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07
Feb
11

Outing

PREFAZIONE:
Il portatile è ancora in coma farmacologico ed attente operazioni di chirurgia cibernetica stanno cercando di estrarre più dati possibili dal suo cervelletto di 0 e 1.
Fortunatamente esistono gli amici con i “muletti” nascosti negli armadi e disposti a prestarli a tempo indeterminato.
Questa prefazione è per ringraziare Marilena.
Voi, invece, saprete con chi lamentarvi per questo interminabile e scompostissimo post privo di qualsiasi immagine… con me 🙂
Che si vada a cominciare!

OUTING
(attenti alle note a piè di pagina… potete anche leggerlo off-line. In fondo dovrebbe anche esserci l’iconcina per stamparselo ma se lo salvate come file non avrò un ramo di pioppo sulla coscienza)

Dopo 6 anni di sottili sotterfugi.
Di bassi espedienti e di mal celate propensioni, lo ammetto.
Mi auto impongo un’etichetta.
Mi schiero.
Sono un permacultore.
Non insegno Permacultura ma la pratico.*

Perché? Perché la permacultura è uno strumento di progettazione, è “un sistema per combinare concetti, materiali e strategie in modelli che operino a beneficio della vita in tutte le sue forme” (Bill Mollison, A Designer’s Manual, Tagari pub. 1988)
Non una fede.
Non una politica.
Ma un sistema progettuale che attinge ad un bagaglio infinito di tecniche. Una forma di architettura i cui modelli risiedono negli ambienti naturali.

Leggere Fukuoka e trovarsi a dare la caccia ad enormi quantitativi di trifoglio bianco o ad una fantomatica argilla rossa in polvere sperando di averne un feedback (resa) è fede non tecnica.
Spesso mi trovo ad insegnare in corsi residenziali di 5 giorni i principi e le tecniche dell’agricoltura sinergica di Emilia Hazelip perché il sistema che ho sperimentato ed approfondito maggiormente e che, nella mia esperienza personale, può essere uno strumento fondamentale per avviare processi di autoapprendimento e di analisi consapevole.
Ma è una tecnica, non è una fede.
Emilia era una persona eccezionale ma il culto della persona e delle sue idee è una cosa, la tecnica di progettazione o gestione delle coltivazioni, un’altra.
Ci sono situazioni in cui probabilmente utilizzerei altre tecniche per ottenere il duplice risultato di avere una resa che contemporaneamente soddisfi i miei bisogni e quelli di un ambiente naturale da supportare e con cui integrarsi. Bisogni che andranno ovviamente mediati e bilanciati con quelli del contesto.
Questo ci riporta al concetto di “beneficio della vita in tutte le sue forme”. Noi compresi. La biodiversità naturale e le sue (nostre) risorse…

Quindi. Io sono un permacultore.
E’ in quest’ottica che stiamo progettando la nostra vita ed il terreno in cui ci andremo ad insediare.

Di tanto in tanto, tra i commenti di questo delirante contenitore di parole se ne incastrano alcuni che richiederebbero enciclopedie intere per poterli approfondire in maniera adeguata. [Qui Davide, Qui Elena
In entrambi i casi, su scale diverse, viene sollevata la problematicità di un certo tipo di sviluppo e di pratica in un contesto “tradizionale”. Tradotto: “Si, si, bello… ma come ci campi? Ci stiamo a provare tutti…”
Non esistono risposte standard.
Esistono i progetti e come questi vengono elaborati.

Uno dei focus principali della progettazione è la “resa” (yeld) della progettazione stessa.
In un piano di fattibilità da economista standard la “resa” sarebbe un dato meramente numerico basato su un “core business” o su un prodotto specifico. In un piano di fattibilità in permacultura la “resa” assume un significato infinitamente più ampio e più di difficile definizione (molte di queste rese non è possibile analizzarle se non con strumenti di analisi estremamente sofisticati). Se fossi sicuro di non essere mal interpretato direi che la resa è di “qualità olistica”. Ci saranno delle rese per me, delle rese per l’ambiente naturale e per sostenere la comunità – in tutti questi giri di “rese” aiuta molto crearsi delle mappe mentali simili a quelle di Odum sostituendo “rese” a “energia”.
Se non riesco a coprire tutto questo bagaglio di bisogni il sistema non sta in piedi. La coperta, se si sbaglia la progettazione, risulta immediatamente troppo corta.

