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10
Mar
10

Organismi Mentalmente Modificati

Questa sarà quasi peggio di quando ho detto che le alloctone non erano “il” problema.
Potete aggiungerla alla lista delle cose allucinanti che posso elaborare insieme a “l’ailanto ha un suo di perché”.
Gli OGM sono un falso problema.
Non mi picchiatemi e cercate di prendere per un attimo le distanze dall’abituale scontro tra schieramenti. Si, lo so, è complesso ma credo che sia sano prendersi una vacanza dai limiti delle proprie convinzioni e provare ad indossare dei “panni nuovi”. Poi, magari, scopriamo che quei panni ci fanno veramente schifo e torniamo più forti e sani nelle nostre case mentali.
Ci provo e non so dove andrò a finire.
Prima di silurarmi riconoscetemi almeno il fatto di averci provato sennò qui stiamo solo a darci le pacche sulle spalle a vicenda.
Ah… e lasciate Malthus un attimo a casa con i nonni.

Dicevamo:
Gli OGM sono un falso problema.
Non ho nessuna intenzione di fare il riassunto dello sviluppo dell’agricoltura contemporanea e delle implicazioni socio economiche della stessa. Per chi volesse leggerne in maniera “leggera” posso consigliare la lettura dei 4 (!!) post di Matteo Bordone sull’argomento. Bordone è un giornalista tuttologo pop ed esperto di videogiochi. Nonostante ciò (o proprio a causa di ciò) la serie di articoli è condivisibile ed in alcune parti molto simile al materiale che si porta, con l’amico G ed Enzo, durante gli incontri divulgativi che teniamo in giro. (La cosa potrebbe sconvolgere G, particolarmente legato all’etica di Thoreau, molto meno me, legato all’etica dei Cargo Cult, quasi zero Enzo che è un biochimico felicemente inurbato nella tentacolare metropoli).
Sto divagando.

Gli OGM sono un falso problema.
Iniziamo a toglier un po’ di materia grezza dalla discussione in modo da fare un minimo di chiarezza. Gli OGM non sono la Monsanto (o la BASF, o la Syngenta, o la Bayern, o …)
La Monsanto, non sono io che ve lo devo raccontare, è un’azienda. Sta sul mercato mondiale fa quelle cose che fanno le aziende sul mercato mondiale: decide strategie di marketing, pianifica azioni commerciali, controlla i profitti, fa i bilanci e, si, finanzia la ricerca, assume e licenzia gente, sfrutta lo sfruttabile per ottenere dei profitti che ne giustifichino l’esistenza. In generale, come tutte le aziende e corporation mondiali, se le si applicasse il manuale per il riconoscimento delle patologie psichiatriche utilizzato dall’FBI risulterebbe essere un serial killer compulsivo e bipolare. Nel caso della Monsanto questo è particolarmente accentuato, almeno a stare alla classificazione etica delle imprese fatta da Covalence (Su 581 aziende Monsanto è 581°, Syngenta 574°). Non mi interessa in questo momento andare ad analizzare il perché le leggi del mercato siano così e non in un altro modo, essendo fatte dalle persone e quindi modificabili.
Allora, la Monsanto (o la BASF, o la Syngenta, o la Bayern, o …) in questo momento sono un problema. Ma non sono gli OGM. Teniamo a mente questo e andiamo avanti.

Togliamo le major di ingegneria bio-chimica. Ci rimangono gli OGM, abbandonati soli soletti in un laboratorio in cui si aggirano persone in camice bianco bravi nel fare ciò che sono bravi a fare. Il che (sempre che vengano rispettati i parametri dell’etica… ma la mia etica è diversa dalla tua e da quella della mia mamma) vuol dire approfondire le possibilità di conoscenza e di sviluppo del genere umano. Darwin era un ricercatore, Leonardo daVinci era un ricercatore, Lovelock e la Margulis sono dei ricercatori, Haber era un ricercatore (che, oltre al dispendioso sistema di produzione industriale dell’azoto, ha provveduto a creare lo Zyklon B…). Quindi, i ricercatori sono uomini, individui. Variabili non controllabili. Potremmo discutere che non va fatta la ricerca o che va fatta solo in alcuni campi ma lascio volentieri questo tipo di discussione ad alcuni piccoli stati totalitari Laziali.
Io, di per mio, non mi sento di poter cassare o salvare un ricercatore accollandomi il rischio di cancellare un daVinci o salvando un Haber… (entrambi finanziati da capitali economici privati più o meno etici sulla base di chi osserva).

