:01 pm

      in tempo di guerra dal biellese partivano con 20 kg di castagne e tornavano con mezzo di riso. a piedi o in bicicletta. sempre se il contadino non avvisava le camice nere che c’era in giro una povera montanara con il mezzo kilo di riso in tasca.

  6. febbraio 12, 2011 alle 6:40 pm

    HELP!!!!!
    Non c’entra con il tuo blog, Nicola, scusami, ma ho bisogno di aiuto. Il governo indiano ha bloccato l’accesso ai residenti in India a blogspo.com (immagino che lo stesso sia successo ad altre piattaforme) hai idea di come si potrebbe aggirare il blocco?
    Grazie!
    Niki

    • febbraio 12, 2011 alle 6:52 pm

      Mi stavo chiedendo cosa fosse blogspo.com… poi mi sono reso conto di essere un idiota…
      La stessa cosa succede in italia con thepiratebay o siti simili: se sei con un ip italiano non puoi entrare… Ma io non posso dirti che se ti istalli un programma specifico puoi aggirare il problema. Non si fa! Tor è un programma che puoi usare solo a scopo didattico. Così tanto per fare esercizi di compilazione dei codici. Mica per violare delle giuste e corrette censure di illuminati governi che cercano di fermare una tsunami con i colini da per il tè… e poi, TOR non è neanche tanto facile da istallare e dipende da che piattaforma di pc utilizzi. Non si fa. Vergogna.
      Chiedere a me certe informazioni.
      Sono sinceramente scandalizzato.

  7. febbraio 12, 2011 alle 7:38 pm

    Grazie!!!!!!!! Scrivo subito alla mia amica, NON deve assolutamente farlo!:-D

  8. febbraio 12, 2011 alle 7:47 pm

    Ho dimenticato un pezzo di parola, apposta non capivi….blogspot.com….. !
    Sono preoccupata perché una mossa così in India, con il governo violento che si ritrovano, potrebbe voler dire che si aspettano da un momento all’altro sommosse per la fame. Se non sbaglio l’inflazione ha raggiunto quasi il 9%.

    • febbraio 12, 2011 alle 11:27 pm

      e apposta mi son sentito uno scemo… ci sono arrivato con 30 secondi di ritardo 🙂
      Ah e non dare a nessuno questo link al progetto di quei sediziosi di TOR
      http://is.gd/1rv0Vi che, come se non bastasse, mettono anche online le istruzioni su come istallarlo su tutti i sistemi operativi.
      Banda di disgraziati.
      Non c’è più religione.
      Sapesse, signora mia…

  9. 29 luigi
    febbraio 13, 2011 alle 10:41 am

    Con l’operaio tedesco pagato 42 dollari l’ora il manager tedesco pagato 2500 dollari ora e lo schiavo cinese pagato un dollaro/giorno.
    Vi siete mai chiesti perche’ la progettazione di qualsiasi oggetto e’ German style?