L’agricoltura “tradizionale” tende a concentrarsi sulla resa economica – dato drogato dagli input degli “incentivi” all’agricoltura – a spese dell’ambiente e del contesto sociale (vedi uova alla diossina e varie forme monopolistiche).
L’agricoltura “alternativa” tende a concentrarsi sulla resa del contesto sociale (siamo tutti convinti di salvare il mondo) e, a volte, onestamente, a quella dell’ambiente. Per sostenere la resa economica rimane solo da appoggiarsi a sovrastrutture organizzative accessorie che appesantiscono la progettazione, spesso la deviano, più facilmente ne drenano le energie inficiandone ulteriormente le rese. Anche quelle che coinvolgono il contesto sociale.

Ci sono dei parametri di scala che vanno valutati in fase di progettazione, il rischio è “l’insostenibile sostenibilità” di una tecnica che diventa fede, politica, ideologia o, nei casi peggiori, green-business. Escluso l’ultimo, tutti questi elementi positivi sono, a mio parere, scontati in una progettazione in permacultura. Talmente scontati da essere trattati in maniera oggettiva e tecnica. Come un tavolo.
Il tavolo c’è, conosco le sue funzioni, i suoi impieghi, i suoi limiti, com’è fatto. Non ho bisogno di gravitarci intorno tutto il tempo o di dedicargli chissà quali attenzioni. So che ci mangerò sopra, non ho bisogno di osannarlo o decantarne universalmente le qualità ogni volta che ci appoggio su un piatto. E’ un tavolo, sono fortunato ad averlo.
Questo dovrebbe valere per qualsiasi “credo”.

Toby Hemenwey (formatore e progettista in permacultura autore di “Gaia’s Garden” – il libro che avreste voluto leggere al posto di “Introduzione alla Permacultura”. Cosa che avrebbe evitato a centinaia di persone di dare la caccia al Tagasaste o di ipotizzare lo sfondamento del soffitto dell’inquilino del piano di sotto per creare una doccia-serra dal design giapponese per il recupero dell’acqua) ha scritto un’interessante articolo sulla sostenibilità urbana opposta alla sostenibilità rurale e sulla forza e duttilità delle tecniche di progettazione in permacultura.
L’ho anche tradotto (colpa di Cristiano) ma è rimasto intrappolato nel mio portatile attualmente in coma farmacologico.**

Esistono centinaia di realtà “alternative”, progettate secondo parametri non convenzionali, in Italia. Un universo frammentato, multicolore. Si pensi a realtà storiche come Bagnaia, Urupia, Ontignano, Alcatraz, Cascina Santa Brea, il Bianconiglio, Zebra Farm, il Grembo, a singoli come Fabio Pinzi o a situazioni più “informali” come gli Elfi. Ci sono, esistono.
Funzionano? Si, no, chissenefrega. Io sono contento che esistano.
Credo che chiunque sia entrato in contatto con queste realtà se ne sia fatto un’idea personale ma non è questo lo spazio per analizzare la questione.

Quello che io trovo fondamentale per la sostenibilità di un’impresa sostenibile (scusate il bisticcio) sia il rifarsi ai patterns, ai modelli sia naturali – per ciò che riguarda gli aspetti ecologici e culturali – sia a quelli sociali ed economici. Le realtà sopracitate determinano dei modelli di riferimento analizzabili. Nessuno di noi inventerà mai più l’acqua calda…

Quando il problema è di carattere gestionale-economico, probabilmente l’errore è in una lettura di questi modelli o nell’adozione di modelli esistenti “tradizionali” non integrabili in una progettazione che ha basi, obiettivi e origini completamente diverse.
(Il motivo per cui Odum riuscì a dimostrare la maggior “resa” di un ambiente naturale rispetto ad uno coltivato fu la modifica dei sistemi di analisi di “bilancio”)

Il problema è che la progettazione si gioca su linee di confine molto nebulose.
Pensiamo ai pannelli fotovoltaici: Energia pulita “verde”, una possibilità di indipendenza e resilienza energetica. Ma i costi, la resa, l’impronta ecologica in fase di produzione e la loro applicazione su quali schemi di modello si muovono? La loro applicazione progettuale ha sempre un senso? O potrei ottenere un miglior impiego “permaculturale” del mare di energia che il sole ci riversa addosso raccogliendola e conservandola in altri modi?
Un motorino di nuova generazione inquina meno di uno vecchio, ma se io prolungo la vita di quello vecchio non evito che si debba costruire un motorino nuovo?
Lo stesso discorso è applicabile a tutte le altre energie che devono entrare nel nostro sistema (soldi compresi… che pur sempre energia sono).

