Posts Tagged ‘Fukuoka



14
ago
08

finestra sulla realtà degli altri n°11

Ghost in the machine

No, non mi sto riferendo al quarto memorabile album dei Police.
No, neanche al libro di Arthur Koestler
del 1967.
No, neanche alla teoria di Gilbert Ryle , anche se tutto nasce per colpa sua….
E neanche al fatto che i post compaiono senza bisogno del mio intervento…

Ci sono a volte dei collassi nella “macchina” internet. A volte sono volontari (tempo fa fui artefice di uno di questi, nel mio piccolo) a volte sono incidenti (è successo al sito della libera Scuola di Agricoltura Sinergica). In alcuni casi le cose scompaiono e a nessuno frega niente, in altri casi archivi, link, articoli e risorse sono persi e basta. (non che sia un gran problema comunque… difficilmente ciò che si può leggere in internet è di vitale importanza, può essere interessante ma non fondamentale…)

Questa seconda ipotesi si era verificata per il sito www.seedball.com uno dei punti di riferimento per chi era alla ricerca di risorse sull’agricoltura naturale (ed un sacco di “fricchettonate” varie…).
Un giorno, Puf! Non c’era più…

Sinceramente, di nuovo, non che la cosa abbia fatto perdere il sonno a nessuno… (almeno, a me no…). La cosa che trovo buffa è che scopro da poco (grazie alla lista dei fukuokiani americana) che in rete (nella macchina) è ancora presente il suo “fantasma”…

E sta qui .

(post scriptum: è un fantasma di un sito… non è che gli si può chiedere di avere tutte le funzionalità a posto…)

12
ago
08

diario di campagna n°149

Non sono qui.

Non so esattamente dove sono in questo momento.

So solo che sono salito su un traghetto che mi porta in Sardegna. Lo so, dovevo essere da un’altra parte… ma torno comunque il 18, dovrei fare in tempo a salire in valle.

Porterò i vostri saluti alle piantine di Vetiver!

Per i commenti so che ormai siete autonomi e posso lasciarvi ciappettare al “bancone bar” anche in mia assenza, vedete di lasciare tutto in ordine quando uscite.
Per i post, come insegna ste, i blog sono dotati di vita propria… qualcosa qua e là comparirà…

P.S. – aggiornamento dell’ultim’ora – l’architetto con cui viaggerò clandestinamente è dotato di pc portatile… se qualche sardo “all’ascolto” vuole organizzare un “Fukuoka Party” basta postare qui.
Appena posso vi contatto. (miracoli della tecnologia)

10
ago
08

diario di campagna n°147

Ciao G.,
ho seminato il grano vernino che mi hai dato.
Avendo più tempo ed una maggiore stabilità esistenziale (ci si augura che il campo non venga toccato da nessuno fino a giugno dell’anno prossimo…) si sarebbe potuto fare un lavoro migliore ma tant’è che se cialtrone devo essere che cialtrone io sia! Ruth Stout, da qualche parte, se la sta ridendo…

Come eravamo rimasti, ho fatto una prima selezione dei semi tuffandoli in un secchio d’acqua per “scremare” quelli bacati. Il risultato è stato abbastanza soddisfacente, circa il 40% sembravano ancora buoni. Va sottolineato che mentre facevo quest’operazione è scoppiata un’altra bufera “sradica-pioppi” ed i semi sono stati abbandonati, “per forza maggiore”, una mezza giornata a mollo con un paio di effetti collaterali positivi: i parassiti residui sono annegati o hanno traslocato e la cuticola dei semi si è ammorbidita accelerandone la germinazione.

La prima parte dei semi è stata “spagliata” in un pezzetto che avevo seminato a trifoglio posizionato un po’ prima dell’orto. Ho buttato i semi poi ho sfalciato molto basso il trifoglio (e un tot di erbacce) e quindi ho coperto il tutto con uno strato di paglia. (Mi vedo Fukuoka, dalla clinica in cui è ricoverato, che si mette le mani nei capelli e si tira la barba…)

La seconda è stata distribuita nella parte di orto salvatasi dal crollo del pioppo… qui era un po’ più complesso a causa di un tot di convolvolo. In ogni caso ho sfalciato e tolto le radici più grosse, quindi seminato e coperto di paglia. Il tentativo è stato, in questo caso, di sfruttare al massimo i bancali rialzati in modo da evitare gli allagamenti autunnali.

