Posts Tagged ‘arnia Warrè

14
Mag
10

God save the Queen!

Ovvero: anche le regine fanno le “porcherie”

Non so voi.
Ma questo è il primo anno in cui mi rapporto alle api.
Mai avuto le api. Mai conosciuto nessuno che le avesse. Mai vista una famiglia da vicino. Forse, quando ero piccolo, ho visto delle arnie. Ma ero molto lontano.
Questo fa di me, per l’ennesima volta, uno stramaledetto, fortunatissimo principiante.
Status che mi sforzerò di mantenere per i prossimi 50 anni in tutti i campi dell’essere.
Non so niente, non so fare niente ma, fortunatamente, il resto del mondo sa cosa deve fare. Il mio è un gioco “reattivo”: le Cose mi danno un calcio nel culo, io salto. Le Cose mi danno un calcio nei “cabagigi”, io mi accartoccio su me stesso…
Non è difficile… anche perché il numero di calci che ricevi sono inversamente proporzionali alle azioni “di sicura efficacia e competenza” che possiamo compiere sul campo da gioco della Natura.
Meno “si fa così!” si traduce direttamente in meno “mazzate”.
Se poi a questo uno unisce un’oblomoviana chaiselongue su cui stravaccarsi ad osservare ed imparare… a quel punto si elimina qualsiasi bersaglio per i calcioni.
Ma poi, si deve mangiare. E quindi si devono trovare delle mediazioni. Ogni tanto s’ha da alzare il culo e reagire alle chiamate.

Avete mai preso 2 chili di api in mano?
Sembra una domanda imbecille (e forse lo è) ma io non l’avevo mai fatto. La sensazione è quella di avere l’alternatore sovraccarico di FIAT 128 tra le dita (altra esperienza che mi manca, ma credo dia l’idea). Non saprei dire se è una cosa piacevole o meno. Un po’ come quando ci si tuffa.
Mica ci stai a pensare… e poi, è già finita e tu stai nuotando per riemergere.

Vi ricordate la famiglia sopravvissuta all’inverno?
Ha sciamato. La regina dopo aver dato un’occhiata al meteo per la giornata (nuvoloso ma non troppo con possibili piogge in serata) ed alla mia agenda (un momento qualsiasi tanto non si capisce nulla) ha deciso di prendere la via verso il Mondo.
E qui inizia il parto.

Sono sveglio da poco. Ho appena preso il caffè. La stagione monsonica mi ha regalato un’influenza non programmata, mi trascino a fumare la prima sigaretta della giornata sul terrazzo delle api (dove c’è il sole). Mi guardo intorno.
Ai piedi di un cespuglio di pianta ignota (Luca saprebbe dirmi cos’è… io so solo che non si mangia… un giorno devo farmi dare delle ripetizioni di botanica…) ci sono delle api in volo.
Il cespuglio non è ancora fiorito. Checcifanno li?
Scendo e mi trovo in ciabatte a recuperare uno sciame. Quando si dice la vita…
Il resto è nelle foto.

Va detto: nessuno è stato punto, nessuno ha cercato di pungere (le api che sciamano sono troppo occupate a fare altro…), l’unica ape stordita che si è infilata sotto la veletta del marmocchio è uscita altrettanto velocemente senza creare turbe né al marmocchio né a se stessa (anche se credo che lei si sia posta un bel numero di domande), tutte le api sono in buona salute. La regina, presumibilmente visto che le api hanno occupato la nuova arnia, anche.

Per la regola sopra enunciata dei calci nelle palle io non evito la sciamatura.
Abusare della fortuna non è buona cosa.
Poi, le api sono strane. Si parla sempre di Superorganismo ma in definitiva le si tratta peggio delle mucche negli allevamenti intensivi. Creare un allevamento intensivo di mucche Simmenthal nel proprio giardino è un po’ più complesso che non imbottigliare 50.000 api in un sistema intensivo altamente artificiale. E, guarda caso, è ciò che ci si trova a fare più spesso di quanto non si pensi.
La sciamatura è un evento naturale. Ostacolarlo, impedirlo, prevenirlo non può che costare energia, fatica, tempo (a volte soldi) e averà conseguenze che, in qualche modo, dovremo bilanciare (e di nuovo: energia, fatica, tempo…).
Non è una questione opinabile.
Se intervengo su un organismo che si è evoluto per 30.000.000 di anni (un po’ più di quanto non si sia fatto noi…) spostandone la natura intrinseca, gli istinti, le conseguenze sono solo parzialmente prevedibili e richiederanno altri interventi…
Un po’ come quando, dopo anni che aro un campo, mi trovo ad aumentare progressivamente la quantità di concimi e di diserbanti che devo usare… altra questione non opinabile…