La permacultura nasce in Australia dove, creare dal nulla una collina o un invaso d’acqua di 1000mq è cosina da nulla in un progetto più ampio di riforestazione e biorimediazione di una proprietà che ha estensioni territoriali simili a quelli di una provincia italiana.
Ma qui, appunto, siamo in Italia e i modelli sono in scala. Ma non solo. Nell’individuazione dei modelli noi abbiamo un bagaglio storico-culturale che, se da una parte è vincolo, dall’altra può essere un’enorme risorsa.

Io vedo una serie di problemi collegati allo sviluppo e alla gestione di progetti di sostenibilità energetica*** alternativi.

Il primo è legato a forme di “abitudine mentale” collegabili a pattern disfunzionali.
Un esempio classico è, a fronte del desiderio di iniziare un’attività di tipo agricolo, tuffarsi immediatamente in uno scontro diretto con il sistema agricolo attuale coltivando cereali perché agricoltura=cereali. In realtà i bisogni e la sostenibilità agricola risiedono spesso nella riduzione della coltivazione cerealicola non nella sostituzione del sistema di coltivazione. Questo è un po’ la falsa illusione dell’agricoltura Biologica.

Il secondo è legato a forme di business “alternativo”. Il classico ragionamento del “faccio cose, vedo gente, organizzo dei corsi, chiamo i wwofers, faccio un campo di volontariato internazionale…”. Tutte attività preconfigurabili come “precariato sostenibile” su cui non si può sicuramente basare una modifica dei modelli socio-economici e la sostenibilità di un progetto. Se di sostenibilità stiamo parlando stiamo parlando anche di resilienza e di capacità di modifica al cambiamento, se per qualsiasi motivo ad un certo punto dovessero mancare i volontari o questi ci costassero un botto in pranzi e cene che fine farebbe la nostra sostenibilità? Lasciamo stare la questione corsi che con la crisi economica e la maggior parte della popolazione insediata in grandi centri urbani dovrebbe assumere caratteristiche assolutamente mirate ed accessorie.

Il terzo è legato ad una forma molto italiana di provincialismo. Vediamo e studiamo cose interessanti e di valore all’esterno e cerchiamo di replicarle qui da noi (cosa spesso valida) ma tendiamo a dimenticare la specificità delle scale e dei modelli. E’ notevole come questo succeda in maniera democraticamente trasversale tra le categorie ideologiche. Leggo Fukuoka e cerco di riprodurlo facendo finta che non esista l’inverno e che ci sia una stagione dei monsoni. Vedo i successi(?) degli OGM e cerco di introdurli in Italia senza considerare l’impatto su un’agricoltura di dimensioni medio-piccole ed un territorio assolutamente disomogeneo. L’importante è essere ideologicamente “hipe”. E questo ci porta al punto n° quattro.
Le persone che spesso agiscono questi progetti di cui anch’io faccio parte.
Siamo quasi tutti cresciuti negli anni ’80, la teoria del “contenitore” ci pervade. Creiamo vuoti da riempire, siamo compulsivi. Spesso le scelte che facciamo sono di rifiuto dei modelli esistenti ma stentiamo a crearne di nuovi cadendo spesso nell’emulazione di modelli già dismessi – come il fascino di una stolta autarchia – e, quando lo facciamo spesso tendiamo a cercare di ignorare il contesto che ci circonda o ci dissanguiamo, novelli Savonarola e Giovanne D’Arco autodafé, per combatterlo.