In entrambi i casi sta già germinando (il ché fa sperare bene…). Ho cercato di seminare un po’ fitto per permettere al grano di competere e frenare le spontanee che saranno poi libere di proliferare dopo giugno 2009 (loro non sembrano comunque d’accordo)… anche se penso che ci passeranno su con un aratro appena avremo fatto la “mietitura”…

Porgo i più cordiali saluti all’alta valle
Nicola

P.S. – per evitare che i buzzurroni, che devono venire a prelevare il pioppo caduto, calpestino le future bionde messi il tutto è stato recintato… con paletti di pioppo…
P.P.S. – L’idea di coprire tutto con la paglia si sta dimostrando efficace a nascondere i semi ad una famiglia di fagiani che si è trasferita nelle vicinanze (I fagiani mangiano il grano? Preferisco non scoprirlo…). Non credo che siano autoctoni, da queste parti i cacciatori liberano fagiani cinesi in vista dell’apertura della caccia in autunno.

04
ago
08

gli appunti di emilia h. n°2

Ecco la seconda puntata degli appunti di Emilia Hazelip. Al fondo, come al solito, gli originali.

Le sponde dei bancali.

I bancali presentano due superfici coltivabili dalle caratteristiche molto diverse:
la superficie centrale in piano, dalla profondità ottimale, e le sponde di un’altezza variabile tra i 15 ed i 50 cm (oltre lo spazio centrale diverrebbe troppo esiguo). L’altezza che da risultati migliori di gestione, sia della parte centrale sia delle sponde, e di 30 cm che vuol dire ottenere sponde di circa 40-45 cm di larghezza.
Per la gestione delle sponde si deve tenere in considerazione l’orientamento delle stesse rispetto al sole. Cosa relativamente importante per le superfici centrali in quanto riceverà luce in maniera sufficientemente uniforme salvo che l’orto non sia in una posizione in pendenza.
Se il terreno è in piano, potete montare i bancali con una struttura rettangolare Est-Ovest e, conseguentemente, avere le sponde orientate nord-sud ottenendo microclimi molto diversi per ciascuna sponda. Questo sarà uno dei fattori determinanti per la scelta delle coltivazioni che andrete a fare sulle sponde stesse. In alternativa potrete disporre i bancali con un orientamento Nord-Sud in modo da ottenere sulle sponde ad est il sole del mattino e su quelle ovest il sole del pomeriggio, in questo modo l’irraggiamento sarà circa uniforme.
D’altro canto, se i bancali seguono forme circolari, si otterranno sponde esposte a tutti e quattro i punti cardinali. In questo caso si dovrà identificare bene l’orientamento di ogni segmento delle sponde.
Le sponde vengono utilizzate come superficie per le coltivazioni di “supporto” alla produzione principale che viene fatta sulla parte centrale del bancale. L’insieme delle coltivazioni sulle sponde ha di per sé una notevole importanza, ed in alcuni casi la produzione delle stesse può essere tale da non dover richiedere l’utilizzo delle parti centrali.
Le piante più indicate per la coltivazione sulle sponde sono quelle a portamento eretto appartenenti alla famiglia delle liliacee, come i porri, le cipolle, l’aglio. Le piante appartenenti a questa famiglia contengono sostanze fungicide, antibatteriche ed insettifughe in grado di proteggere le altre coltivazioni. Mescolatele a piante dallo sviluppo rapido come cicorie e lattughe di cui lascerete poi le radici nel terreno dopo la raccolta, disponendole sempre a quinconce. Qua e là potrete sparpagliare delle lenticchie.
Sul crinale di passaggio tra le sponde e le superfici centrali, seminare una linea di fagiolini o di piselli rampicanti, in base alla stagione, in modo che le radici delle leguminose possano estendersi nella rizosfera delle sponde. Se dovessero comparire piante spontanee appartenenti alla famiglia delle leguminose non eliminarle [n.d.t. mai asportare l’apparato radicale delle erbacce a meno che non siano fittonanti come la gramigna, decomponendosi forniranno humus al terreno e comunque ospitano una varietà di batteri e funghi fondamentale per la fertilità del suolo](a meno che non diventino veramente infestanti).
Le sponde vanno sempre tenute coperte da pacciamatura.

