Posts Tagged ‘autoproduzione

07
Feb
11

Outing

PREFAZIONE:
Il portatile è ancora in coma farmacologico ed attente operazioni di chirurgia cibernetica stanno cercando di estrarre più dati possibili dal suo cervelletto di 0 e 1.
Fortunatamente esistono gli amici con i “muletti” nascosti negli armadi e disposti a prestarli a tempo indeterminato.
Questa prefazione è per ringraziare Marilena.
Voi, invece, saprete con chi lamentarvi per questo interminabile e scompostissimo post privo di qualsiasi immagine… con me 🙂
Che si vada a cominciare!

OUTING
(attenti alle note a piè di pagina… potete anche leggerlo off-line. In fondo dovrebbe anche esserci l’iconcina per stamparselo ma se lo salvate come file non avrò un ramo di pioppo sulla coscienza)

Dopo 6 anni di sottili sotterfugi.
Di bassi espedienti e di mal celate propensioni, lo ammetto.
Mi auto impongo un’etichetta.
Mi schiero.
Sono un permacultore.
Non insegno Permacultura ma la pratico.*

Perché? Perché la permacultura è uno strumento di progettazione, è “un sistema per combinare concetti, materiali e strategie in modelli che operino a beneficio della vita in tutte le sue forme” (Bill Mollison, A Designer’s Manual, Tagari pub. 1988)
Non una fede.
Non una politica.
Ma un sistema progettuale che attinge ad un bagaglio infinito di tecniche. Una forma di architettura i cui modelli risiedono negli ambienti naturali.

Leggere Fukuoka e trovarsi a dare la caccia ad enormi quantitativi di trifoglio bianco o ad una fantomatica argilla rossa in polvere sperando di averne un feedback (resa) è fede non tecnica.
Spesso mi trovo ad insegnare in corsi residenziali di 5 giorni i principi e le tecniche dell’agricoltura sinergica di Emilia Hazelip perché il sistema che ho sperimentato ed approfondito maggiormente e che, nella mia esperienza personale, può essere uno strumento fondamentale per avviare processi di autoapprendimento e di analisi consapevole.
Ma è una tecnica, non è una fede.
Emilia era una persona eccezionale ma il culto della persona e delle sue idee è una cosa, la tecnica di progettazione o gestione delle coltivazioni, un’altra.
Ci sono situazioni in cui probabilmente utilizzerei altre tecniche per ottenere il duplice risultato di avere una resa che contemporaneamente soddisfi i miei bisogni e quelli di un ambiente naturale da supportare e con cui integrarsi. Bisogni che andranno ovviamente mediati e bilanciati con quelli del contesto.
Questo ci riporta al concetto di “beneficio della vita in tutte le sue forme”. Noi compresi. La biodiversità naturale e le sue (nostre) risorse…

Quindi. Io sono un permacultore.
E’ in quest’ottica che stiamo progettando la nostra vita ed il terreno in cui ci andremo ad insediare.

Di tanto in tanto, tra i commenti di questo delirante contenitore di parole se ne incastrano alcuni che richiederebbero enciclopedie intere per poterli approfondire in maniera adeguata. [Qui Davide, Qui Elena
In entrambi i casi, su scale diverse, viene sollevata la problematicità di un certo tipo di sviluppo e di pratica in un contesto “tradizionale”. Tradotto: “Si, si, bello… ma come ci campi? Ci stiamo a provare tutti…”
Non esistono risposte standard.
Esistono i progetti e come questi vengono elaborati.

Uno dei focus principali della progettazione è la “resa” (yeld) della progettazione stessa.
In un piano di fattibilità da economista standard la “resa” sarebbe un dato meramente numerico basato su un “core business” o su un prodotto specifico. In un piano di fattibilità in permacultura la “resa” assume un significato infinitamente più ampio e più di difficile definizione (molte di queste rese non è possibile analizzarle se non con strumenti di analisi estremamente sofisticati). Se fossi sicuro di non essere mal interpretato direi che la resa è di “qualità olistica”. Ci saranno delle rese per me, delle rese per l’ambiente naturale e per sostenere la comunità – in tutti questi giri di “rese” aiuta molto crearsi delle mappe mentali simili a quelle di Odum sostituendo “rese” a “energia”.
Se non riesco a coprire tutto questo bagaglio di bisogni il sistema non sta in piedi. La coperta, se si sbaglia la progettazione, risulta immediatamente troppo corta.

L’agricoltura “tradizionale” tende a concentrarsi sulla resa economica – dato drogato dagli input degli “incentivi” all’agricoltura – a spese dell’ambiente e del contesto sociale (vedi uova alla diossina e varie forme monopolistiche).
L’agricoltura “alternativa” tende a concentrarsi sulla resa del contesto sociale (siamo tutti convinti di salvare il mondo) e, a volte, onestamente, a quella dell’ambiente. Per sostenere la resa economica rimane solo da appoggiarsi a sovrastrutture organizzative accessorie che appesantiscono la progettazione, spesso la deviano, più facilmente ne drenano le energie inficiandone ulteriormente le rese. Anche quelle che coinvolgono il contesto sociale.