Però. Però.
Quando arriva la notizia che 3 tipi di mais Bt ed una patata modificata (occhio, non dalla Monsanto americana, dalla Basf Tedesca: neanche il gusto di poter fare del sano anti-americanismo…) scoppia la guerra santa. Da una parte i gli “abbraccialberi”, dall’altra gli “squali” entrambi con una capacità di comunicazione prossima allo zero. Nel mezzo tutti gli altri tirati da una parte o dall’altra per la giacchetta.
Non amo né gli “abbraccialberi” con le loro le loro teorie del complotto, gli slogan e le mille citazioni di casi più o meno comprovati,.
(C’ho provato una volta ad abbracciare un albero, era un platano bellissimo, ma ebbi la netta sensazione che guardasse il frassino a lato con sguardo tra il panico e l’imbarazzo.)
Né gli “squali”, buffa lobby dalla retorica passivo-aggressiva che tutto hanno di scientifico (come armi retoriche) tranne dei contenuti “stabili”. Cosa si intende per contenuti “stabili”? La scienza non è una materia “fissa”. La terra si credeva piatta come la pizza ma poi risultò essere una sorta di sfera fatta male. La cocaina era un’ottima sostanza stimolante che aiutava la digestione ma poi costrinsero la coca-cola a cambiarla con la caffeina… ecc… ecc… (i ricercatori esistono anche per fare in modo che non ci si “fissi” ma si possa evolvere correggendo possibili errori). Quindi non possono in nessun modo portare verità su alcunché… ma, probabilmente anche grazie ad un’opposizione altrettanto “portatrice di verità”, possono far finta di si.
Quando messi di fronte all’impossibilità di avere previsioni a lungo termine sugli effetti degli OGM o dei correlati (l’uso di glisofati, modifiche di mercato, modifiche sociali e quant’altro) hanno due armi a disposizione: ammettere che la Vita (chiamatela Natura, Gaia, Biosfera o come diamine vi pare) non e priva di errori ma sarà in grado di affrontarli (“Le piante OGM sono studiate per rendere in agricoltura, lasciate nel selvatico non sopravviverebbero”. Se non esistono infallibilità, questa affermazione è un’ossimoro…) oppure la vecchia arma utilizzata dalla Green Economy sulla lotta alla fame nel mondo che, sinceramente, mi fa un po’ l’impressione di quando da piccolo mi dicevano di mangiare tutto “pensa ai bambini che muoiono di fame”… che sia detto chiaro e tondo: è sempre stata una gran stronzata.
Ecco, questi due tipi di persone, incastrate nel classico dualismo “mamma-papà”, “poliziotto buono-poliziotto cattivo” sono quelli che gettano veramente una brutta luce sugli OGM ed impediscono di elaborarne il concetto. (Oltre a dare degli orgasmi post-mortem a Freud)

Ora. Togli, le Major, togli la bassa comunicazione pro e contro e ti rimangono i ricercatori e gli OGM.
Attenzione: togliete anche i ricercatori che fanno comunicazione pro o contro… non sono definibili ricercatori. Che il ciabattino mi venga a dire che l’unica cosa buona per i miei piedi sono le sue ciabatte mi fa un po’ ridere. Un conto è comunicare una ricerca scientifica un conto e promuoverla (la differenza si capisce subito: la prima è una noia mortale la seconda è mortale. Punto.)
I ricercatori come abbiamo visto sono belli, brutti, buoni, cattivi, corrotti, sottopagati, strapagati come qualsiasi altra persona. E, molti, sono bravi in quello che fanno. Campi specifici. Di una specificità inconcepibile. Microsettori delle nanoscienze picometriche. Sanno benissimo che ciò che loro scoprono o trovano o inventano è un tassello, non la pietra filosofale e che questo tassello va inserito in un mosaico più ampio e poi inserito in uno ancora più ampio che è la Vita. Credo siano in pochi i Frankestein che pensano che il loro lavoro sia la Vita. Tendenzialmente quello è uno spostamento che fanno i comunicatori di cui sopra o le major. O i primi pagati dai secondi, o i secondi rinforzati dai primi o uno dei mille intrecci possibili in un triangolo a tre degno di un pornazzo d’autore (Major, abbraccialberi, squali).
Gli OGM sono uno dei campi di ricerca e di sviluppo, realtà laboratoriali che possono avere validità di studio, di analisi. Il solo rischio è quello di considerarli Soluzioni (notare la S maiuscola), come avvenne negli anni passati con la chimica agraria… dai, siamo sinceri, la Bayern cavalcò le teorie di Justus vonLiebig per decenni ma non era mica Justus il colpevole tanto meno i fosfati o l’azoto chimico. (Justus, poveretto, aveva persino provato a convertire Londra alla fitodepurazione delle acque nere… roba che te la scordi nel Lambro, letteralmente il cesso della Lombardia anche prima che lo riempissero di gasolio!).