Orientamento piante adatte alle sponde:
Aglio – Sud, est, ovest
Cipolle – Sud, est, ovest
Porri – Nord, esst
Cipolla invernale – tutte
Cipollotto – tutte
Scalogno – tutte
Lattughe – tutte
Cicoria/scarola – tutte
Lenticchie/ceci – tutte


i soliti ringraziementi a tutti…
p.s.- è finalmento di nuovo online il sito della Libera Scuola Emilia Hazelip di agricoltura sinergica!

03
lug
08

diario di campagna n°117

Il Ciclo Ossigeno-Etilene spiegato a Dashiell Hammett

Disclaimer:

Tutto ciò che verrà espresso in questo post è una drammatizzazione di eventi pescati qua e là in maniera casule, non vi aspettate link a fonti certe e comprovabili.
I dati scientifici sono nebulosi e quelli temporali, peggio. Potrei essermi inventato tutto.
A meno che voi non abbiate voglia di andare a sfogliare gli archivi storici delle mailing list nascosti tra le pieghe di http://www.ibiblio.org/ecolandtech/. Se decideste di farlo, attenti a non perdervi.
Il post sarà drammaticamente lungo. Potete scaricarne una versione PDF per leggerlo con calma o st[r]am[p]parlo.

Sono tornato dall’orto da qualche ora. Il sole e l’umidità rendono impossibile il rimanere a lungo all’aperto.
Nella penombra del soggiorno anche le mosche ed i gatti hanno rinunciato ad ogni attività in attesa che la morsa si allenti.
Sto contrattando via mail con un amico uno scambio merce: lui mi ospita gratuitamente ad un seminario di una settimana sui “sistemi di vita sostenibili” ed io gli curo la parte di formazione sulle basi scientifiche dell’agricoltura naturale. La sua richiesta è un approfondimento sul ciclo ossigeno-etilene. E’ uno che ci va giù pesante.

Due cubetti di ghiaccio si sciolgono velocemente nel bicchiere colmo di caffè, non fanno neanche in tempo a tintinnare. Mi arrotolo una sigaretta.
Come al solito non ho una lira in tasca e la carta di credito, su consiglio della banca, è stata trasformata in una spatola da stucco. Questo esclude la possibilità di accedere agli archivi web di “Nature” e quindi alla strada semplice, sempre che fosse quella semplice.

E’ un po’ che giro intorno all’argomento ma senza mai esserne venuto veramente a capo. Sembra sempre troppo semplice o troppo complesso.
Ogni ricerca rimanda sempre a due o tre informatori che in realtà riportano dei “sentito dire”, delle informazioni generiche o eventi collaterali interessanti quanto i problemi a trovare un parcheggio in centro il sabato pomeriggio.

Altro caffè, altra sigaretta. Numa dorme nel buio fresco della camera da letto.
Le note della tromba di Wynton Marsalis si impastano nell’aria carica di umidità.
Inizio ad interrogare i forum e le liste. Un oceano di ricette per biscotti al cocco e mandorle, per la corretta igiene orale delle cocorite e di spettacolari patch unix per l’implementazione delle risorse linux si palesa improvvisamente. Questo è lo spazio “fisico” dell’infundibolo iconosinclastico di Kurt (Vonnegut), il punto zero della ragione e del torto, il luogo dove tesi ed antitesi si equivalgono. Qui perversi logorroici e spiriti puri si mescolano scomparendo oltre le cortine del “rumor bianco”. Qui io sto cercando un uomo. Alan Smith. Le probabilità di trovarlo sono le stesse di individuare il signor Mario Rossi con un neo sulla chiappa destra leggendo la guida del telefono.

Sono gli anni ’70. L’agricoltura non ha ancora abbordato la deriva “genetica” e la ricerca è ancora saldamente nelle mani delle Major chimiche, supportate dai bassi costi dei combustibili fossili. Ma le cose non stanno più filando così lisce come le aveva previste Von Liebig, iniziano ad aprirsi delle crepe nel sistema. Alan Smith, ricercatore di punta del New South Wales Department of Agriculture, viene mandato ad indagare una di queste.