    Dunque se ammettiamo la progettazione come mutamento. La prima cosa da scardinare non e’ il nostro stile di vita, ma la impressionante differenza di retribuzione tra un predatore e lo schiavo.
    E’ un dato di fatto, se in natura ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria o a volte,invece, un’ammaccatura… e’ evidente che se si vuol progettare un nuovo sistema di vita bisogna farlo partendo da una modifica dell’attuale stato.
    Altrimenti,se di scelta di vita personale si tratta, sarebbe stupido farlo restando qui, sul nostro balcone. Tanto varrebbe andarlo a fare in zone ben piu vocate.
    Praticare l’agricoltura di sussistenza in Africa e’ enormemente piu semplice che praticarla a N.Y..
    Ben lo ha indicato gia’ parecchio tempo fa Kerouac che per viaggiare senza mezzi se ne e’ andato sulla strada con i barboni invece che in un aeroporto(e poi ha venduto i libri). E il famoso Bukowski, si quello che aveva paura di topolino e che amava oltremisura l’alcool,le puttane, le righe di merda nel cesso e le scommesse sui cavalli, apposta abitava in una periferia degradata di qualche town ammericana (eppero’ pure lui lo conosciamo perche’ vendeva libri).
    Il sistema non si cambia dal basso, il nostro piccolo e’ inevitabilmente il nostro piccolo ed influisce per quello che e’ , cioe’oltre a noi, quasi nulla. Il sistema cambia dal basso solo con i grandi movimenti di massa, con le inarrestabili migrazioni. Peccato che queste inarrestabili migrazioni vadano tutte NEL SENSO CONTRARIO A QUELLO CHE DESIDERIAMO. Non vedo orde di broker di wall street intasare i gommoni verso l’africa.
    E’ un gioco di sponda, non e’ permesso colpire direttamente la biglia.Non possiamo fermare i cinesi,gli africani ,e gli indiani direttamente in nessun modo.
    Ed i manager , gli imprenditori o i dittatori, possono esistere grazie a questi movimenti di massa.
    Ben venga la permacoltura e tutto il resto… ma e’ con altro che ci dobbiamo confrontare oggi. E’ sotto questo aspetto che il denaro perde significato, o assume quello piu vero, quello tanto orribile che si ha paura di guardare.Quello che vi porta l’acqua corrente in casa.
    Possiamo negarlo, bruciarlo, bruciare con lui, avremo bruciato una strega ed il suo gatto.
    Insieme a quella strega pero’, riflettete bene, cosa sta bruciando?.La vostra utopia.

    • febbraio 13, 2011 alle 11:39 am

      E’ una teoria, Luigi, come tutte.
      Benjamin franklin ha fallito tanto quanto Kropotkin.
      Tu scegli di fidarti del “falso” fallimento di Franklin io del “falso” fallimento di Kropotkin.
      Non è questione di bruciare nessuno. Ma è come se tu parlassi di ingegneria aereonavale ed io di metereologia. Si, qualcosa c’entrano l’una con l’altra ma mica poi tanto.

  10. 31 luigi
    febbraio 13, 2011 alle 12:43 pm

    non sarei cosi radicale Nicola.Ho deciso di non credere in nessun fallimento,riuscito o meno che sia. Il mondo e’ fatto di sfumature. E probabilmenteanche i falsi fallimenti c’entrano poco in tutto cio’. O meglio, c’entrano in quanto parti infinitesimali di questo viaggio , ma la loro influenza sul tutto e’ risibile.
    E’ come quando si giocava al telegrafo.. si parte con un segnale e all fine della fila il segnale iniziale non esiste piu’,degradato e corrotto dal rumore della trasmissione.
    Stiamo procedendo per tentativi sbagliati, tutti. Natura compresa.
    Dico solo che, per quanto si possa fare, per quanto ci si possa isolare sulla cima di una montagna, e’ in arrivo un tifone provocato da sei miliardi di persone che vogliono vivere con l’acqua corrente in casa e poter bere un bicchiere al mattino.
    La grande scommessa per questo secolo e’ quella.
    L’errore che abbiamo commesso noi Tecnici del secolo scorso, e’ stato quello di sognare un mondo in cui fosse possibile comunicare con chiunque solo muovendo un dito.
    Era un mondo che non c’era, sognavamo un dito sinterizzato che facesse da antenna per collegare chiunque..L’abbiamo progettato, l’abbiamo costruito, partendo dai nostri garage siamo arrivati ovunque. E’ stata una corsa fantastica, meglio che costruire diecimila piramidi. E poi, e’ andato tutto a puttane per un miliardo di motivi.Non ultimo, l’ingordigia dell’uomo comune. Lo vedete voi stessi ora, cosa e’ diventato il mondo,cosa e’ diventata la rete. Com’e’ usata, abusata. Ma nonostante tutto, questa comunicazione diffusa ha messo in moto un processo, solo agli inizi ma gia inarrestabile.Oggi chiedete come raggiungere un amico in india anche se isolato,e lo potete fare senza fatica,con poche mosse.
    Ora ragazzi, volenti o nolenti, tocca a voi che vivete nel restante miliardo di persone che mangia tre volte al giorno, portare tutti nelle condizioni di poter bere un bicchiere d’acqua. Fatelo con la permacoltura o con l’idroponica..come volete, ma la prossima scommessa e’ la vostra 🙂 parafrasando un amico…” oh ragazzi.. buona fortuna eh!!”