Il problema, il problema reale, come al solito siamo noi. Incapaci di scegliere e valutare aldilà degli schieramenti. Sempre pronti a batterci contro qualcuno o qualcosa ma incapaci di concepire una complessità e di metterla in discussione. Con questo non voglio dire che non si debbano avere posizioni anche dure o estreme: se davanti hai un cretino tanto vale dargli del cretino. E’ il lasciarsi intrappolare nel gioco stupido dei comunicatori e delle Major che trovo assurdo.
Mi sto confondendo. Provo a ricapitolare con un esempio. Il Golden Rice.
Io sono convinto che Ingo Potrykus sia un po’ un Frankestein, un Frankestein buono, in buona fede. C’è un problema? La malnutrizione nei paesi del terzo mondo per carenze di pro-vitamina A? Sono un’ingegnere biochimico, lavoro sul DNA delle piante, come risolvo il problema? Modifico una pianta e gliela do. Ma non solo! Gliela do gratis e spero di prendermi il Nobel come Borlaug (questa è mia… magari lui lo fa per vero spirito filantropico). Se sono un biochimico specializzato sul DNA del riso è ovvio che quella sarà la mia risposta al problema, come quella di Borlaug fu la Green Revolution.
Quello che i comunicatori e le Major fecero e stanno facendo, e di far sparire dal discorso la complessità dei sistemi. Ci sono fior fior di progetti in Africa sulla produzione di cibi complementari che funzionano egregiamente, ma ai comunicatori non interessano. Ai “contrari” perché apparentemente hanno scelto quel ruolo e se glielo togli sono persi, ai “pro” perché da quello dipendono, almeno in parte, i loro stipendi. E poi sono esperienze di resilienza, legate ad un’impostazione diversa, alla ricerca non della “Soluzione” ma di tante piccole esperienze risolutive.
Ho l’impressione che si sia un po’ a questo punto: tutte le parti hanno davanti un malato, nominalmente: la terra, e tutti propongono UNA ricetta.
Non esiste una ricetta. Non è mai esistita e, storicamente, le ricette uniche hanno sortito effetti disastrosi.
Con questo non voglio dire che la ricerca sugli OGM non sia varia e differenziata, non voglio dire che non possa e non voglia essere “site specific”. Anzi, è potenzialmente in grado di essere estremamente legata al territorio in cui la si cala. Ma rimane, di base, una soluzione “unica”: modifica “artificiale” del materiale genetico delle piante.

Quindi. Abbiamo gli OGM, figli di una ricerca che può essere buona o cattiva, prodotti da laboratorio che possono portare a successi o fallimenti, abbiamo dei pessimi comunicatori pro e contro e un’industria che, anche grazie a questi elementi, prospera su conflitti ed incomprensioni perché, più di ogni altro elemento in gioco, risponde a delle regole precise. Le regole di mercato.
Il mercato è l’evoluzione di una forma di relazioni umane. Il mio villaggio è hai confini con un bosco ricco di selvaggina, quello dei miei vicini è su una montagna metallifera. Io gli do pellicce in cambio di strumenti per andare a caccia. Di per se non è ne immutabile ne negativo ma come tutte le relazioni può assumere aspetti disfunzionali da cui e poi complesso riuscire ad uscire.
Il problema attuale è che le regole del mercato prevedono una crescita continua. Aziende come la Monsanto credono in questa crescita continua e cercano di perseguirla con ogni mezzo necessario. Spesso consumando enormi risorse per cercare di rimanere su una linearità di sviluppo. Ovvio che da questo punto di vista, mettere le mani sulle ricerche OGM (e sui ricercatori) è un’ottima strada per cercare di rimanere su una curva ascendente. Gli OGM sono “controllabili”, non prevedono le intemperanze ed i cicli inerenti la “vita”. Quando le relazioni aumentano di complessità, seguendo pedestremente i dettami di Cartesio, l’istinto ci porta a semplificare.