Nel nord dell’Australia un’intera piantagione di avocado è stata falciata dalla Fitosfora. Ogni intervento chimico è risultato inefficace, le Major non possono accettare un fallimento, hanno bisogno di sapere. Alan parte per condurre la sua indagine ma, come capita spesso a chi si allontana troppo dal “centro” delle cose, perde i contatti con la realtà della ricerca scientifica ed inizia a scomodare situazioni “non consone”.
L’agricoltura biologica e naturale sono, in quegli anni, realtà marginali, non considerabili, velleità “artistiche” sull’argomento agricoltura.

Smith scopre che nelle coltivazioni trattate chimicamente non vi è traccia di Etilene, segnalato spesso, invece, nelle coltivazioni biologiche e nelle praterie. Pare che la sua presenza più assidua sia soprattutto nei suoli indisturbati delle foreste. Ma quali sono i collegamenti? In che modo il seriale massacro degli avocado per mano della Fitosfora è riconducibile all’assenza sul luogo di Etilene?

Le indagini lo portano ad indagare tra la nutrita comunità batterica del suolo (1000 milioni di batteri in 1 grammo), background di origine sia per Fitosfora che Etilene. Non è un lavoro semplice, scucire informazioni ai batteri non lo è mai. La comunità risponde alle leggi dell’universo, ci sono i buoni, ci sono i cattivi. Vivono mescolati, in piccole zone ben distinte tra un aggregato di materiale terroso e l’altro. Smith sceglie una comunità indigena, lontana dai campi delle Major. Il nostro uomo si sta allontanando. Come il Kurtz di “Cuore di Tenebra”, sta perdendo il contatto con i mandanti. La realtà che gli si presenta è sconcertante.

All’interno degli angusti spazi degli aggregati la comunità di batteri vive degli “scarti” delle piante che li sovrastano. Già da diverso tempo erano in corso indagini. I vegetali superiori sembravano assorbire, per i loro traffici, più energia del necessario. Secondo la crudele legge di Darwin questo li avrebbe dovuti portare all’estinzione nel giro di pochi anni: gli organismi inefficienti non erano ben visti in natura. Dove andava a finire quel 25% di energie disperse non dichiarate? La risposta era lì… alimentavano e mantenevano gli scambi sotterranei della rizosfera. I batteri si sa, non sono famosi per l’autocontrollo e messi in una situazione di comodo, con ossigeno e alimenti in grande quantità tendono a sviluppare le loro comunità in maniera vertiginosa. Ma lo sviluppo ha limiti precisi, soprattutto quando la tua casa è un micron di spazio vuoto tra blocchi di fango.

Gli stupidi microrganismi continuavano a consumare completamente l’ossigeno a loro disposizione. Smith rimase perplesso, era simile a ciò che succedeva nella piantagione. I batteri muoiono asfissiati e la decomposizione anaerobica (senza ossigeno) dei corpi porta ad uno stato di indebolimento della pianta. Era così che Fitosfora aveva colpito. Perché qui non accadeva? Ci fu un leggero movimento alle sue spalle. Un impercettibile rumore che riverberò sulle pareti dell’intero micro sito. Qualcosa stava mutando nella struttura stessa delle pareti.

In assenza di ossigeno il ferro presente negli aggregati circostanti stava passando dalla forma insolubile trivalente (FE3+) alla forma mobile bivalente (FE2+) il tutto con il repentino passaggio di un elettrone. Improvvisamente i minerali precedentemente bloccati nella struttura cristallina ferrosa, dall’alta carica elettrica, (fosfati, solfati ed altri) si liberarono venendo immediatamente assorbiti dalla pianta. Ma non solo, anche quelli bloccati nelle particelle di argilla e nei resti organici (azoto in forma ammoniacale, calcio, potassio e magnesio) si disgregarono in seguito all’impulso del ferro in forma mobile. Era quello che le piante volevano… una comunità di batteri che svuotasse di ossigeno le sacche in prossimità delle radici per poter assorbire i nutrienti necessari. Il tutto a spese dei microrganismi? Era un’azione troppo laida anche per un vegetale…

Alan si accorse solo all’ultimo della sua presenza, quasi intangibile. Etilene. Lui era lì. Nel trambusto di minerali e nutrienti che schizzavano da tutte le parti risucchiati dalle radici non l’aveva percepito. La reazione era stata silenziosa, nascosta. I precursori dell’etilene erano già in posizione, in attesa, nascosti tra gli aggregati, silenti. Erano, anche loro, inviati dalle piante. Vecchie foglie morte, decadute dopo aver raggiunto la pienezza della loro maturità. Erano lì, sul suolo, in attesa che arrivasse il segnale: la mobilitazione del ferro in forma bivalente. I componenti c’erano tutti, FE2+ ed i precursori. Quindi c’era anche Etilene.