  11. febbraio 13, 2011 alle 2:12 pm

    Dell’artiolo terrei buone le “diversificazioni”(spazio-tempo)progettuali. Ovvero in un progetto permaculturale, ma anche di vita, per fare fronte alle difficoltà devi diversificare es. le semine, le varietà, i luoghi e scalarle nel tempo, diversificare le attività per procurarsi reddito es. vendita diretta, mercatini, gruppi d’acquisto ma anche altre cose non legate all’agricoltura. artigianato, lavoro contoterzi, consulenze, corsi …, gli strumenti di comunicazione e dialogo es. si fulmina il computer, chiudono la rete … che cavolo fai?? ma se anche scrivi lettere, stampi una fanzine, dei tazebao, organizzi momenti conviviali allora resisti meglio …
    Sulla prima parte direi che … si scivola leggeri.

  12. febbraio 13, 2011 alle 7:53 pm

    Però rimuginando sull’articolo mi è venuto da pensare che se sei bravo, progetti bene e realizzi bene. Ma la rete sociale, le persone con cui ti scambi beni e servizi, che condividono ilo tuo stile di vita va anch’essa costruita, forse anche progettata. Ci dobbiamo mettere tanta buona volotnà, come per costruire il nostro insediamneto sostenibile, ma ci vuole anche una notevole dose di c..aehmm di fortuna a trovare le persone giuste nel giro di qualche km. Non so, la categoria “fortuna” esiste in permacultura?

  13. 35 mafalda
    febbraio 16, 2011 alle 3:41 pm

    Medo o Nicola
    la rischiereste la tropaeolum tuberosum nelle nostre zone? meglio forse la ken aslet come varietà?
    la danno come difficile in zona 8

    la caragana la rischio anche perchè costa poco… 😉

    la polymnia edulis che ne dici?
    attendo trepidante
    ciao abbracci

    • febbraio 17, 2011 alle 12:00 am

      La polimonia ha bisogno di abbastanza sole così come il tropaeolum, sulla resistenza al freddo puioi sempre coprire le radici con una pesante pacciamatura in autunno e sperare.
      A meno che tu non ti stia facendo derubare da B&T… allora, forse, prima farei un giro in un negozio di alimenti afro-cino-peruviano a comprarmi lo yacon e l’olloco freschi.
      Te li pianti ingiardino e vedi cosa succede.
      Se schiattano hai speso meno che a farteli spedire. Se funzionano puoi pensare di fare l’investimento su un “ceppo” controllato.
      abbracci

      Comunque. Per rispondere alla tua domanda: io rischierei. Le perenni andine sono, a mio parere, un’ottima risorsa che andrebbe approfondita

  14. 37 mafalda
    febbraio 17, 2011 alle 6:58 am

    e che molte hanno il grande vantaggio di crescere in suolo acido e pesante e quando lo vogliono leggero mi porto un po di sabbia… in realtà sul fondo ho un terreno favoloso ma è all’ombra e minacciato dall’asia (il cane)…. avevo pensato al negozio ma devo andare fino a milano indago…. a varese solo cinesi…
    il sole l’ho a picco d’estate ho un’ottima esposizione
    grasie :D!