Ci sono dei parametri di scala che vanno valutati in fase di progettazione, il rischio è “l’insostenibile sostenibilità” di una tecnica che diventa fede, politica, ideologia o, nei casi peggiori, green-business. Escluso l’ultimo, tutti questi elementi positivi sono, a mio parere, scontati in una progettazione in permacultura. Talmente scontati da essere trattati in maniera oggettiva e tecnica. Come un tavolo.
Il tavolo c’è, conosco le sue funzioni, i suoi impieghi, i suoi limiti, com’è fatto. Non ho bisogno di gravitarci intorno tutto il tempo o di dedicargli chissà quali attenzioni. So che ci mangerò sopra, non ho bisogno di osannarlo o decantarne universalmente le qualità ogni volta che ci appoggio su un piatto. E’ un tavolo, sono fortunato ad averlo.
Questo dovrebbe valere per qualsiasi “credo”.

Toby Hemenwey (formatore e progettista in permacultura autore di “Gaia’s Garden” – il libro che avreste voluto leggere al posto di “Introduzione alla Permacultura”. Cosa che avrebbe evitato a centinaia di persone di dare la caccia al Tagasaste o di ipotizzare lo sfondamento del soffitto dell’inquilino del piano di sotto per creare una doccia-serra dal design giapponese per il recupero dell’acqua) ha scritto un’interessante articolo sulla sostenibilità urbana opposta alla sostenibilità rurale e sulla forza e duttilità delle tecniche di progettazione in permacultura.
L’ho anche tradotto (colpa di Cristiano) ma è rimasto intrappolato nel mio portatile attualmente in coma farmacologico.**

Esistono centinaia di realtà “alternative”, progettate secondo parametri non convenzionali, in Italia. Un universo frammentato, multicolore. Si pensi a realtà storiche come Bagnaia, Urupia, Ontignano, Alcatraz, Cascina Santa Brea, il Bianconiglio, Zebra Farm, il Grembo, a singoli come Fabio Pinzi o a situazioni più “informali” come gli Elfi. Ci sono, esistono.
Funzionano? Si, no, chissenefrega. Io sono contento che esistano.
Credo che chiunque sia entrato in contatto con queste realtà se ne sia fatto un’idea personale ma non è questo lo spazio per analizzare la questione.

Quello che io trovo fondamentale per la sostenibilità di un’impresa sostenibile (scusate il bisticcio) sia il rifarsi ai patterns, ai modelli sia naturali – per ciò che riguarda gli aspetti ecologici e culturali – sia a quelli sociali ed economici. Le realtà sopracitate determinano dei modelli di riferimento analizzabili. Nessuno di noi inventerà mai più l’acqua calda…

Quando il problema è di carattere gestionale-economico, probabilmente l’errore è in una lettura di questi modelli o nell’adozione di modelli esistenti “tradizionali” non integrabili in una progettazione che ha basi, obiettivi e origini completamente diverse.
(Il motivo per cui Odum riuscì a dimostrare la maggior “resa” di un ambiente naturale rispetto ad uno coltivato fu la modifica dei sistemi di analisi di “bilancio”)

Il problema è che la progettazione si gioca su linee di confine molto nebulose.
Pensiamo ai pannelli fotovoltaici: Energia pulita “verde”, una possibilità di indipendenza e resilienza energetica. Ma i costi, la resa, l’impronta ecologica in fase di produzione e la loro applicazione su quali schemi di modello si muovono? La loro applicazione progettuale ha sempre un senso? O potrei ottenere un miglior impiego “permaculturale” del mare di energia che il sole ci riversa addosso raccogliendola e conservandola in altri modi?
Un motorino di nuova generazione inquina meno di uno vecchio, ma se io prolungo la vita di quello vecchio non evito che si debba costruire un motorino nuovo?
Lo stesso discorso è applicabile a tutte le altre energie che devono entrare nel nostro sistema (soldi compresi… che pur sempre energia sono).

La permacultura nasce in Australia dove, creare dal nulla una collina o un invaso d’acqua di 1000mq è cosina da nulla in un progetto più ampio di riforestazione e biorimediazione di una proprietà che ha estensioni territoriali simili a quelli di una provincia italiana.
Ma qui, appunto, siamo in Italia e i modelli sono in scala. Ma non solo. Nell’individuazione dei modelli noi abbiamo un bagaglio storico-culturale che, se da una parte è vincolo, dall’altra può essere un’enorme risorsa.

Io vedo una serie di problemi collegati allo sviluppo e alla gestione di progetti di sostenibilità energetica*** alternativi.

Il primo è legato a forme di “abitudine mentale” collegabili a pattern disfunzionali.
Un esempio classico è, a fronte del desiderio di iniziare un’attività di tipo agricolo, tuffarsi immediatamente in uno scontro diretto con il sistema agricolo attuale coltivando cereali perché agricoltura=cereali. In realtà i bisogni e la sostenibilità agricola risiedono spesso nella riduzione della coltivazione cerealicola non nella sostituzione del sistema di coltivazione. Questo è un po’ la falsa illusione dell’agricoltura Biologica.

Il secondo è legato a forme di business “alternativo”. Il classico ragionamento del “faccio cose, vedo gente, organizzo dei corsi, chiamo i wwofers, faccio un campo di volontariato internazionale…”. Tutte attività preconfigurabili come “precariato sostenibile” su cui non si può sicuramente basare una modifica dei modelli socio-economici e la sostenibilità di un progetto. Se di sostenibilità stiamo parlando stiamo parlando anche di resilienza e di capacità di modifica al cambiamento, se per qualsiasi motivo ad un certo punto dovessero mancare i volontari o questi ci costassero un botto in pranzi e cene che fine farebbe la nostra sostenibilità? Lasciamo stare la questione corsi che con la crisi economica e la maggior parte della popolazione insediata in grandi centri urbani dovrebbe assumere caratteristiche assolutamente mirate ed accessorie.