Etilene, è un personaggio noto alle cronache vegetali. E’ lui che regola la germogliazione dei semi e la maturazione dei frutti (in alcune occasioni si presta anche a lavoretti sporchi tipo far maturare artificialmente i pomodori a settimane di distanza dal raccolto). Il suo ruolo, in questo caso si rivelò fondamentale per chiudere il cerchio. A lui toccava il compito, un attimo prima che i microorganismi crepassero miseramente, di farli cadere in uno stato di stasi impedendone la morte. Semplicemente smettevano di consumare ossigeno, in questo modo il gas vitale poteva tornare a riempire il micro sito risvegliandoli come se niente fosse stato. E tutto ricominciava da capo. La tresca era stata molto ben organizzata… ma cosa era successo quindi nel campo di avocado? Le Major avrebbero voluto uno risposta. E non gli sarebbe piaciuta.

Alan torna alla piantagione per tirare le conclusioni. Si è allontanato molto, troppo, è venuto a conoscenza di scambi e relazioni che per milioni di anni erano rimaste appannaggio di pochi eletti (microbi, ioni ecc…), simbiosi nascoste tra gli apparati più influenti del terremo che per secoli avevano garantito la fertilità dei suoli. Ma non nella piantagione. Non nell’agricoltura delle Major.

Nei campi coltivati la lavorazione ripetuta del terreno drogava di ossigeno i batteri, i quali in peno stato di frenesia delirante trasformavano l’azoto ammoniacale NH3 (quasi il 100% dell’azoto disponibile nei terreni naturali) in nitriti HNO3 e nitrati HNO2 impedendo il completo consumo dell’ossigeno nei micro siti e di conseguenza il passaggio dallo stato aerobico a quello anaerobico, figurarsi se a questo si aggiunge “una botta” di fertilizzati. Li per lì non cambiava nulla ma i nutrienti non erano più resi disponibili alle piante. In più le pesanti lavorazioni tendevano ad asportare i resti vegetali eliminando materiale organico dal suolo e con lui i precursori dell’etilene… questo avrebbe condannato i batteri a morte certa con conseguenze pessime anche per le piante.
Il modello che le Major stavano portando avanti era tutto sbagliato.
Per modificare sostanzialmente le cose si sarebbero dovute evitare lavorazioni del terreno e concimazioni azotate, incentivare coperture vegetali permanenti ed un continuo “ritorno” di materiale vegetale sulla superficie del terreno (meglio se da piante che hanno raggiunto la completa maturazione). Questo avrebbe limitato i processi di nitrificazione, incentivato la presenza dei precursori dell’etilene e mantenuto una buon struttura degli aggregati.

Alan aveva chiuso il cerchio. Aveva individuato una delle chiavi di volta del sistema affaristico vegetali-microorganismi-suolo. Tornò a casa. Pubblicò una bozza di ciò che aveva scoperto sulla rivista “Nature”.
Sarebbe stata una delle ultime volte che si sentiva parlare, in ambito accademico, del ciclo ossigeno-etilene.
A riguardo non arrivarono nemmeno smentite… solo silenzio.

Nel 1985 venne rintracciato. All’epoca era stato nominato direttore del Rydalmere Chemical and Biological Research Institute, istituto chiuso nel 1992. Lo avevano cercato per tenere una conferenza ad un’incontro dell’istituto di Permacultura a Otford. Inviò un po’ di carte con riferimenti ai suoi lavori ma si rifiutò di parlare dell’argomento etilene.
Le carte, appunti per conferenze, furono pubblicate per la prima volta in “Australian Plants” Vol. 9 n° 73 del 1977 poi sul n° 7 dell’ International Permaculture Journal nel marzo del 1981.