Buckminster Fuller sosteneva che per cambiare un modello non serve combatterlo, devi renderlo obsoleto.
Sono convinto che questa sia la chiave di lettura giusta. Ma per rendere obsoleto un modello bisogna comprenderlo a fondo e introdurre le persone al nuovo modello alternativo che deve rispondere, comunque, ai loro bisogni non solo alle loro ideologie.
La permacultura è in grado di creare modelli nuovi e migliori degli esistenti, più efficienti ed efficaci ma per farlo deve rimanere strettamente collegata ai modelli ed alle scale mettendo in rapporto le energie e le rese del territorio, selezionando quelle più resilienti e preservandole in cicli regenerativi.
I progetti vanno fatti considerando le energie del micro-territorio in cui ci si insedia. Gli ideali sono le lenti con cui analizziamo ed osserviamo la realtà, non sono la realtà. Un po’ la storia del dito e della luna…

Noi stiamo iniziando il nostro progetto.
Non sappiamo come andrà a finire o come si estenderà nel tempo (anche se i risultati negli spazi minimi ed instabili degli ultimi 6 anni sono incoraggianti). So che l’obbiettivo è dare alla nostra famiglia un’alta qualità della vita ed avvicinare il nostro ettaro di terra alla migliore approssimazione dell’Eden.
Non disponiamo di ricette salvifiche o funzionali possiamo solo dire che sono stati fondamentali diversi aspetti:
Né troppo terreno né troppo poco.
Non troppo lontano da centri abitati.
Tempi medio-lunghi per raggiungere una situazione di bilanciamento dinamico.
Semplificazione fiscale.
Capacità di produzione di beni di scambio con la rete locale.
E poi… c’è tutto l’aspetto filosofico, naturale, estetico ed etico ma, spesso, per realizzare un sogno bisogna dimenticarselo per poi riscoprirlo come sorpresa in ciò che si sta facendo.****

E, ragazzi, ricordatevi la scala ed i modelli!

Le Note a piè di pagina

* Se Tiziano Ferro fa notizia facendo coming out sulle sue preferenze di genere vorrà pur dire che l’outing si può fare anche sull’ovvio…

** Il mio laptop del 2004 ha deciso che 7 anni sono troppi e, per ora, ha l’encefalogramma piatto… sappiatelo… se avete fretta di contattarmi vi conviene chiamarmi direttamente. E perdonatemi se mi dimentico delle cose… sono nel suddetto laptop e le connessioni con posta ed internet sono seriamente ondivaghe ed incerte.

**** Sia chiaro che quando parlo di “rese”, “risorse” o “energie” ne parlo nel senso più ampio del termine (cibo, combustibili, elettricità, soldi, reti sociali…). E, per proprietà transitiva, tutto ciò che determina il nostro benessere in un sistema dotato di un bilanciamento dinamico. Mentre, per “bilanciamento dinamico” intendo una situazione in cui la sostenibilità reciproca dei vari attori è garantita dallo spostamento continuo del fulcro. Se il bilanciamento fosse determinato da vettori fissi, secondo le leggi della termodinamica, si arriverebbe ad una situazione di “morte termica”. Sembra assurdo ma capita… anche nelle relazioni tra le persone. Un esempio classico in natura è dato dalle foreste, finché sono giovani sovraproducono “energie”, allo stadio di maturità ciò che producono consumano arrivando ad uno “zero termico” che inizierà inevitabilmente un processo regressivo fino a non entrare nuovamente in una rigenerazione…

**** Anche se non sembra in questo articolo si parla di soldi ed ecologia. Economia ed ecologia hanno la stessa radice greca “oikos”, casa, ad indicare lo studio del modo in cui si gestiscono le attività della vita siano esse umane e finanziarie o vegetali, animali o biochimiche. Siamo seduti su uno sgabello le cui gambe sono tutte queste attività… non considerare una può voler dire trovarsi a gambe all’aria con una commozione celebrale durante un pranzo di gala.

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16
Mag
10

God save the Queen(s)

No.
Non questi Queens.

La giornata di sabato si è svolta all’insegna della divulgazione dell’Agricoltura Sinergica e Naturale. Prima a RadioFlash per FoodExpress di Elena Pugliese, poi al Centro Studi Sereno Regis per una presentazione in collaborazione con Guido ed Enzo (il trio dell’ Ave Sinergia al completo).
Torniamo a casa. Guido e famiglia si fermano da noi per il fine settimana. Paccate di bimbi allo stato brado in giardino.
Siamo sinceri. Non sopporto i marmocchi… ma quando li puoi liberare nel mondo, lasciati liberi di autogestirsi, sono uno spettacolo e il tuo unico problema è che non ti urtino il braccio con cui tieni la tazza del caffè.
Siamo a domenica. La carovana ha appena finito il lauto pasto benedetti da un ritrovato sole, i bimbi si stanno nuovamente disperdendo.