Il buon vecchio Rudolf Steiner faceva spesso riferimento alle api nei suoi discorsi.
Rudolf si sarebbe probabilmente trovato d’accordo con Jürgen Tautz nel definire le api come “fenomeno” (dal greco φαινόμενο) nel senso reale del termine: qualcosa che si palesa, qualcosa che si mostra in un evento. Secondo Rudolf lo sviluppo naturale delle api dall’alto verso il basso (al contrario di cosa succede in un’arnia artificale) era una caratteristica fondamentale tanto da fargli descrivere lo sciame come un’anima e l’arnia come il corpo “fisico” delle api. Rudolf si spingeva anche oltre con un ragionamento molto simbolico sulla trascendenza dell’essere e la transustanziazione dell’anima … ma li un po’ mi perdeva… la trascendenza non è il mio forte.

Jürgen Tautz, nel suo bellissimo “Il ronzio delle api”, descrive come le api siano, senza ombra di dubbio, insetti ma anche come, in moltissime loro caratteristiche, rispondano ad atteggiamenti e comportamenti tipici dei mammiferi “superiori” (tra cui noi).
Uno di questi atteggiamenti è la riproduzione.
Va da specificato che vi è una sostanziale differenza tra sesso e riproduzione in natura.
Il sesso non necessariamente comporta riproduzione come nel caso di alcuni organismi unicellulari che si fondono per scambiarsi materiale genetico per poi scindersi nuovamente. Due erano, due rimangono (con buona pace di Ratzinger e del “sesso” come atto naturale finalizzato alla riproduzione…).
D’altro canto la riproduzione non necessariamente prevede il sesso; vedi la cellula che sdoppia il proprio nucleo per generare due cellule. Nessuna delle due si sarà particolarmente divertita nel processo onanistico ma l’efficacia è comprovata dal fatto che siamo tutti vivi…
Ecco… le api rispondo, in parte ed attraverso la sciamatura, a questo secondo sistema riproduttivo.
Ma, non essendo animali semplici, complicano il tutto con una serie di sovrastrutture degne della mia mamma. Letteralmente.

Qualsiasi insetto, animaletto, rana o bacarozzo pur non avendo letto Darwin sa che, per assicurarsi una discendenza in grado di sopravvivere e proiettare la propria specie nelle ere a venire, deve figliare il più possibile. La sovrabbondanza di progenie è la garanzia che non tutta venga persa per malattia, predatori o altre sfighe… qualcuno ce la farà, si svilupperà e porterà il buon nome dei rospi nel mondo…
Nessuno a letto Darwin alle api e loro non se ne sono minimamente preoccupate riuscendo a svilupparsi per 30.000.000 di anni finché, in poco più di un centinaio di anni, il loro sistema è tracollato portandole in zona “pericolo di estinzione” (non sto dicendo che è tutta colpa dell’uomo… anche se di certo non le ha aiutate…)
Le api, invece di riempire qualsiasi spazio vuoto di riproduzioni fertili di se stesse per garantire la progenie, fanno 2 o 3 regine.
Questa non è una caratteristica da insetto ma da mammifero “superiore”. Gli elefanti fanno così, le scimmie… l’uomo. Le api sembrano voler giocare con l’estinzione in un’ottica prettamente “insettologica”.
E qui entra in campo la mia mamma (ma anche la vostra…).