Nel 1989 sul “New Scientist” comparve un articolo di uno studioso inglese che aveva condotto delle ricerche in Africa arrivando a conclusioni simili. Micro siti anaerobici, ferro, nutrienti ed effetto inibitore dei nitriti… ma non c’era più traccia dell’etilene…

Poi anche le Major Chimiche incominciarono il loro declino, seguito dal sorgere delle Major Genetiche e la cosa divenne “futile”.

Ormai e notte… l’aria si è fatta fresca, complice un temporale passato non troppo lontano. Il “rumor bianco” interrogato mi ha dato questa risposta. Contratterò ancora con il mio amico. Credo che avrà da ridire sulla “forma” ma forse posso salvarmi con uno schemino con dei disegnini piacevoli…

Pare che qualche Major Genetica stia elaborando una pianta di pomodoro che non matura se non nel momento in cui viene irrorata di etilene prodotto in laboratorio. E non sono neanche riuscito a capire che fine a fatto Alan…
Mi giro una sigaretta. I gatti continuano a dormire.

19
giu
08

i manuali del giovine autarchico n°3

Credo che ormai si sia capito (se visitate abitualmente questo spazio). Sono sempre più convinto che, per dirla con Toby Hemenwey, agricoltura sostenibile sia un ossimoro. Al punto che incomincio a diffidare anche dei sistemi di coltivazione biologici.
Leonardo da Vinci sosteneva che l’uomo sapesse più cose sulle stelle che giravano sulla sua capoccia che non di cosa succedesse realmente nel terreno che calpestava tutto il giorno. La situazione non è cambiata di molto.

Purtroppo, quando si parla di auto fertilità del suolo, di sistemi di coltivazione “sinergici” e “biomimetici” anche il piccolo ortolano casalingo pensa: “Fricchettoni, andate a ricongiungervi con Gaia madre terra da un’altra parte!” o, al meglio, ti guardano sorridendo e pensando che sei un innocuo perditempo.

Peccato che Fukuoka, prima di diventare un’idealizzazione da immaginario occidentale dello zen, fosse un microbiologo. E che esistano centinaia e centinaia di studi scientifici a riguardo.
Io mi interesso a quelli (quantomeno ci provo). Gaia era solo una mia amica delle superiori.

Uno dei fattori determinanti per la fertilità del suolo sono le micorrize. Avete presente quando si parla di piante azotofissatrici… ecco, siamo da quelle parti. Le micorrizze sono funghi simbionti che, tra le altre cose, aumentano la capacità di assorbimento di nutrienti da parte delle piante (arrivando persino a soppiantare le radici stesse) e producono una glicoproteina fondamentale per la ritenzione idrica, di CO2 e dei suddetti nutrienti, oltre ad agire sulla capacità di scambio cationico e la soil foodweb attraverso la creazione ed il mantenimento degli aggregati, la glomalina. (Qui un PDF illustrativo)

Provate ad indovinare cosa succede alle micorrizze e a tutto il resto quando la terra viene troppo movimentata o concimata in maniera non attentamente calcolata… fine di uno dei fattori fondamentali della fertilità del suolo. Questo succede ormai da anni su grande scala, ma anche su media e piccola, e anche nell’agricoltura biologica. Questo è anche uno dei motivi per cui, tecnicamente, buona parte dell’Europa è ormai considerabile un deserto dal punto di vista della fertilità. Se per far crescere un romolaccio dovete girare, addizionare letame, girare nuovamente… va da sé che non si può considerare fertile il terreno… è fertile entro i limiti in cui voi lo rendete tale, e la cosa mi sta bene per il deserto del Sahara, un po’ meno per la pianura padana…

Fatto il pippone. Qui la pagina web su come autoprodursi un’inoculo di micorriza.

AGGIORNAMENTO ho ricevuto l’autorizzazione per la traduzione! A presto la pubblicazione… Grazie mille a Lindsay EPF Co-ordinator!