Il terzo è legato ad una forma molto italiana di provincialismo. Vediamo e studiamo cose interessanti e di valore all’esterno e cerchiamo di replicarle qui da noi (cosa spesso valida) ma tendiamo a dimenticare la specificità delle scale e dei modelli. E’ notevole come questo succeda in maniera democraticamente trasversale tra le categorie ideologiche. Leggo Fukuoka e cerco di riprodurlo facendo finta che non esista l’inverno e che ci sia una stagione dei monsoni. Vedo i successi(?) degli OGM e cerco di introdurli in Italia senza considerare l’impatto su un’agricoltura di dimensioni medio-piccole ed un territorio assolutamente disomogeneo. L’importante è essere ideologicamente “hipe”. E questo ci porta al punto n° quattro.
Le persone che spesso agiscono questi progetti di cui anch’io faccio parte.
Siamo quasi tutti cresciuti negli anni ’80, la teoria del “contenitore” ci pervade. Creiamo vuoti da riempire, siamo compulsivi. Spesso le scelte che facciamo sono di rifiuto dei modelli esistenti ma stentiamo a crearne di nuovi cadendo spesso nell’emulazione di modelli già dismessi – come il fascino di una stolta autarchia – e, quando lo facciamo spesso tendiamo a cercare di ignorare il contesto che ci circonda o ci dissanguiamo, novelli Savonarola e Giovanne D’Arco autodafé, per combatterlo.

Buckminster Fuller sosteneva che per cambiare un modello non serve combatterlo, devi renderlo obsoleto.
Sono convinto che questa sia la chiave di lettura giusta. Ma per rendere obsoleto un modello bisogna comprenderlo a fondo e introdurre le persone al nuovo modello alternativo che deve rispondere, comunque, ai loro bisogni non solo alle loro ideologie.
La permacultura è in grado di creare modelli nuovi e migliori degli esistenti, più efficienti ed efficaci ma per farlo deve rimanere strettamente collegata ai modelli ed alle scale mettendo in rapporto le energie e le rese del territorio, selezionando quelle più resilienti e preservandole in cicli regenerativi.
I progetti vanno fatti considerando le energie del micro-territorio in cui ci si insedia. Gli ideali sono le lenti con cui analizziamo ed osserviamo la realtà, non sono la realtà. Un po’ la storia del dito e della luna…

Noi stiamo iniziando il nostro progetto.
Non sappiamo come andrà a finire o come si estenderà nel tempo (anche se i risultati negli spazi minimi ed instabili degli ultimi 6 anni sono incoraggianti). So che l’obbiettivo è dare alla nostra famiglia un’alta qualità della vita ed avvicinare il nostro ettaro di terra alla migliore approssimazione dell’Eden.
Non disponiamo di ricette salvifiche o funzionali possiamo solo dire che sono stati fondamentali diversi aspetti:
Né troppo terreno né troppo poco.
Non troppo lontano da centri abitati.
Tempi medio-lunghi per raggiungere una situazione di bilanciamento dinamico.
Semplificazione fiscale.
Capacità di produzione di beni di scambio con la rete locale.
E poi… c’è tutto l’aspetto filosofico, naturale, estetico ed etico ma, spesso, per realizzare un sogno bisogna dimenticarselo per poi riscoprirlo come sorpresa in ciò che si sta facendo.****

E, ragazzi, ricordatevi la scala ed i modelli!

Le Note a piè di pagina

* Se Tiziano Ferro fa notizia facendo coming out sulle sue preferenze di genere vorrà pur dire che l’outing si può fare anche sull’ovvio…

** Il mio laptop del 2004 ha deciso che 7 anni sono troppi e, per ora, ha l’encefalogramma piatto… sappiatelo… se avete fretta di contattarmi vi conviene chiamarmi direttamente. E perdonatemi se mi dimentico delle cose… sono nel suddetto laptop e le connessioni con posta ed internet sono seriamente ondivaghe ed incerte.

**** Sia chiaro che quando parlo di “rese”, “risorse” o “energie” ne parlo nel senso più ampio del termine (cibo, combustibili, elettricità, soldi, reti sociali…). E, per proprietà transitiva, tutto ciò che determina il nostro benessere in un sistema dotato di un bilanciamento dinamico. Mentre, per “bilanciamento dinamico” intendo una situazione in cui la sostenibilità reciproca dei vari attori è garantita dallo spostamento continuo del fulcro. Se il bilanciamento fosse determinato da vettori fissi, secondo le leggi della termodinamica, si arriverebbe ad una situazione di “morte termica”. Sembra assurdo ma capita… anche nelle relazioni tra le persone. Un esempio classico in natura è dato dalle foreste, finché sono giovani sovraproducono “energie”, allo stadio di maturità ciò che producono consumano arrivando ad uno “zero termico” che inizierà inevitabilmente un processo regressivo fino a non entrare nuovamente in una rigenerazione…

**** Anche se non sembra in questo articolo si parla di soldi ed ecologia. Economia ed ecologia hanno la stessa radice greca “oikos”, casa, ad indicare lo studio del modo in cui si gestiscono le attività della vita siano esse umane e finanziarie o vegetali, animali o biochimiche. Siamo seduti su uno sgabello le cui gambe sono tutte queste attività… non considerare una può voler dire trovarsi a gambe all’aria con una commozione celebrale durante un pranzo di gala.