Come i mammiferi “superiori” la Regina depone da 2 a 3 uova che verranno allevate come Regine (le uniche entità fertili in un’arnia e, quindi, le uniche in grado di riprodurre la specie… vabbè… anche i fuchi… ma si sa: in natura la fertilità femminile è più salvaguardata di quella maschile più a buon mercato e facilmente reperibile…).
Quando nella discendenza di sua maestà si saranno dipanate alcune burocrazie sulla fitness (letteralmente: le nuove regine si scontrano e solo la più adatta sopravvive).
La Regina Madre prenderà con se 2/3 delle operaie, scorte di miele per circa 10 giorni e se ne va lasciando alla figliuola operaie addestrate, covata, scorte e favi. Alla faccia dell’eredità!!
Pensateci un attimo. Quale altro animale mette a rischio se stesso per essere certo che la discendenza possa prosperare? Non esattamente le cavolaie e le libellule… tanto meno le zanzare… Quale altro animale lascia ogni suo possedimento in mano alla nuova generazione perché questa sia in grado di portare avanti la specie?… Beh… non tutti gli umani… ma magari qualcuno si.

Ora… pensate a cosa vuol dire, in questo contesto, il blocco della sciamatura attraverso la distruzione delle “celle reali” o con sciamature artificiali…
Un po’ come mettere il reggiseno alle mucche…


It’s not about honey, Honey!

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26
Feb
10

Autopsia

A chi entrasse in casa in questo momento si presenterebbe una scena inusuale.
Ma se qualcuno entrasse in casa in questo momento dovrebbe prima di tutto scavalcare la miriade di fili di lana che il rampollo della magione ha teso per tutto l’ingresso. Lo scopo è semplice e facilmente intuibile: una trappola.
Se quel qualcuno riuscisse a superare le difese infantili ma efficaci probabilmente sarebbe qualcuno di noto e quindi non si stupirebbe.

Una delle arnie non ha superato l’inverno.
Con buona probabilità il killer è sempre il maggiordomo. Ma in questo caso il maggiordomo è minuscolo ed infido. Una volta abbandonato il darwinismo e le dinamiche tipiche della biosfera ed entrando dritti filati nella noosfera, abbiamo provveduto a farlo mutare. Come le erbacce resistenti ai glifosati, o i ceppi batterici resistenti agli antibiotici lo abbiamo abbiamo allenato, perfezionato. Lo abbiamo reso il migliore in ciò che fa. Ora lo chiamiamo Varroa Destructor. Nome meno elegante ma molto più prossimo alla sua funzione: distruggere e scatenare reazioni che lo rendano ancora più perfetto.
Il problema della noosfera è che pur essendone al centro non sappiamo mai esattamente cosa stiamo facendo ed i mostri di Harkaway ci prendono alle spalle.
Il problema delle soluzioni che troviamo è che non prendono mai in considerazione le cause ma solo gli effetti.
Ma queste sono ipotesi, mancano le prove che inchiodino il maggiordomo.

E’ per questo che, chi entrasse in cucina, troverebbe il tavolo sgombro.
Una serie di luci puntate tutte verso il centro dell’improvvisato piano di lavoro.
L’arnia apparentemente più vigorosa non ha passato l’inverno. Il gigante di legno che ospitava la colonia, in piedi, silenzioso mentre il suo doppio, quello debole, abitato dalla colonia che avrebbe dovuto cedere alla selezione naturale, si sta svegliando e sta ricominciando al giostra dei suoi nascosti metabolismi sul terrazzo a sud della casa.
Sul tavolo: un lap-top, una macchina foto digitale, blocco note, matita, microscopio.
Il gigante viene dissezionato ed investigato scatola dopo scatola a partire dal basso, dai piedi, dove probabilmente anche il killer ha incontrato il suo destino, passando per il tronco dove il nucleo della famiglia, chiuso intorno alla regina, ha smesso di essere, fino ad arrivare alla testa, il magazzino delle scorte. Il magazzino che avrebbero dovuto consumare per arrivare alla primavera.