  15. 38 mafalda
    febbraio 17, 2011 alle 10:22 am

    http://www.graines-baumaux.fr qui costano un po’ di meno direi un bel po. continuo a cercare :)!
    so che qualcuno era interessato a piante per l’erosione spero mi legga : caragana arborescens

  16. 39 claudio
    febbraio 18, 2011 alle 9:17 am

    pensate che si possa etrarre olio dai frutti dell ‘olivello spinoso con i frantoi a lavorazione continua(frangitoremetallico a martelli o coltelli,gramolatore,decanter)?grazias

  17. febbraio 18, 2011 alle 5:02 pm

    Dunque, ho un amico spacciatore che mi manda a marzo questi:
    Stachys affinis
    Apios americana
    Tropaeolum tuberosum
    Mirabilis expansa
    Ullucus tuberosus
    Eleocharis dulcis
    Smallanthus sonchifolius/Polymnia sonchifolia
    oxalis tuberosum
    Tragopogon pratensis
    heliantus strumosum
    Scorzonera hispanica
    Apium graveolens var rapaceum
    Lathyrus tuberosus

    In totale ho speso, trasporto incluso, circa 70 euro per una quantità minima.

    Ne ho presa una seconda campionatura a dicembre da un altro spacciatore inglese che li ha terminati…
    Nel frattempo il mio yacon (smallantus) è già spuntato, l’oca è in attesa. Ci si confronta in autunno?

    caragana arborescens
    ho preso i semi e devo ancora seminarlo, posto che li metterò in vari microclimi a 700 metri di altitudine, devo prima vedere come si sviluppano…

    Ho inoltre in coacquisto una 30ina di varietà di cornus, mi dicono da leccarsi i baffi… Boh!
    intanto sperimento, poi si vedrà

    Nel frattempo ho l’amelanchier…

    Buon divertimento con le specie andine, io non vedo l’ora di vedere che produzione hanno.

  18. febbraio 18, 2011 alle 9:14 pm

    Apios americana, ti ho trovato questo:
    http://www.rareplants.co.uk/product.asp?P_ID=812&strPageHistory=related&numCurrencyID=2
    (spediscono anche in eu)

    ciao
    vedo quel che si può fare, ma l’amico (con azienda) ha già chiuso il suo ordine

    • 44 mafalda
      febbraio 19, 2011 alle 8:21 am

      va bene cosi, non preoccuparti comunque il minimo prezzo a cui l’ho trovata io e 6 euro a bulbo diciamo a pianta oerchè chi la spedisce l’ha già invasata comunque se qualcun altro è interessato qui la puo trovare ad un buonissimo prezzo ma solo ad autunno http://www.agroforestry.co.uk/ il prezzo del bulbo è buonissimo la spedizione un po meno.
      grazie ancora

      • 45 mafalda
        febbraio 19, 2011 alle 9:44 am

        no e che non vorrei essere sembrata scortese, apprezzo molto il tuo interessamento e che siccome in realtà ne devo prendere un sacco e gli ordini non li ho anora fatti sarebbe stato interessante sapere se potevo rivolgermi direttamente al tuo conoscente per fare l’ordine (anche perchè non volevo disperdere i soldi delle spedizioni in tre diversi posti), indaghero anche sulle altre piante che hai citato alcune non le conosco e potrebbero essermi utili
        un grazissimo veramente

  19. 46 barbara m.
    febbraio 19, 2011 alle 1:22 pm

    @Elena e Mafalda
    molto interessnate quello che scrivete, vi sto leggendo con molta attenzione

    avete per caso un libro sul forest gardening da consigliarmi per districarmi un po’ tra tutte queste piante che consigliate?

    grazie un abbraccio, B.

  20. 47 mafalda
    febbraio 19, 2011 alle 1:28 pm

    tanti:
    perennial vegetable di eric toensmeier
    lost crops of the incas lo leggi in linea da http://www.nap.edu/openbook.php?record_id=1398&page=255
    poi io mi trovo meglio a mettere il nome delle piante e leggere anche tutti i metodi di propagazione e coltivazione qui http://www.pfaf.org/user/default.aspx
    ciao

  21. 50 mafalda
    febbraio 19, 2011 alle 2:25 pm

    e opla’ altri che saltano sull’arca :(!
    quando si smetterà di pensare che il vantaggio personale non è necessariamente il vantaggio personale…

  22. 52 luigi
    febbraio 19, 2011 alle 3:06 pm

    penso che i prossimi anni saranno davvero difficili per chi vuole fare agricoltura con le mani nella terra. Ho come l’impressione che la grande finanza stia mettendo gli occhi addosso al business.