Ops.

Ci sono cose che non hai bisogno di vedere. Dopo che per anni hai osservato i cambiamenti, i colori, le ombre, non hai bisogno di vedere realmente. Un po’ come quando papà orso entra in casa dopo che Riccioli D’oro s’è resa colpevole di furto con scasso (che se i tuoi genitori ti chiamano così… ci sei portata a delinquere. Anche se mi sarei aspettato un altro reato…). Ti giri intorno e sembra tutto a posto, ma sai che non è così…

Ok. Alla fortuna, mi hanno insegnato, c’è un limite.
Quindi mi insospettisco e vado a vedere.
Seconda sciamatura. Secondo recupero.
Questa volta colonizziamo la TopBar orizzontale.
Non raccoglieremo molto miele ma, se tutto va bene, abbiamo aperto l’anno con una famiglia in meno e lo chiudiamo con due in più.

Che Dio Salvi le Regine! (di cui una, probabilmente, vergine…)

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22
Ago
08

gli appunti di emilia h. n°3

Ok. Avevo detto che avrei pubblicato una nuova porzione di appunti di Emilia Hazelip convinto di poter abbandonare un’aura da “pessimismo e fastidio”. Purtroppo ho pescato a caso ed è arrivato questo…
Mi rifarò, prometto…

Entropia/Sinergia

Sistema entropico: consuma ed è parassitario
Sistema sinergico: consuma preservando la vita ed è benefico (sinecologia)

L’Entropia si applica ai sistemi/modelli dinamici Newtoniani. CHIUSI
La Sinergia si applica ai sistemi viventi. E’ la Legge che soggiace alla “Natura”, che permette alla vita di essere… ed agli esseri umani di funzionare attraverso una cultura intelligente che sappia preservare la “gallina dalle uova d’oro…

In Entropia, tutto consuma tutto. Uno stato la cui economia segua questo modello giustificherà ogni suo sfruttamento minerario, forestale, nucleare ecc…

In Sinergia, tutto vive grazie al fatto che ogni cosa viene costantemente consumata e riciclata. Un governo la cui economia segua questo modello cercherà di applicare le conoscenze attualmente a nostra disposizione per produrre energia, riciclare, connettere gli innumerevoli pezzi in modo non solo di interrompere un meccanismo parassitario ma salvaguardando un sistema di vita “normale” di una “civiltà” del terzo millennio…

In Sinergia la vita si perpetua, la razza umana ha attraversato magnifiche culture antropiche ancora contemporanee: i Boscimani del Kalahari (Botswana, Africa Australe) tra cui la guerra non ha mai fatto parte delle loro attività. Nessuna memoria di lutti fratricidi, di distruzione del loro ecosistema, dotati di una società estremamente sofisticata, una società umana che raggiunta la saggezza ha saputo preservarla

La Razza Umana ha dato sufficiente prova della sua capacità di inventarsi culture del buon vivere. Il sistema ha funzionato fino alla distruzione da parte di popoli in continua espansione, in grado di distruggere tutto ciò che si oppone alla loro voracità guerriera/mercantile…
Quindi il sistema entropico continua (e solo un’improvvisa glaciazione potrebbe salvare abbastanza vite sul pianeta…) [n.d.t. – tanto per stare tranquilli…]

Il lavoro di Masanobu Fukuoka (“la rivoluzione del filo di paglia”) in agricoltura è un’esempio di applicazione della legge della Sinergia in agricoltura. L’adeguamento a situazioni colturali e culturali diverse da quelle di Fukuoka è il lavoro di Emilia Hazelip da oltre 20 anni.

Ogni volta che sento dire: “fare la guerra è umano, gli uomini hanno sempre fatto la guerra, siamo violenti, ecc…”, io penso (ed invio il mio sostegno) ai Boscimani… Grazie di dimostrarci che, almeno voi, voi non avete mai, mai fatto la guerra…
Deve esistere un gene culturale che trasmette la “patologia della guerra” alle culture che hanno perso memoria della loro storia precedente l’invenzione della “guerra” come normale attività per un’economia possibile. Una cultura come tante altre, solo che è la Cultura Dominante, quella che ha vinto ai Giochi Olimpici del Potere…
Preferisco identificarmi con le culture che non hanno mai conosciuto le………….
[n.d.t. – Forse, prima o poi, scopro quel’è il secondo foglio. Per ora si chiude così.]