E forse il problema è questo. Gli OGM sono un campo di studio e di ricerca, non un prodotto. Io posso criticare un prodotto ma non posso criticare una ricerca (un po’ perché non ne ho gli strumenti, un po’ perché non ha molto senso).
Quello che succede nel dibattito sugli OGM, invece, è proprio questo: confondere in continuazione i livelli prodotto-ricerca e a farlo sono quasi sempre le due fazioni supportate in questo da chi i prodotti li commercializza (se sei abbastanza bravo a gestire il marketing non esiste pubblicità positiva o negativa, esiste solo il piazzamento del prodotto nell’immaginario collettivo).
Ma, in un Mondo in cui dobbiamo ancora decifrare l’esistenza del 75% dei funghi, in cui in un cucchiaino di terreno c’è più biodiversità che nell’intera regione Piemonte, c’è realmente bisogno di un prodotto OGM? Non credo. Molte delle soluzioni che il marketing OGM dice di poter di risolvere esistono già in natura ma in una forma che il mercato non è attualmente in grado di gestire. Non è fabbricando soluzioni di mercato o appellandosi a vaghe energie naturali che la situazione può migliorare.

La natura non lavora per linee produttive, lavora per correlazioni di sistemi complessi. Questo è il suo modo di garantire resilienza e stabilità (cose che il mercato attuale non è assolutamente in grado di garantire). Studiando, applicando e mimando i sistemi naturali in maniera precisa e scientifica (va bene Gaia… ma magari se ci mettessimo meno slancio animista ed un po’ più di pratica…) a tutti i livelli, comunicando non solo una “diversità”, un’opposizione primitivista di ritorno ed un “sentire” generico, ma praticando a tutti i livelli, dall’orto al campo di mais, lavorando localmente ed in maniera diffusa forse il problema degli OGM come “prodotto” da conflitto potrebbe essere quantomeno mitigato permettendo di valutarne realmente le caratteristiche prima che un qualsiasi giornalista vestito da scienziato possa convincere la signora Pia che i lor prodotti sono l’unica soluzione e che noi siamo “i soliti fricchettoni”, prima che l’unica fonte alimentare naturale sia un prodotto di nicchia offerto da Carlo Petrini, prima di continuare a risolvere i sintomi invece dei problemi.

Gli OGM non sono “il Male”.
Ma, aldilà dell’ambito della ricerca, sono solo l’ennesima soluzione per posticipare un problema. La loro commercializzazione e promozione è il perseguimento di una linearità problema-soluzione-prodotto che semplicemente non è più sostenibile.
Il sistema che abbiamo creato semplicemente non è più sostenibile, capita… le civiltà nascono, crescono, si espandono, collassano… un po’ come tutto in natura. La differenza la fa la nostra capacità di resilienza al cambiamento, a come ci prepariamo per affrontarlo. Copiare dalla natura vuol dire imparare da chi la resilienza la pratica dall’alba dei tempi, nessun prodotto umano per quanto interessante e potenzialmente in grado di spingere più avanti il livello delle nostre conoscenza sarà mai in grado di garantire alcunchè.

Sono stato un po’ prolisso e confuso, scusate, cercavo di mettere in ordine e sperimentare un po’ di pensieri caotici…

04
Ott
09

…e che crepi il panda!

Attack_of_the_Killer_Tomatoes
Pare che non ci si riesca più a muovere dal discorso invasive, aliene, autoctone, alloctone…
In ogni caso… Se con Theodoropulos non condivido il 100% delle posizioni… con questo signore qui, si.

Ma poi, in definitiva… che crepi il panda!

14
Ago
09

Rane Bollite, api e Landscape amnesia

Wasserfrosch

Dov’è finito l’orto?

E i manuali di fai da te estremo?

Dove gli interminabili pipponi sulla biologia del suolo e la necessità di smettere di rivoltare zolle di terra , dove le bucoliche narrazioni di un (presto ma non troppo) quarantenne alle prese con la sua nuova vita agreste, dove gli esperimenti di sussistenza, dove i brutali scontri con l’ottuagenaria vicina di casa… ma soprattutto, dove gli appunti di Emilia o novità illuminanti sul biochar?