    • febbraio 19, 2011 alle 9:03 pm

      Solo adesso? 🙂
      Pensavo che fossero un paio di secoli che era già così e che fosse andata solo un po’ fuori moda a causa del petrolio.

      • 54 luigi
        febbraio 20, 2011 alle 9:51 am

        mah Nicola.. si solo adesso. O perlomeno adesso cominciano a fare davvero sul serio..
        Se prima picchiavano duro con la proprieta’ e lo sfruttamento adesso stanno cominciando a distillare il processo.
        Stanno confezionando prodottini tipo i futures, cds e compagnia cantante .
        E sai cosa mi ha risposto un politico (di quelli molto in vista) alla mia osservazione sulla finanziarizzazione dei prodotti agricoli?..
        ” beh ma quella la risolviamo, metteremo una assicurazione obbligatoria in modo da garantire tutti dalle variazioni di prezzo delle materie prime”..
        siete avvisati… dopo l’assicurazione per l’auto, l’assicurazione per le patate 😉
        in effetti le assicurazioni oggi,poverette, dall’auto ci perdono 🙂

  23. febbraio 19, 2011 alle 4:56 pm

    Penso che la grande finanza avrà delle belle gatte da pelare nei prossimi anni.

    E chi sceglierà l’agricoltura avrà si anni duri (tipico dei pionieri) ma avrà delle belle soddisfazioni.
    Il mondo sta cambiando e io non credo che stia andando in peggio. Solo che le fasi iniziali di un cambiamento, soprattutto dopo un “regime” politico-finanziario monolitico, come quello che ha governato il mondo negli ultimo 50 e più anni, saranno pesanti. E per un po’di anni non si capirà dove stiamo andando. Ma io sono fiduciosa.

    • 56 luigi
      febbraio 20, 2011 alle 9:40 am

      niki , a giudicare da quel che vedo ,penso che la grande finanza scarichera’ le sue belle gatte da pelare sulla gente comune.

      Comunque anche io son fiducioso.

  24. febbraio 19, 2011 alle 9:08 pm

    In ogni caso, commenti OT ma comunque interessanti a parte, quello “in tema” migliore la lasciato Ceci http://amargine.wordpress.com/ su un’altro blog http://carpitransizione.wordpress.com/2011/02/12/citta-e-campagna/#comment-245 … non so se deprimermi o esserne felice 🙂

  25. 60 luigi
    febbraio 20, 2011 alle 8:14 pm

    sempre parlando di disastri…

    http://www.codexalimentarius.net

    probabilmente lo conoscete gia’..
    se non ne avete mai sentito parlare , informatevi.Ne va della salute di tutti.

  26. febbraio 20, 2011 alle 11:39 pm

    Ahhh. Mi devo deprimere?
    Cosa faccio torno al lavoro dove ero prima?
    Uff
    Bè comunque, per i cereali siamo messi male. Non solo se non ne compri grandi quantità (come azenda) sei tagliato fuori, ma devi anche cercare di avere le varietà del codex (vedi luigi).
    Se puoi bio o non trattati e vattelapesca.

    Però io non demordo.
    Mi ca ci vogliamo intimorire no? Come le pescano le sardine? col gps, come sono quotate in borsa? E per gli alimenti non è diverso, è la stessa cosa. Un prodotto da speremere alla terra.

    Inultile ricordare cosa disse il gran capo indiano…

    @mafalda:
    il sito olandese:
    http://www.vreeken.nl/
    ma è caro arrabbiato

    Agroforestry lo conosco ci sono andata nel 2009 da Martin Crawford. Ottima scelta.
    Se trovo un fornitore all’ingrosso ti faccio sapere

    @nicola perdona l’ot, ma le varietà in primavera ti prendono come la febbre

    @luigi, codex si, il mio amato gentil rosso per loro sarebbe da buttare
    hai un fornitore bio di orzo e avena, per me sono introvabili

    Ciao!