26
Ago
10

La Rivoluzione è un diesel (parte 2)

Partiamo da un presupposto.

S’era pensato di ritagliare un budget per una macchina a metano ma, fatti due conti, l’ipotesi è finita nello scatolone delle tecnologie “è facile essere sostenibili se si hanno i soldi”.

Quindi abbiamo ripiegato sui due potenti mezzi di cui al post precedente.

Il prezzo finale pagato è stato ridicolo. Spenderò di più in piante e semi.

(Questo dovrebbe dare un’idea di come siamo messi al mondo ma la dissertazione mi porterebbe in un lungo e profondo delirio che vi evito volentieri… potete tirare un sospiro di sollievo…)

I mezzi fanno schifo, puzzano e sono sgangherati. Mi sento a casa.

Ma soprattutto hanno un vantaggio: sono completamente e totalmente hackerabili e, per proprietà transitiva, potenzialmente più ecologici dell’ultimo modello di Prius in commercio.

Niente elettronica, pura meccanica smontabile e rimontabile (a saperlo fare… ma uno impara…). E un motore è pur sempre un motore.

“Si, ma consumano petrolio e derivati ed inquinano come un SUV” dice la vocina noiosa.

Perché siamo in Italia.

Production_of_Biodiesel_Fuel

Image via Wikipedia

Disclaimer (vista l’aria che tira in internet) – Tutte le informazioni che seguiranno sono a puro scopo didattico e di informazione. In nessun caso, ripeto, in nessun caso si propone in questa sede né si proporrà in altre di dedicarsi all’autoproduzione di combustibili per uso personale in maniera più ecologica e sostenibile. Mai. Non lo fate! E’ illegale.

Io vi ho avvertiti.

Poi, in generale la storia dei biocombustibili è, come al solito, un’arma a doppio taglio.

Su scala mondiale è solo l’ultima invenzione finto sostenibile: ettari ed ettari di terra dedicati a coltivare benzina. Se tutti i motori a combustione interna presenti al mondo dovessero funzionare a combustibili derivati dai vegetali credo che potremmo tranquillamente salutare ¾ delle terre emerse…

Quindi, scordatevi di poter mandare avanti il vostro furgone diesel. Primo perché è illegale, secondo perché sarebbe più lo sbattimento di coltivare tutta quella roba che il risultato ottenuto.

In realtà su piccola scala, se si abita negli Stati Uniti o da qualche altra parte, è possibile, in linea ipotetica, distillare il proprio carburante per mandare avanti un motocoltivatore 454mm diesel partendo da materiale vegetale tipo, chessò, qualcosa su cui sto ragionando da un po’, tipo… alghe? Olii di frittura del vicino ristorante cinese?…

Un po’ di attrezzatura da piccolo chimico, un salto al reparto additivi di un magazzino per accessori auto et voilà!

Ma non lo fate… è illegale. Però è interessante… vale la pena saperlo. Poi uno non lo fa, ma sa che esiste il procedimento… Cioè, dai… al cinema vedo compiere migliaia di reati al secondo ma mica divento un pazzo terrorista ipertiroideo. Siamo seri! E’ pura didattica. E poi è pericoloso. C’è la soda caustica (quella che uso tutti gli inverni quando faccio il sapone e che chiunque abbia avuto uno scarico otturato ha già usato in vita sua).

Nonnò. Non fatelo a casa.

Se Dio esiste è un Hacker.

E questi sono i link.

GreenTrust.org (ottimo anche su molte altre fonti di energia)

La ricetta di DancingRabbit (ecovillaggio nel Missouri)

e quella di SchNews (collettivo Inglese)

e, per finire (o iniziare?) la biblioteca di Journey to Forever

Aggiornamento: interessante articolo di TheOilDrum rimbalzato su EnergyBullettin su un esempio di produzione locale, sostenibile ed appropriata di biodiesel e biochar

07
Ago
10

Vorrei Vivere Così…

Risponde sempre la solita segreteria telefonica dell’OrtodiCarta. Loro sono sempre in giro a recuperare roba, a buttarne altra e a vagare persi tra gli uffici della burocrazia ma forse tra un po’ qualcuno sarà in grado di rispondere alle mail e a scrivere qualcosa che appaia vagamente sensato.
Sono una segreteria telefonica e quindi non sono autorizzata a fare dell’ironia su quest’ultima frase…
Tra le incombenze sgradite che mi hanno appioppato c’è quella di declinare l’invito di Medo (stanno veramente incasinati ‘st’imbecilli…)

Per chi volesse comunque bearsi nella prosopopea inconcludente e vagabonda di Nicola può sintonizzarsi su Radio2 alle 16.30 dove apparirà (in radio?) nella trasmissione di Lucia Cosmetico “Vorrei Vivere Così”.
Nicola ci tiene a ringraziare Lucia e a scusarsi per la sua insipienza endemica.
Alla prossima.

….. BeeeeeeeeeeP!