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Allo stato attuale è visibile solo parte del lavoro fatto. Nella fattispecie “i piedi”.
Il resto del materiale è in fase di elaborazione.
Alla domanda: perché la colonia più robusta è quella che non ce l’ha fatta? Chiunque abbia le api (ma anche chi non) può dare una sua soluzione, una sua ipotesi, una sua certezza… io, la ragione lo trovata e, di nuovo, ha a che fare con il discorso della noosfera di cui sopra ma questa volta è coinvolta direttamente sua maestà selezionata e sviluppata per essere l’equivalente con le ali di una mucca da latte industriale…
L’altra è un po’ più bastarda…

23
Mar
09

Low Canavesan Bushman

glinggoMi sveglio e la giornata sembra il video perfetto per Tondeleyo di Bjork.
Alle 10 il sole è già alto e brillante ma un vento freddo preserva, nelle zone d’ombra, la brina cristallizzata sull’erba.
Porca se fa freddo.
La giornata si dipana tra le pulizie primaverili del cortile, il trasloco delle galline nel loro spazio anti-volpe, la costruzione del recinto per la domiciliazione coatta dei pupi in giardino ed il trapianto delle radici di rabarbaro in area non funestabile.
Attualmente, i rabarbari, saranno impiegati nel mio personale programma “una perenne in ogni bancale” così che la rizosfera di parte del bancale sia attiva tutto l’anno. Avendo trovato qualche radice intaccata da bestiole non esattamente accattivanti, nei pressi ho messo dell’aglio “classico” e dell’aglio orsino che avevo pescato l’anno scorso da una delle ripe dei canali qui intorno… non so se servirà… come consociazione non è particolarmente consigliata, il tagete sarebbe andato meglio…

Fa veramente freddo.
Le api per l’arnia sono attese intorno al 20 di aprile ma, sarà tutto il materiale che sto leggendo, sarà la full immersion con Bejo passato a trovarci il week end scorso (il quale sostiene si sia gli unici due a parlare di Apicoltura Naturale in Italia) sarà che mi sto lanciando nella costruzione di un’arnia Warrè ma la trasformazione sperata sta già avvenendo.
Non muovo passo senza registrare lo sviluppo delle piante che mi circondano, “erbacce” comprese, non c’è momento in cui non percepisca direzione e temperatura delle correnti d’aria… un po’ come quando il protagonista de “La Febbre” di Shawn legge per la prima volta il capitolo sulle merci del “Capitale” e, da quel momento, nessun oggetto sembra più lo stesso… tutto assume altre valenze, altre storie, altri significati.

Il sole è ormai alto.
Il tarassaco sta iniziando a fiorire, l’aglio orsino spunta tra le foglie secche ed il luppolo inizia la sua feroce ed inarrestabile arrampicata (quello che ho messo 2 anni fa vicino a casa raggiungerebbe volentieri i 6m di altezza se glielo si permettesse). Tra una decina di giorni qui si scatenerà il panico.
Li si può già sentire. Il vento freddo trasporta il suono scricchiolante di sacchetti della spesa riciclati, il sordo strofinare dei coltelli da tavola, quelli seghettati con la punta arrotondata e l’impugnatura di plastica dai colori improbabili.
Le più attrezzate si presenteranno con le calosce del marito, ma la vera “raccoglitrice di uvertin” (trad: i getti del luppolo) spartana e pura d’animo indossa zoccole di gomma ed improbabili completini rosa shocking o oro. Scendono dal pianoro di Rondissone e si aggirano con aria famelica tra le roggie ed i campi invadendo per un paio di settimane tutti gli spazi incolti e non, arrivando a scrutare le finestre di casa per controllare che non ci sia nessuno, così da poter raccogliere anche quelli che si arrampicano sulla cancellata.

Tra loro ed il viavai di pescatori (a questi “Rambo” delle acque torrentizie dedicherò, forse, un capitolo a parte…) ci si rende conto come, nonostante tutto, ciò che ci divide dai raccoglitori-cacciatori è solo una “crosta” mal impiallacciata di “civiltà”.
Evviva i boscimani della piana alluvionale della Dora!
(di cui sono orgoglioso membro pur non possedendo un deforme completino da fitness in oro)




L’ orto di carta

Diario di bordo ad aggiornamento casuale e saltuario di un cialtrone nell'orto... giocando con il fango, la permacultura, l'agricoltura sinergica in compagnia di William Cobbett, John Seymour, Fukuoka e Kropotkin.

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Troverò altri sistemi di finanziamento occulto…

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