Persi di fronte ad un paio di nuclei di api.

Perché?
Non so.
Forse perché la nuova vita agreste non è più tanto nuova e si sta cercando un “salto di qualità”.

Forse perché traslare i concetti, spostarli e ritrovarli in altri contesti, magari, li rende più chiari. Magari può riportarli a quella lucentezza che avrebbero dovuto avere in origine.

Le rane.
Friedrich Goltzun tot di eoni fa fece uno “scellerato” esperimento:
Primo – prendi una rana
Secondo – asportale il cervello
Terzo – (pensavi che fosse sufficiente come schifezza?) mettila in una pentola di acqua fredda
Quarto – metti la pentola sul fuoco e alza lentamente, ma inesorabilmente, la temperatura fino a portare l’acqua ad ebollizione
Conclusioni – la rana rimane lì e si lascia bollire non percependo il cambiamento di temperatura, aggiungendo un po’ di aromi, probabilmente, il buon Goltz sarebbe riuscito ad ottenere la versione barocca di un brodo di rana.

Ignoro il perché perdere tempo con un’attività simile, ma gli scienziati sono strani (e un po’ perversi): pare che uno abbia passato buona parte della sua vita a tagliare la coda ai gatti sperando di farli nascere senza… ma poi Darwin lo superò a sinistra e, probabilmente, lui finì a lavare i boccali in qualche pub di Southampton…

In ogni caso, l’ardito esperimento di Herr Goltz venne ripescato e riadattato dalla letteratura anglosassone fino a farlo divenire metafora di un peculiare atteggiamento sociale: se i cambiamenti sono così lenti da non essere percepiti, le “rane” si fanno bollire nel loro brodo.
Per alzare un minimo lo spirito letterario di questo blog si potrebbe citare, come esempio di letteratura da “rana bollita” la poesia “prima vennero…” sull’ascesa del nazismo (anche se così andiamo probabilmente troppo in alto).

Si, va bene, ma che c’entrano le rane, io sto aspettando i prossimi appunti di Emilia.

Bene, probabilmente non li vedrete mai se non nella loro veste originale che trovate qui.

Secondo Jared Diamond (sempre sia lodato, soprattutto per alcuni articoli che ha scritto a proposito delle macchine da scrivere) gli abitanti dell’Isola di Pasqua si comportarono come le rane.

Avete presente l’Isola di Pasqua?
Si, quella con i testoni di pietra. Quella spersa nel bel mezzo dell’Oceano. Quella che sembra brucata dalle capre da un miliardo di anni. No, non quella del flop mostruoso di Kevin Kostner. Quella vera.
Secondo Diamond (a dire il vero secondo un suo amico che gli ha dato l’idea mentre faceva degli studi sullo scoglio oceanico) gli abitanti dell’Isola di Pasqua non si resero conto di cosa stavano facendo fino all’ultimo momento.
Capiamoci, sei già uno che ha avuto la fortuna di arrivare su un isola nel bel mezzo del nulla. La colonizzi, ti stabilisci per benino, decidi di costruire degli enormi testoni di pietra per ammazzare il tempo e, mentre ti dedichi a queste amene attività, piano piano inizi ad abbattere uno dopo l’altro tutti gli alberi dell’isola.
Un giorno, sei lì che stai segando una palma che sicuramente ti servirà a qualcosa di indispensabile, tipo una libreria con incasso per la testa di pietra in scala 100:1 che segna il tempo (azzurro-pioggia, rosa-bel tempo) o per realizzare finalmente quel soppalchino per riporci la collezione di scalpelli intarsiati a mano dal nonno e… ops!