17
Lug
10

Food Express

Qui risponde la segreteria telefonica dell’allegra famiglia di cialtroni.
In questo momento, sono impegnati a capire quali siano le migliori nicchie burocratiche in cui nascondere le vere intenzioni di un progetto di esistenza sostenibile che non si può permettere, economicamente, i pannelli fotovoltaici, soluzioni avveniristiche in bioedilizia ed altri gadget autorizzati dalla green-economy.
Fortunatamente, alcuni amici, vi intratterranno nell’attesa svolgendo il duplice compito di elevare il livello del Blog e dare contenuto all’insipienza del suo attuale gestore…

Food Express
8 documentari d’ascolto, 8 viaggi che tentano rocambolescamente di riportare a casa 8 cibi che arrivano dall’estero e scoprire che strada fanno e quali luoghi, musiche e tradizioni attraversano prima di arrivare al supermercato sotto casa. Scritto, diretto e montato da Elena Pugliese

Elena è un’ottima amica ed un’ottima autrice, grazie ad uno di quegli accordi rocamboleschi che paiono essere alla base di un’esistenza felice e spensierata, OrtodiCarta ospita sul server (frutto di un altro fortuito baratto) gli archivi di FoodExpress ed Elena ci permette di trasmetterveli.

Mentre ascoltate, o subito dopo, o subito prima, o quando vi pare, potete avere l’ennesimo assaggio dell’insipienza del gestore di questo blog andando a leggervi l’intervista pubblicata sul blog Agricoltura-Biologica

07
Lug
10

Cambio vita

Lezioni di downshifting per chi non è in grado di pronunciare downshifting

– Nasci nel ’70 durante gli anni di piombo e stufati in fretta delle contrapposizioni tipo “Guerra Fredda” ed impara, altrettanto in fretta, che il giusto e lo sbagliato sono solo questioni di “forma”[1]

– Fatti una cultura come se tu avessi fatto il ’68 per un indotto complesso di inferiorità dato da quelli che il ’68 l’hanno fatto – “Vuoi mettere, voi avete fatto i Duran-Duran… noi Janis Joplin ed i GratefulDead”[2]

– Lavora per 15 anni in settori che ti richiedano di parlare di qualsiasi cosa con chiunque [3]

– Prova a capitalizzare le tue competenze mettendoti in proprio

– Fai “cappotto” perché hai sovrastimato le tue competenze o sottostimato il “Mercato”, paga tutti i conti e rimani seduto sul marciapiede per un paio di mesi

– Prova a reinserirti, senza molti stimoli, nel “Mercato”. Ritrova la tua modalità ”Mr. Wolf

– Sorridi. Stai per ripetere tutto da capo

– Procurati 3 cani [4] vivendo in 40mq nel centro storico di una città sabauda di grosse dimensioni

– Cambia casa perché i cani hanno bisogno di spazio

– Sorridi. Stai per ripetere tutto ma ad una distanza maggiore dal lavoro. [5]

– Fatti due conti. Quanto ti manca a fine mese per pagare bollette, affitto, benzina, carte di credito revolving, tasse, la spesa ecc… ecc… ?[6]

– Sposati [7]

– In seguito ad una riorganizzazione familiare. Licenziati.[8]

– Hai fatto i conti due punti prima di questo? Bene. Ora, a turno, inventatevi la qualsiasi per recuperare i soldi che vi mancavano per arrivare a fine mese… non tutti quelli che vi servivano a campare. Solo quelli che vi mancavano[9]

– Siediti sul marciapiede[10]

– Inizia a connettere i tuoi bisogni con le tue energie e quelle del territorio creando strutture progettuali che ti permettano di sostenerti in maniera “appropriata” limitando i fattori entropici ed aumentando le risorse invece di consumarle[11]

– Non forzare le tappe. Sei qui “per caso”, non per scelta, rabbia, contrapposizione… non c’è nulla da vincere, nulla da perdere, nulla da dimostrare

– Gioca e costruisci un mondo

– Bravo. Il fato ti “premia” con uno dei cicli naturali più antichi: l’albero vecchio cede il passo (ed i nutrimenti) a quello nuovo… erediti e puoi comprarti un fazzoletto di terra su cui costruire il prossimo marciapiede[12]

– Tu, la crisi mondiale te la sei creata con 10 anni di anticipo. Hai avuto più tempo per allenarti!

Note

[1] feat.- “Settembre Nero” Area
[2] il produttore dei Duran-Duran era, probabilmente, uno del’68… un po’ come metà della gente, che attualmente, che scrive, sta in televisione, in radio ed al governo…
[3] dalla pompa di benzina agli attici del marketing aziendale è tutto uguale…
[4] Se al canile meglio, ma è importante che siano di grossa taglia… diciamo, un mastino napoletano (Tata), un maremmano (Rossella) ed un’altra cosa grossa e nera (Kupo)
[5] Qui i problemi sono 2. Primo: maggior utilizzo della macchina e quindi più spese. Secondo: Avete presente Wordsworth? Il poeta romantico inglese? Quello che faceva da “supporto” affinché Coleridge scrivesse delle figate mentre lui vergava poemetti insipidi? Si, dai, quello che abitava sopra il panettiere quello che stava con Mary! Vabbè… lui c’aveva sta cosa dei “daffodils”. Andava in campagna (cercando di distogliere Coleridge da propositi suicidi), guardava i fiorellini, poi tornava a casa e si beava del ricordo dei fiorellini… lo chiamava “emotion recollected in tranquillity”. Ecco, fate la stessa cosa ma ricordatevi come era piacevole stare seduti sul marciapiede senza un motivo “serio” di esistere…
Per queste vaccate aiuta, tra il punto 2 ed il punto 3, aver studiato letteratura inglese al Liceo Linguistico ma è opzionale.
[6] A me, 300-400 € guadagnandone 1.200-1.400 circa
[7] Non obbligatorio. Ma in due le cose sono un po’ più facili…. o un po’ più complicate
[8] Nel mio caso la riorganizzazione era dare il cambio ad una mamma dopo i 9 mesi di gravidanza ed 1 anno di “accudimento simbiotico”
[9] Questa è la parte più “adrenalinica”. Comporta il recupero di contanti attraverso lavoretti più o meno saltuari, lo sviluppare velocemente competenze e capacità di autoproduzione e l’eliminazione di qualsiasi legame “finanziario” (mai provato a liberarvi di un paio di “revolving”? Dovrebbe essere catalogato come sport estremo… ma non vi preoccupate: il sistema è talmente fradicio che, all’aumentare dei costi per il recupero che gli create, saranno ben disposti a patteggiare soluzioni abbordabili per tutti… compreso il non farvi pagare proprio.)
Il concentrarvi solo sulla parte che “vi mancava” aiuta a tenere l’ansia sotto controllo e a spingervi a produrre invece di consumare…
[10] Ma, ‘sta volta, con una pila di libri ed un campo di mais davanti.
[11] In palese spregio delle leggi della termodinamica ma in assoluto rispetto di quelle della natura (apparentemente, Lei, era stata più attenta durante le lezioni di fisica… io ero più forte in letteratura…)
[12] Non prendiamoci in giro: il culo è un fattore importante nel downshifting.