Comunque fate una cosa buona per il vostro orto: smettete di zapparlo e concimarlo e ricostruitene la fertilità naturale, starà meglio lui e starete meglio voi (sdraiati a prendere il sole nei pressi del boschetto di fragole)

17
mag
08

diario di campagna n°87

IL CICLO OSSIGENO-ETILENE

STAVO TORNANDO A casa in bici. Seduto sul seggiolino posteriore un comandante Kirk di due anni e la metà di trecento giorni. Senza il garbo e l’affabilità del vero Kirk. Avete presente? Una cosa tipo: “Sulu, abbia la grazia di passare a warp 9 onde evitare che i Romulani ci riducano allo stato alterato di immaterialità quantica…” ecco, dimenticatevelo.
All’altezza del giardino della nostra vicina, il comandante mi infila nel rene sinistro una Corvette metallizzata del 87 scala 1:100, la traduzione del gesto potrebbe suonare vagamente così: “Spock, gentilmente, tracci le coordinate del settore gamma per una deviazione verso la vecchina nell’orto, la vetusta aliena ci consegnerà sicuramente qualche dolcetto!”.
La scena, all’approdo, e la seguente: vecchina di 80 ed ignoti anni, di circa 1.23 cm con zappa di circa 1.89 cm che bestemmia in antico dialetto klingon mentre scalza le erbacce.
E qui lo scontro di culture (e colture) si fa immediatamente teso.

COME SPIEGARE ALLA novella Yoda (ma senza le orecchie) che c’è un sistema di gestione dell’orto che non prevede che lei si spacchi la schiena ribaltando zolle in continuazione? Come spiegarle che ciò che lei sta facendo da una dozzina di lustri la sta costringendo, anno dopo anno, a zappare, ingrassare, girare, sarchiare ecc… ecc… E qui la scena rallenta. La realtà esterna scompare e si mettono in moto le sinapsi.

Il CICLO OSSIGENO ETILENE spiegato alla vecchina.
Uno dei principi dell’agricoltura del “non fare” è l’autofertilità del terreno. Nei sottoboschi o nelle praterie le piante traggono i nutrienti dal suolo senza bisogno di pesanti interventi di “areazione” o di concimi. Questo anche grazie al ciclo ossigeno-etilene studiato dal biologo del suolo australiano Alan Smith. Una cosa che in fricchettonese potrebbe essere definito “il respiro della terra”.

Secondo Smith, ogni 20 minuti circa nelle microporosità del terreno avviene una serie di scambi il cui risultato garantisce alle piante (nel nostro caso insalate, pomodori, zucchine ecc…) il giusto apporto di nutrienti come azoto, potassio, calcio, magnesio, fosforo ed altri oligoelementi. Tutti questi elementi non sono però in forma immediatamente assimilabile e qui entra in gioco il “ciclo”.

Un 25% dell’energia assorbita da una pianta viene “dispersa” nel terreno attraverso le radici, apparentemente in maniera insensata, in realtà quest’energia, abbinata a materiale organico in decomposizione, crea l’ambiente ottimale per lo sviluppo di microrganismi che colonizzano le porosità del terreno in prossimità delle radici. I microorganismi consumano l’ossigeno presente creando una situazione anaerobica che innesca un processo chimico atto a scomporre il ferro presente nel suolo in sostanze assimilabili dalla pianta. Questa scomposizione stimola la produzione di etilene (gas fondamentale per le piante tant’è che spesso i pomodori vengono raccolti verdi e poi conservati sotto etilene per farli maturare… esempio di distorsione di un processo naturale…) che inibisce l’attività microbica e spinge i composti chimici verso l’esterno dove, a contato con l’ossigeno si ossidano nuovamente in attesa di tornare utili alle piante. Nel frattempo l’ossigeno rioccupa le porosità risvegliando i microrganismi. E via! Altro giro altra corsa!

La tecnica di “arieggiare” il terreno, in un primo momento, rende tutti i composti gassosi e minerali disponibili alle piante ma in eccesso causandone la dispersione, elementi fondamentali come l’azoto, ad esempio, sono estremamente volatili. E come se a fronte della richiesta di un panino noi servissimo un pranzo nuziale e buttassimo poi via tutti gli avanzi.
In più con queste pratiche l’azoto, normalmente in forma di ammonio si trasforma in nitrati che bloccano la produzione di etilene. La conseguenza è la necessità, costosa in termini di energia e denaro, di supplire ad una cronica carenza di nutrienti ed a una continua lavorazione del terreno perché li assimili…

Fine del ragionamento. Ritorno a velocità normale. Apro la bocca e mi sento dire:”Hai bisogno di una mano?”.
Scena seguente, 1.80 m per 63 Kili di uomo caucasico verso i 40 che zappa bestemmiando sotto gli occhi vigili di un micro comandante intergalattico e della sua amica aliena.