  27. 63 luigi
    febbraio 21, 2011 alle 8:36 am

    Intimorire? mai…bisogna pero’ conoscere bene le avversita’ che si cerca di contrastare.
    Altrimenti andando al buio ci si muove a caso e spesso ci si fa male.
    Ma e’ giusto prendere esempio dai vecchi capi indiani. Erano talmente saggi, che a furia di parlare e minacciare catastrofi, son finiti ubriachi o massacrati in riserve sempre piu piccole.
    Per i cereali purtroppo non posso aiutare nessuno.Anzi, avrei bisogno io di aiuto e di semi.
    Volendo, ho marze di una varieta’ di pesca bianca che sembra essere immune da bolla. Ho anche marze di qualche varieta’ antica di melo e di ciliegie da mettere sotto alcool, pere da cuocere e albicocchi (forse un po’ piu’ resistenti alla monilia, non ho ancora capito bene se’ e’ la posizione felice o se e’ la varieta’ ).
    Ho anche polloni di nocciolo (tonda e gentile) varieta’ antica, quest’anno senza fare trattamenti hanno prodotto nocciole di qualita molto alta,(quarto premio per qualita’ e punto resa).
    Son tutte varieta’ che ho selezionato da piante spontanee e molto vecchie che ho trovato in giro per i miei boschi.
    Se vi servono fate un fischio veloci che qui le gemme stanno gia muovendosi.

  28. 66 luigi
    febbraio 21, 2011 alle 8:47 am

    Vorrei un suggerimento da voi che praticate…
    Come fate ad evitare l’ibridazione quando mandate a seme le vostre piantine?.
    Per esempio avete mai notato il sapore che prendono gli zucchini quando c’e’ qualche pianta di zucca nel raggio di qualche centinaio di metri?
    A me, nel giro di qualche stagione si imballa sempre tutto.
    Con le serre sigillate va meglio.. ma e’ sempre un casino.

  29. 67 Mascia
    febbraio 21, 2011 alle 10:37 am

    siete pronti…….domande? posso? argomento : progettino orto sinergico

    -invece dei tondini per il cemento armato uso delle canne? i tondini dovrei pagarli mentre le canne no (i proprietari del terreno ne hanno tonnellate gratisss)

    -per la paciamatura pensavo di usare foglie secche? anche qui la paglia la devo comprare mentre le foglie secche no le prendo dal bosco, e dal canneto.

    -il terreno è scuro e pieno di vermetti e animaletti, per quello che ne capisco sembra molto fertile, il cartone sotto le foglie lo metto ugualmente?

    -Irrigazione a goccia con rubinetto centralizzato tipo questo http://www.provincia.fe.it/download/Manuale%20orto%20sinergico_Versione%20stampa.pdf?server=sd2.provincia.fe.it&db=/intranet/internet.nsf&uid=2DE9DC60CA292DCDC12576E4003F82E5,

    apro rubinetto di sera e con un pò di esperienza empirica capirò quanto devo bagnare ?

    so che sono domande da super principiante e forse cercando bene nel/nei blog troverei le risposte …in cambio posso offrire caciotta fresca fatta in casa !

    • febbraio 21, 2011 alle 11:03 am

      Sei pronta? Risposte! 🙂 (o almeno ci provo…)
      – Il vantaggio dei tondini e che li prendi una volta e poi mai più. Le canne le ho usate un paio di volte con risultati dubbi. Il vantaggio è, come dici tu, che si trovano aggratis ma le devi cambiare quasi ogni anno, le campate ad arco risultano sempre un po’ deboli al centro (che se tui ci si arrampica una zucca è un problema…). Se le canne non sono molto secche c’è anche il rischio che le canne si propaghino nell’orto.
      Matteo (un amico) ha utilizzato il bambù spaccandolo ed ottenendo delle “fettucce” che, sovrapposte in gran quantità e ben legate, raggiungono una buona portanza. Una soluzione che io avevo trovato era di piantare ai 4 angoli di ogni bancale delle sezioni di tubo di metallo in cui infilare le canne quando erano da sostituire… in ogni caso, io voto sempre per l’utilizzo gratuito di tutto ciò che capita sotto mano 🙂