Letture consigliate: “Fat of the land” di John Seymour

29
Giu
10

Ogni resistenza è inutile; Sarete assimilati.

Ok. Sto esagerando.
Sotto il lavandino ho un barile di Bokashi in elaborazione. Nel frigo, una pasta madre di un centinaio di anni che ha cercato più volte di vendicarsi della mia noncuranza nella nobile arte della panificazione. Sullo stesso ripiano un barattolo di Kéfir sta aspettando il suo turno per essere impiegato in abominevoli sperimentazioni (a mio parere potrebbe essere un ottimo starter per il suddetto Bokashi… ). Poco lontano, sulla vecchia macchina da cucire, la Kombucha galleggia serena in compagnia delle sue 15 generazioni precedenti… vuoi mica buttarle?

Un po’ per questo, un po’ visto che i commenti al post precedente mi ricordano che in primis qui si tratta di mangiare e di convincere la gente ad assumersi la responsabilità di ciò che mangiano (vedi alla voce: autoprocacciamento).
Ho deciso di organizzare questo con RIZOMI….

AGGIORNAMENTO:
Si parla di cibo, di come si mangia, di come si consuma, di stili alimentari… a me è venuta fame…

17
Mar
10

Rizomi – il blitz n°3

…poi finisco il discorso iniziato nel post prima…


Clikkando sull’immagine tutte le info.

05
Feb
10

Topi e neve


Oggi nevica.
Giornata da dedicarsi alla saponificazione annuale e a giocare con i pupi.
Buon divertimento.

26
Nov
09

Un cesso di fattoria

Sto pedalando verso casa. La nebbia ha la consistenza di una crema di piselli ma incredibilmente più fredda. Si appiccica sulla barba creando piccole gelide gocce che si infilano tra la sciarpa e il collo. Scorrono tra le clavicole, sullo sterno. Nella discesa, la temperatura del vapore acqueo condensato, aumenta diventando un fastidio sopportabile.
Acqua. Sto pedalando in un muro di acqua vaporizzata.
Mentre pedalo penso ancora ad una personale reazione alla privatizzazione dell’acqua. Alle possibili forme di hacking.
Oddio. Se la Nestlè (oltre ad aver già avuto in concessione buona parte delle sorgenti a prezzi ridicoli… quello era il vero furto…) decidesse di comprare quello scassone del depuratore di Rondissone e tutto l’impianto idrico del paese. Forse. E dico “forse”. Con un ipotetico aumento delle tariffe la gente la smetterebbe di sprecare ettolitri ed ettolitri d’acqua… Forse si porrebbe il problema di cosa vuol dire scaricare 25 litri d’acqua potabile giù per lo scarico del cesso ogni volta che ci butta un fazzoletto per il naso… ma non sarebbe corretto comunque.

Non ho modo di vederlo. Ha un giaccone color topo morto, i pantaloni verde fanghiglia ed un cappello che se non sapessi essere di lana potrebbe essere stato ricavato dalle cortecce delle gaggie.
Mi si para davanti. Siamo nel nulla intorno a casa, se passa qualcuno, hai 70 anni e non sei al bar in paese, lo fermi, tanto per ricordarti che il bar è una situazione dell’anima. Non un luogo.
Freno. O quella cosa che faccio normalmente per fermarmi rapidamente evitando i danni peggiori.
“Allora? Abbiamo iniziato ad aprire le conserve?”
Giulio ha un orto. Giulio, la prima volta che mi rivolse la parola fu per chiedermi se avevo un’insetticida per le lucertole. Il mio sguardo non bastò a spazzare via il bar. Il bar è una situazione dell’anima in loop solipsistico.
Giulio ha l’orto. Uno di quegli orti in cui la differenza la fa la quantità di conserve di pomodoro che ottieni. Conserve che rimarranno in garage/cantina fino a quando l’emergenza climatica non sarà più tale.
Giulio ha un orto di quelli “chi c’ha più conserve ce l’ha più lungo”.
Io odio fare le conserve, la passata di pomodoro è una di quelle cose che, a dispetto dell’amor patrio, non sopporto.
Questa discussione l’abbiamo già fatta. Loop solipsistico da bar.
“Si, Giulio”. Il resto è solo presenza. Ora sono due Loop solipsistici.
Lui che dimostra il suo valore a chili e barattoli. (Credo sia riuscito a dire quintale per qualcosa ma mi sono perso cosa fosse…)
Io che rimescolo le carte dei pensieri in un’enorme freecell mentale.