Non smetterò mai di chiedere perdono per delle traduzioni a dir poco approssimative ma cercate di capire:
primo – il mio francese è pessimo
secondo – Emilia era spagnola, aveva presumibilmente vissuto in America ma ha lavorato al suo “sistema” principalmente in Francia… capirai il casino…

18
Ago
08

diario di campagna n°156

Ieri ero in viaggio. Un treno, un traghetto, un’altro treno.
Un sacco di cose da scrivere e raccontare ritornato allo status della comunicazione digitale.
Ma una su tutte prima:
Ieri, 17 agosto 2008, Masanobu Fukuoka è morto, aveva 95 anni.

06
Ago
08

i manuali del giovine autarchico n°6

Ci sono passi che andrebbero fatti uno alla volta. Con calma. Calibrando bene il movimento.
Poi ci sono gli imprevisti. Un guasto, un pioppo che ti atterra sull’orto… le scelte sono due: o inciampi, o ti ristrutturi sul nuovo equilibrio formatosi.

Nel mio caso attuale, l’imprevisto si chiama “grano vernino”, nella fattispecie appartenente ad un genotipo vecchio di 600 anni.

G. – “Mi hanno portato un sacco di semi di un grano del 1400, tu hai ancora del terreno libero vero?”
Io – “Si, ma non posso farlo lavorare, c’è un pioppo nel bel mezzo del campo che blocca il passaggio ed è un “incolto”… dovrei almeno farlo erpicare…”
G. – “Non importa… è tutto ticchiolato… dobbiamo buttarlo giù, anche solo per riuscire a salvare un po’ di semi con cui far ripartire la coltivazione…”
Io – “Si, vabbè… forse posso cercare di fare le pallette d’argilla…”
G. – “Si, quello che vuoi, però fai in fretta che è già tardi per la semina…”

Risultato. Me ne sono tornato a casa con un saccone di grano il cui DNA aveva avuto il piacere di vedere di persona il Rinascimento, e probabilmente il Manierismo, da “Fukuokare” in maniera approssimativa. Sapendo a malapena muovermi nell’orto.

Avevo delle carte, in giro, da studiare per quando avessi voluto fare il salto nella coltivazione dei cereali “da campo”… ma s’è scelto che io facessi prima pratica.

Difatti, Fukuoka, poco si addice ai climi temperati. Motivo per cui avevo recuperato un tot di informazioni sul lavoro di Marc Bonfils, l’agronomo francese che aveva modificato il sistema per le coltivazioni europee.

Gli scritti di Marc Bonfils, sempre dal baule di Souscaryous. (Questi contavo di tradurli tra un’annetto… quindi mo’ si aspetta che c’ho da finire le carte di Emilia Hazelip)

Un articoletto in cui si spiega in breve il sistema (in inglese) tratto dalla pubblicazione digitale periodica del LEISA

Per la cronaca: si è stabilito di seguire un sistema più “viscerale”, alla Ruth Stout.
Semina il campo, taglia le erbacce e di le preghierine prima di andare a dormire… il tutto rigorosamente a mano.

31
Lug
08

Gli appunti di Emilia H. n°1

Non ho mai avuto il piacere di conoscere Emilia Hazelip. Ho conosciuto gente che l’ha fatto e racconta di montagne di materiale di ricerca ed appunti raccolti da lei in anni ed anni di sperimentazioni e studi… una sorta di eldorado dell’agricoltura sinergica. Una parte di questo materiale è reperibile qui e là.
Quindi, io, non essendo nessuno, invece di mettermi in cattedra mi limiterò a tradurre ciò che si riesce (provate a decifrare la scansione di uno scarabocchio a matita su un foglio a quadretti per metà in inglese e per metà in francese…).