      – Le foglie secche vanno bene (basta non sia castagno) ma hanno la spiacevole prerogativa di incollarsi le une alle altre creando un tappeto un po’ asfisiante per i semi e le piantine giovani (ci sono poi delle specifiche sulla predominanza fungina contro quella batterica ma non la faccio lunga…)io utilizzerei le suddette canne (ben secche) tritate… se hai un biotrituratore… sennò usa le foglie.

      – Il cartone ti serve per eliminare ed indebolire le erbacce. Farai una prima lavorazione del suolo? Se si, togli la maggior parte delle erbacce e lascia stare il cartone… non ti serve ed eviti asfissia o robe così. Se, invece fai la pigrona lascia il terreno così com’è, innaffialo bene, buttaci su i cartoni, bagna tutto molto bene, copri di foglie o paglia… tra 3-4 mesi avrai eliminato quasi tutte le erbacce ed il terreno sarà più facile da lavorare (volendo puoi provare a coltivarci sotto le patate…)

      In ogni caso il maualetto che hai indicato è buono. Tienilo come base di riferimento ma poi sentiti libera di sperimentare, chiedere ed azzardare… 🙂

      • febbraio 21, 2011 alle 11:55 am

        ciao Nicola, mi permetto di correggere l’affermazione che se le canne non sono secche si propagano. Il bambù dei nostri climi si propaga solo per talee di rizoma, dalle canne non c’è verso. Uso anch’io le canne come tutori (senza neanche sramarle, le taglio al piede, fanno un passaggio nel recinto delle capre che le defogliano, le pianto a capanna negli orti e dopo qualche anno, quando iniziano a marcire le infilo nel trituratore per ottenere un ottimo trinciato.

      • febbraio 21, 2011 alle 12:53 pm

        Fortunello! 🙂
        A me le Arundo donax basta che abbiano 1 “occhio” vagamente verde che me le trovo ovunque 🙂

      • 71 Mascia
        febbraio 21, 2011 alle 3:56 pm

        grazie mille dei consigli……vado provo e torno

  30. febbraio 21, 2011 alle 2:07 pm

    Chiedo scusa, non consideravo le canne autoctone. Non le ho mai usate, anche se crescono spontanee lungo i fossi, perché mi sembrano poco consistenti. Mi riferivo alle varie specie di Phyllostachys e altri generi normalmente reperibili in commercio come tutori.

  31. 73 Mascia
    febbraio 21, 2011 alle 2:46 pm

    il nome tassonomico non lo conosco (per ora) ma sono canne di bambu molto alte infestanti che formano un vero e proprio bosco…..

    • febbraio 21, 2011 alle 3:14 pm

      Sicuramente non sono Arundo donax che raggiungono pochi metri di altezza. Da patito dei bambù, mi dispiace il termine infestanti (se non si vuole che invadano determinate zone basta creare in fase di impianto un perimetro con un’apposita guaina anti-rizoma oppure più economicamente scavando un fossetto di 50 cm). Molte specie sono commestibili quando il germoglio è in fase di turione (come l’asparago); magari puoi contenerne la crescita usando i germogli in cucina e le canne adulte come tutori!