Io non ho tante conserve. Preferisco avere roba secca. Meno sbattimenti a preparare. Più facilità di stoccaggio, meno energie consumate…
I semi. Devo ricordarmi di risciacquare i semi che ho messo a germogliare. Lino, lenticchie qualche cecio ed il girasole. Questo è il mio equivalente dei pomodori di Giulio.
Non sono mai stato un fanatico dei germogli ma dopo il giro a Monteveglio, Davide, il “Nutrizionista Ufficiale della Transizione”, mi a messo un po’ di pulci nelle orecchie e, ha conti fatti, mi son detto che era sicuramente un buon modo per avere un’alimentazione sana e variata senza dover faticare troppo.

“I semi integrali sono già un miracolo di completezza in quanto sono dei nuovi individui e contengono il nutrimento che gli serve per un primo sviluppo. Il germoglio è qualche cosa di più, il seme contiene nutrienti ma è quiescente, fatto per resistere nel tempo, il germoglio è la partenza della vita, il materiale che contengono è lo stesso ma nel germoglio è trasformato.
Nel germoglio aumentano le vitamine, la disponibilità dei minerali e soprattutto calano o si azzerano i fattori antinutrizionali. Un paio di anni fa ho studiato con interesse i fattori antinutrizionali dei vegetali, i fitati per esempio sono uno dei sistemi di cui dispone la pianta per stoccare il fosforo. Per farlo lo lega a molecole di inositolo, un alcool esavalente ciclico, il risultato è quello di avere del fosforo che non disturba ed è rapidamente disponibile per il seme. Per noi è un fattore antinutizionale che chela durante la digestione il calcio, il ferro e lo zinco, principalmente, riducendone la disponibilità. Tra i vari modi di evitare tutto questo c’è la germinazione. Bastano 48 ore di ammollo per diminuire notevolmente i fitati e nel germoglio ce ne sono ancora meno. Il seme si sveglia e demolisce i fitati con degli enzimi, le fitasi, che liberano il fosforo che verrà usato dal germoglio per lo sviluppo.
Naturalmente altre sostanze vengono elaborate e scisse e quindi rese più digeribili come le proteine e i carboidrati che da amidi diventano maltosio…”

Davide dixit.

Ed in più non devi cuocere, sudare attaccato ad un fornello, pulire quintali di frutta e verdura. Oblomov in inverno.
Io uso il classico sistema del “barattolo”.

Prendi una manciata dei tuoi semi (tolti quelli da seminare il prossimo anno)
Li metti in un barattolo con dell’acqua
Li lasci lì per un po’ (da una notte ad un giorno intero)
Metti sul collo del barattolo una calza di nylon chiusa con un elastico
Ribalti il barattolo a testa in giù sullo scolapiatti.
Da qui in poi è solo un ricordarsi, tutte le mattine, di sciacquare i semi e rimetterli a scolare…
Tutte le mattine… una barattolata d’acqua…

Mi risveglio. Ho terminato il freecell.
Entro dentro il bar di Giulio, lo ribalto rompendo il loop, lo saluto (ricordandogli di salutare la sua signora) e pedalo a casa.

Ora.
L’idea non è originale. L’avevo vista su Instructables.com, ma era rimasta lì… inespressa.
Ora, per la bellezza di 3,00 € (il costo delle pinte da birra in plastica) il prototipo di implementazione del progetto di Instructables è pronto.
La mia prima fattoria indoor. Un cesso di fattoria.
Acqua, litri e litri di acqua che altrimenti scorrerebbero senza un’apparente giustificazione logica se non quella di spedire il più velocemente possibile un mio problema (smaltire la mia merda) a qualcun’altro. Acqua che sempre più si fa business “a perdere” che viene reindirizzata verso un utilizzo a “creare” . Un consumo che diventa produzione.
Proteine, minerali, carboidrati e vitamine in quantità eccessiva (almeno per il nostro consumo famigliare) generate da un movimento automatico ripetuto più e più volte in un giorno.
Non sono mai stato così contento di andare a cagare.

Ok. Il design è ancora un po’ grezzo… ma siamo ancora nella fase prototipale

23
Ott
09

io non ho paura

Sequenza 1

Era il 14 febbraio 2008 e non mi ero ricordato di festeggiare S. Valentino.
Non che fosse grave, neanche Noemi se n’era accorta.
Era, come accade spesso, un caso, uno di quei casi che ricolleghi tempo dopo e ti rendi conto che, obbiettivamente, non ha nessun senso. E’ un caso.
Anche perché, ad essere sinceri, tutto era iniziato molto prima giocando a lasciare tracce nella “sabbia”.

Sono passati circa 4 anni. Ci sono corsi di laurea che durano meno.
4 anni in cui la mia unica attività è stata studiare, fare esperimenti, giocare e cercare confronti con altre persone con un unico scopo: vivere e, possibilmente, bene.
Ma qual’è il parametro del mio “bene”?
La qualità del “bene” è soggettiva anche quando si incontrano persone simili a te.
Penso a tutte le persone che ho incontrato in giro o a quelle che sono passate a trovarci… avevamo tutti, sempre, fortunatamente, dei dettagli che ci differenziavano, ci rendevano “biodiversi”. E che, spesso, portavano (portano) alla zuffa. Ma se ne usciva, perché si stava (sta) bene.