Era l’ultima… fine delle palme, restano le teste
(forse il loro significato è proprio quello: segnalare a chiunque si avvicini che quella è un’isola di teste di… pietra)

Landscape Amnesia.
Così viene definita la sindrome che colse gli isolani.
Quando i cambiamenti nel panorama sono talmente lenti che non possono essere tramandati da una generazione a quella successiva ed improvvisamente… puff! Il bosco non c’è più, la montagna non c’è più, non ci sono più i ghiacciai e, sotto casa, ti trovi il più largo e profondo baratro erosivo che tu abbia mai visto (ma in realtà non l’hai mai visto fino a quando non hanno iniziato ad incrinarsi le piastrelle del bagno, un gres magnifico, nero, opaco).
Una cosa simile successe negli USA con la Dust Bowl. Quando si resero conto di ciò che avevano fatto nella Corn Belt ormai avevano mandato in orbita ettari ed ettari di terreno coltivabile. Non c’era niente di sbagliato in ciò che facevano, era il progresso, bisognava produrre cibo, non poteva essere sbagliato, s’era sempre fatto così (non è vero… ma ci credevano)… Una cosa simile sta succedendo con i terreni coltivabili dell’alveo del Po, dal Piemonte all’Emilia e più in generale con i terreni coltivabili Europei.

Peak Oil.
E’ bello, è interessante, inizia a fare notizia.
Peak Soil.
Non gliene frega niente a nessuno. (o quasi)
E’ buffo, è come se ci preoccupassimo per il frigo che rischia di non funzionare più quando, tanto, non c’è più niente da metterci dentro (a parte una riproduzione di testa dell’isola di pasqua segnatempo)

Stai abusando del nostro tempo e della nostra pazienza… le api?

Le api.
Le api sono un sistema accelerato.
Nessuno ha fatto niente di male alle api. Si è solo cercato di razionalizzare il sistema. Di rendere le lavorazioni più semplici, più produttive.
In poco più di un centinaio di anni le api, un organismo che ha qualche migliaio di anni in più degli esseri umani, sono perennemente a rischio. Darwin, ovunque esso sia, sta ridendo allegramente, insieme ad un branco di primati non evoluti, dimostrando che le sue teorie erano corrette: la varroa, dopo anni di trattamenti chimici sconsiderati si è “evoluta” meritando l’appellativo destructor.
Osservate l’ironia della “sorte”: da una parte si ibridano le api per ottenere nuclei sempre più produttivi e docili (delle piccolissime mucche alate a strisce) mentre dall’altra si agisce selezionando involontariamente parassiti e patogeni sempre più resistenti…

In agricoltura, nel sistema di produzione alimentare, questi meccanismi sono più lenti e complessi. più difficili da analizzare e rappresentare.
Con le api (ahimè) è più semplice, i tempi sono più rapidi e l’amnesia meno incalzante.

Voi non sentite l’acqua che inizia a scaldarsi?

08
Ago
08

Finestra sulla realtà degli altri n°10

Uno dei problemi correlati ad un approccio “sinergico” alla gestione di un orto o alla progettazione di un’attività agricola è che ci si muove su una linea di confine.
Molte delle teorie scientifiche alla base di questi sistemi, facilmente assumibili e comprensibili da gruppi ideologico-filosofici, risultano più ostiche alla stragrande maggioranza delle persone abituate ad un approcio più “classico”.

Si pensi alla teoria di Gaia formulata da Lovelock… alla base è una teoria sull’evoluzione dei microorganismi poi ripresa ed approfondita dagli studi della dott.sa Margulis (colei che coniò il motto “Gaia is a tough bitch”…trad. Gaia è una tosta cagna… ma si può tradurre in molti altri modi…). Da teoria scientifica che metteva in dubbio ed approfondiva il Darwinismo è diventata una bandiera per freak. Nessun problema a questo proposito ma, a mio parere, ne ha frenato un po’ l’efficacia (e di questo si lamenta anche un po’ la Margulis…).

Tra le tante “bandiere” scientifiche da freak c’è anche quella della fascinazione nei confronti di un ritorno ad una situazione di raccoglitori-cacciatori… bene, qui il sunto di cosa è successo ai nostri geni dopo l’introduzione dell’agricoltura (via agro.biodiver.se).
In definitiva continuo ad essere quasi d’accordo con Toby Hemenwey sulla necessità di spostarsi su società “orticole”…

Rimanendo sulla teoria Gaia segnalo anche l’ottimo sito di Roberto Bondì
Nel frattempo per la serie “Ho scoperto il vetiver” : il vetiver nella paesaggistica californiana…




L’ orto di carta

Diario di bordo ad aggiornamento casuale e saltuario di un cialtrone nell'orto... giocando con il fango, la permacultura, l'agricoltura sinergica in compagnia di William Cobbett, John Seymour, Fukuoka e Kropotkin.

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Troverò altri sistemi di finanziamento occulto…

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