      • 75 Mascia
        febbraio 21, 2011 alle 3:51 pm

        il terreno non è mio sono ospite….forse indesiderato, il giardiniere che cura il terreno /bosco/frutteto taglia i germogli appena li vede…..è il killer del bambù e di molte altre piante! spero che non decida di pulire il mio futuro mini orto sinergico perchè è pieno di foglie secche ……

        grazie per il consiglio “ruberò i germogli per mangiarli”

      • febbraio 21, 2011 alle 9:01 pm

        Sottoscrivo totalmente! I germogli di bambù sono ottimi. Quelli che spuntano nel mio giardino vengono divorati praticamente sul posto senza riuscire a raggiungere la cucina 🙂

  32. 77 mafalda
    febbraio 22, 2011 alle 7:34 am

    ma si puo mangiare qualsiasi tipo di bambu???? dato che quest’anno lo devo contenere …

  33. febbraio 22, 2011 alle 7:46 am

    Sono commestibili, ma solo alcune specie producono turioni buoni. Segnalo il sito di un caro amico che è un grande esperto: http://www.moso.it/il_bambù_a_tavola.htm.

    • febbraio 22, 2011 alle 9:18 am

      Sono stato alcuni mesi fa alla Bambouseraie (http://www.bambouseraie.com/), nel Sud della Francia; tra il giardino “giapponese” con al centro un gingko altissimo, le decine di centinaia di bambù di ogni specie e le sequoie che già svettano oltre i 40 metri, stavo per mettermi a piangere dalla gioia.
      Se l’era petrolitica non finisce prima del previsto, tra una Libia in rivolta ed una Arabia Saudita al collasso produttivo, visitate questo luogo ed il parco delle Cevennes giusto “dietro”. Si trovano qui: http://maps.google.fr/maps?q=Bambouseraie&ie=UTF8&hl=fr&hq=Bambouseraie&hnear=&radius=15000&ll=44.109282,3.474426&spn=1.051102,3.515625&z=9&iwloc=A

      Oh, che poi il turismo si potrà fare anche nel futuro mondo Mad Max, a piedi magari. Ma questo è un altro discorso.

    • 80 mafalda
      febbraio 22, 2011 alle 9:55 am

      trovato anche il tipo….. p. aurea … che c. :D!

      comunque adesso attraverso plants for a future mi sto facendo il libro di tutto quello che ho in zona di commestibile … fantastico sto scopredo che posso mangiare di tutto…
      la via piu facile se non si conoscono i nomi delle piante e indicare nel database i caratteri ambientali :D!

      @ Nicola non è o.t.
      il mio progetto prevede di studiare il territorio e utilizzarlo :D!
      te l’ho detto che mi davo al forest gardening 🙂
      sto leggendo l’isola di huxley, nel libro dentro al libro si legge: nessuno deve andare in nessun altro luogo. vi siamo gia tutti se solo lo sapessimo .. da cui ho dedotto che son qui e devo fare quello che posso (in realtà ho riso come una matta perchè l’avevo gia capito)e per me è diventata la prima legge di un progetto permaculturale, :D!
      l’unica cosa di cui soffro un po’ e la mancanza di rete …. odio fare il server ;)!
      abbracci

  34. febbraio 22, 2011 alle 7:51 pm

    Nicola, oggi è festa grande, è arrivato il libro di David Holmgren 🙂

  35. 84 barbara m.
    febbraio 22, 2011 alle 9:30 pm

    a me invece è arrivata la grelinette da Ducoterre, che spettacolo! 🙂 grazie per il consiglio

    non è faticoso nulla usarla, appena il terreno si asciuga un po’ mi scateno (beh, con calma 😉 )

  36. 85 giacomo
    febbraio 25, 2011 alle 12:10 pm

    Domanda OT a palla…
    Tempo fa avevate (?) citato un libretto sulle specie vegetali (o animali) autoctone e alloctone, in cui si citava fra l’altro l’ailanto (fra l’alro ho scoperto cos’e’ e come funzoina, mitico! Ha ragione lui, e vince). Qualcuno si ricorda il titolo?

    Merci’.

  37. 90 Salvatore
    febbraio 27, 2011 alle 6:53 pm

    Quante visite Nicola!!
    Non riesco più a leggere tutto 😀
    Tanti saluti a tutti.
    Salvatore

  38. luglio 21, 2011 alle 10:21 pm

    Noi abbiamo tradotto quest’altro articolo in italiano e lo stiamo per pubblicare:
    http://www.energybulletin.net/node/51408


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