Mentre ci sono vorrei fare una dichiarazione “politica”: a mio parere la divulgazione del sapere non è vendibile… si possono vendere energie (lavoro fisico/intelletuale), tecnologie, oggetti… ma la divulgazione del sapere mica tanto… soprattutto se quel sapere è utile. So già che prima o poi entrerò in contraddizione con ‘sta cosa…

In ogni caso. Si inaugura una nuova rubrica: GLI APPUNTI DI EMILIA.
Prima puntata: La costruzione dei bancali.

Per montare i bancali si deve:

1. Innanzitutto si dovrà preparare il suolo attraverso un’ultima lavorazione, se necessario, e smuovere il terreno senza rivoltarlo. Questo lavoro iniziale potrà essere fatto sia a mano sia a macchina. [n.d.t. Io ho saltato questa parte considerando che sulle dimensioni di un orto per uso personale sarebbe stato sufficiente una leggerissima lavorazione con il forcone da sovescio… fatevi un favore: buttate la vanga!]

2. In caso di suoli molto compattati o che presentino un substrato profondo di compattamento conviene passare prima lavorare il terreno con un aeratore. La profondità di lavorazione sarà determinata dalla linea di accumulo dei sali formatasi conseguentemente alle pesanti lavorazioni agricole che il terreno può aver subito. Per identificare la linea di accumulo scavate un buco profondo 50 cm, il punto in cui il terreno cambia colore è il piano di compattamento e di accumulo dei sali. Non si dovrà lavorare il terreno sino a quella profondità, ma semplicemente scalfirne il piano. Questo lavoro si può fare sia meccanicamente con un aeratore sia a mano con la grelinette o un forcone da sovescio. [n.d.t. ovviamente Emilia si riferisce contemporaneamente alle lavorazioni per coltivazioni in pieno campo che per l’orto domestico. Da sottolineare l’importanza di non sminuzzare la terra in maniera eccessiva in quanto gli aggregati, anche di medie dimensioni sono fondamentali sia per i processi biochimici del suolo sia per la ritenzione idrica. La grelinette è stata studiata apposta anche se in Italia non ne ho mai viste…]

3. In terreni invasi da vegetazione spontanea (le “erbacce”) converrebbe eliminarle subito in modo da semplificare il lavoro in seguito. La pulizia potrà essere fatta con l’aiuto di maiali, polli o coprendo il terreno con materiali opachi (vecchi tappeti, teli in pvc, più strati di cartone). Vedere il capitolo specifico [n.d.t. sigh!]
4. Una volta che tutta la superficie, una sezione dell’orto o del campo da semina siano pronte, tracciare con l’aiuto di uno spago la struttura dei bancali, la cui base sarà di 1.20m di larghezza intercalati da corridoi da 50cm o di più se si tratta di un corridoio centrale. Se l’orto o il campo saranno lavorati con il trattore, la larghezza dei bancali sarà determinata dallo spazio tra le ruote della macchina e la dimensione dei corridoi dalla larghezza delle ruote.

5. Rimuovete lo strato di terreno fertile dai corridoi spostandolo nello spazio dei bancali così da sopraelevarli. In questo modo, più la terra sarà “buona”, e il cuscino humico spesso (?), più sarà la quantità di terra prelevata dai corridoi ed il bancale alto. D’altro canto, più il bancale sarà alto, più la parte superficiale in piano sarà stretta e le sponde “importanti”.

6. Le dimensioni ottimali sono:
• Larghezza (alla base) 1.20m
• Altezza 30-35cm
• Larghezza superficie centrale 60-80cm
• Superfice delle sponde 40-45cm
• Lunghezza non superare i 10m

7. Se il terreno è impoverito, spogliato, come quello dei “giardini”, potete, costruendo i bancali, aggiungere del compost o del letame ben maturo [n.d.t. sarà anche l’ultima volta che lo fate…] mescolandolo molto bene al terreno. Se non disponete delle risorse per modificare rapidamente la composizione del terreno per adattarlo alla coltivazione orticola, potrete attivare il processo di sviluppo del terreno iniziando a coltivare piante adatte a terreni poveri.