Disclaimer: come sempre il lavoro di inserire dati formali in testi cialtroneschi non è così semplice… perdonate le imprecisioni tecniche ove vi fossero e vi prego di segnalarle. Tendo a non rileggere. E poi se passa di qua Meristemi che figura ci faccio?! 

Comunque questo è in link ad un articolo esaustivo (in Inglese)
Mentre questo è la versione ridotta ma efficace (in Italiano)

11
apr
08

Diario di Campagna n°63

PIOVE

Tempo per mettere un po’ di cartacce in ordine e chiarirsi un po’ le idee.

RIASSUNTO DELLE PUNTATE precedenti:
il nostro eroe, dopo anni di onorato lavoro nei più disparati campi della cialtroneria urbana, si trasferisce, con la famiglia, in quella che pomposamente potrebbe essere definita “campagna”, qui inizia a farsi un orto.
Essendo comunque un cialtrone e non avendo particolari predisposizioni ai lavori di fatica si lancia in un approfondito studio su “come sopravvivere cazzeggiando il più possibile” (il che, stranamente, si combina con la riduzione del suo impatto ambientale…. a questo proposito consiglio la lettura di Do Good Lives Have To Cost The Earth? con un bell’intervento del già citato Hodgkinson…) a questo contribuisce sua madre che gli passa sottobanco “la rivoluzione del filo di paglia” di Masanobu Fukuoka e “l’orto di un perdigiorno” di Pia Pera.
Del primo ricorderà solo l’incazzatura del padre dopo che gli aveva devastato un mandarineto, del secondo un’indistinta e spiacevole sensazione di Bovarismo con biglietto aereo poltrona-lato-finestrino ed il fastidio a rileggere più volte la descrizione della vanga del suo vicino.
Le letture gli si sedimentano comunque nel subconscio ed incominciano ad accompagnarlo in un percorso che, attraverso una serie di confusive derive lo accompagnano fino ad oggi.

OGGI. Piove.
L’orto del primo anno è stato smantellato (sigh!), in compenso sono riuscito ad ottenere in uso un campetto di 800 mq circa dietro casa. Qui sta prendedo forma il progetto “Adotta una Bietola”, una serie di orti (realizzati secondo una progettazione in permacultura definita Gangamma mandala e seguendo le pratiche dell’agricoltura sinergica di Emilia Hazelip… bhè… più o meno. Sono comunque un’autodidatta…) da dare in “adozione” ad abitatanti urbani.
COSA SI INTENDE per “adozione”? Chi adotta l’orto lo segue con i tempi ed i modi che la propria quotidianità gli permette, io garantisco il mantenimento standard di minima. Ogni partecipante (allo stato attuale sono 3 gruppi famigliari) ha il suo bel mandala. Ovviamente chi lo adotta accetta le regole di base della Bietola: applicazione dei principi dell’agricoltura naturale, cialtroneria creativa e joie de vivre… una semplificazione del manifesto lo si trova qua.

L’ORTO E’ FATTO in maniera da minimizzare la necessità di interventi pesanti, massimizzarne le funzioni microbiologice e la biodiversità. La forma demenzial-fricchettona permette la creazione di una gran quantità di microclimi in uno spazio relativamente limitato aumentando, di conseguenza le possibilità di consociazioni e potendo raccogliere spinaci, fragole, pomodori e carote senza fare kilometri e kilometri, così da poter andare velocemente a sdraiarsi all’ombra con una birra per dedicarsi all’osservazione approfondita delle nuvole.

OK, lascio perdere. non sono in grado di fare chiarezza ed ordine… torno a contemplare la pioggia nel canale sotto la finestra del soggiorno…




L’ orto di carta

Diario di bordo ad aggiornamento casuale e saltuario di un cialtrone nell'orto... giocando con il fango, la permacultura, l'agricoltura sinergica in compagnia di William Cobbett, John Seymour, Fukuoka e Kropotkin.

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