Stacco.

Sono un compulsivo. O degli innamoramenti improvvisi per cose ed idee. Spesso non supportati da nessuna evidenza se non da una spinta di umoralità cerebrale.
Alcuni di questi col tempo si sedimentano e diventano stima.
Voi scrivete? Amate gli scritti? Il mondo della produzione di parole vi affascina?
Dovete inseguire reginazabo… dico “inseguire” perchè il suo blog è solo la punta dell’iceberg. Stiamo parlando di prosivendole. Si nascondono tra i vocaboli, occultate da nuvole di punteggiatura smarrita. Internet è un mælstorm di parole. Quale posto migliore?

Stacco su Sequenza 1

Il mio “star bene”.
Avevo già provato a definirlo in un post precedente ma il concetto era ancora, probabilmente, un po’ sporco.
Il mio “star bene” vuol dire “non aver paura”. Nessuna.
Ho ancora paura? Si, ma miglioro con il tempo.

E’ inutile che vi dica che la paura è una strategia di controllo… ormai suona quasi stupido come le teorie sui rettiliani.
Non c’è neanche più bisogno di fare paura a nessuno. Ormai siamo in grado di fare tutto da soli. Metà delle persone che conosco sono ipocondriache. L’altra metà non esce di casa senza lo spray al peperoncino. Sono tutte persone normali, a cui non è mai successo nulla.
A me succede con le conserve che preparo io. Ho paura.
Se le prepara mia madre, un mio amico… se le compro al supermercato non me ne frega niente. Le mangio, ne assaporo le sfumature del gusto, me ne ingozzo a cucchiaiate.
Se le preparo io…

Stacco

Guardo il vasetto. Sembra normale ma… non riesco a vedere bene lo strato di liquido sotto il tappo.
Mi rigiro il barattolo tra le mani. Chiedo consiglio a Noemi, scontato: mi sfancula.
Vabbè… lo apro.
Oddio, non è che l’ho aperto troppo facilmente?
“Noemi hai sentito se ha fatto pfffff… mentre lo aprivo?” – mi sfancula… questa donna non ha grazia.
C’è della roba sulla superficie!
“Noemi, guarda: c’è della roba sulla superficie…”
“Ah… sei sicura? Sono le spezie che ci avevo messo dentro?”
Noemi mi ricapitola con dovizia di particolari tutti i processi di sterilizzazione a cui ho sottoposto i barattoli… è noiosissimo… mi mangerei tutto il contenuto in un fiato solo per non dover rivivere quei momenti pallosissimi…
Si, ma il botulino mica lo senti… è inodore, insapore…
Noemi mi propone di buttare via tutto ed andare al supermercato a comprare delle zucchine sott’olio.
Non solo non ha grazia ma colpisce anche basso.
Mi siedo e mangio delle normalissime zucchine sott’olio.
“In ogni caso… non è che fossero eccezionali”.
Mi sfancula.

Stacco su Sequenza 1

L’ho gia detto. La paura lavora per sottrazione.
Tutto ciò che dovrebbe essere mia responsabilità diretta viene delegato, messo nelle mani di altri perché io ho paura.
Ma il meccanismo si sta inceppando.
Non ho paura se mi fido. Ma di chi mi posso fidare?
Strada scivolosa: ha chi ho delegato? Non mi fido di quelli a cui ho delegato!
Inciampo: ok, così sono finito direttamente nella paranoia… che poi, è un’altra forma di paura.
Quindi è un falso problema.
Vero problema: mi fido di me?
Ho fiducia nella possibilità di richiamare a me le responsabilità delle mie azioni e dei miei bisogni?
Chissene di chi si sta occupando attualmente dei miei bisogni siano questi i supermercati (compresi quelli bio) per l’alimentazione o bigpharma per la salute.
Non sono loro il problema. Il problema è che gli abbiamo chiesto di farlo.
Abbiamo chiesto a qualcuno di portarsi via i nostri rifiuti in modo da non vederli più ma non ci siamo mai posti il problema di che fine avrebbero fatto e, tanto meno, di cosa ce ne saremmo fatti se nessuno se li fosse portati via.
Se fossimo stati costretti ad assumerci la responsabilità dei nostri rifiuti.
E, adesso, i rifiuti sono una delle nostre paure. Siano questi in fusti in fondo al mare ho nel sacchetto in materbie fuori dalla porta.
Abbiamo perso le competenze.
Abbiamo perso le capacità.
Siamo nudi ed abbiamo paura.

Io leggo. In maniera maniacale, compulsiva.
Io ricordo. Sono in grado di ricordarmi cosa ha mangiato un mio cliente, al ristorante, 7 anni fa se lo incontro per strada (non è uno scherzo… mi succede e la sensazione fa un po’ paura! Non è un ricordo cosciente)
Ma questi non sono vestiti. Sono informazioni. Sono scritti di altri.
Non sono me.
Me sono le esperienze che io compio.
Sono le competenze che acquisisco attraverso la pratica. Sono la memoria “fisica” del lavoro, dello spazio e del tempo.
Me è il sentire ciò che faccio, fosse anche solo entrare in una stanza buia e trovare al primo colpo l’interruttore perché il mio corpo sa che è li.
Me è quello che consapevolmente cancella la paura.

Si vabbè… e che c’entra Reginazabo?
…lei mi ricorda di tanto in tanto che “io non ho paura”.

E la smetto di farmi pippe mentali.

cartoline
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