8. Una volta che i bancali siano pronti potrete sistemare l’impianto di irrigazione (per le zone in cui sia necessario irrigare). Potrete utilizzare qualsiasi tipo di impianto “goccia a goccia” o semplici tubi in cui farete dei buchi con un chiodo a 30-35cm di distanza uno dall’altro. Quest’ultimo sistema è il più economico ed il meno a rischio di intasamenti. Adattate al sistema un filtro e fatevi consigliare al momento dell’acquisto sul modo migliore per istallare l’impianto: lunghezza del tubo grande per portare l’acqua ai tubicini goccia a goccia, lunghezza dei tubi in rapporto alla dimensione della superficie da irrigare. Per i bancali con una superficie piana di 50-80cm posizionare 2 tubi paralleli rispettivamente a 10cm dal bordo. Per quelli di 1m di larghezza sistemare i tubi a 30cm dal bordo.

9. Ad istallazione avvenuta ricoprite i corridoi, le sponde e le superfici di pacciamatura. I corridoi potranno essere coperti anche di segatura fresca. Questa, dopo un anno, sarà sufficientemente decomposta da poter essere utilizzata come pacciamatura sui bancali. Quale che sia il materiale utilizzato per la pacciamatura dei corridoi si trasformerà velocemente in terriccio che potrà essere utilizzato sulle sponde, soprattutto in quei punti dove si potranno presentare delle buche in seguito alla raccolta di porri, cipolle o aglio. Prelevate solo la parte di terriccio dai corridoi lasciando intatto il suolo sottostante.

E questi sono gli originali… uno è quello tradotto, gli altri sono veramente solo gli appunti ma con alcuni schemini chiarificatori.

Si ringrazia per il materiale online Souscaryous ed Ecolandtech

08
Apr
08

Diario di Campagna n° 58

LEZIONI DI ANARCHIA PRATICA

OGGI CI SIAMO SVEGLIATI immersi in un’atmosfera terribilmente inglese. Dopo giorni di vento e sole è calato un freddo pungente ed il cielo è “del colore di un televisore sintonizzato su un canale morto” (il neuromante – W. Gibson). L’alieno di 2 anni e 180 giorni che si ostina ad attirare la mia attenzione per ogni suo bisogno fisiologico scalpita comunque per trascinarmi fuori casa, per farlo adotta la scusa di andare a trovare la “vicina”.
Il mio personale programma era: osservare pensieroso i campi dalla finestra del soggiorno.

LA NOSTRA VICINA è una vecchina di 87 anni, una di quelle vecchine che se incontrate una sera brumosa mentre tagliano l’erba con la falce, istintivamente la mano vi scivola verso il cavallo dei pantaloni. Fortunatamente abbiamo superato questo primo approcio e lei si è rivelata un buffo esserino di 87 anni per 1.55 cm che, tra le lamentazioni di rito per gli acciacchi, ogni anno allestisce uno stupendo orticello i cui frutti vengono distribuiti un po’ in giro…
Arrivati da lei, la troviamo intenta ad arrampicarsi su una scaletta, un maglio degno di Thor in mano, per piantare i paletti per i pomodori più grandi che abbia mai visto. Cogliendomi impreparato, una qualche chimica celebrale mi spinge ad offrirmi volontario per piantarli, e per piantarmi al suo posto una quantità inenarrabile di schegge nelle mani (ecco perchè apprezzo l’agricoltura sinergica… niente paletti di legno conficcati per terra e nelle mani…). Il lavoro viene apprezzato, i paletti sono tutti belli dritti ed alla giusta distanza, ma, mi viene fatto notare che non sono tutti alla stessa altezza (come amo i tondini da 12″ appena appena appoggiati nel terreno di Emilia Hazelip!). Mentre la salutiamo lei sta andando a prendere la scala e il segaccio per pareggiarli… in ogni caso dalla visita ci portiamo a casa le piantine di pomodoro in eccesso della signora e i complimenti dell’alieno affascinato dalle mie nuove mani da istrice.

SULLA VIA DEL RITORNO, entrato quasi nell’ottica di darmi da fare sugli orti per il progetto “adotta una bietola”, incappo nel mio personale pusher di robe agricole (colui a cui mi rivolgo se ho bisogno di materiali od attrezzature a basso costo) il quale è alle prese con le pulizie di primavera del fienile. Evidentemente, non ancora sufficientemente sveglio, vengo nuovamente trascinato dalla chimica celebrale ad offrirmi volontario a dargli una mano, con somma soddisfazione dell’alieno che potrà così rimirarsi la collezione di trattori (modelli dal ’46 al 1977) da vicino… dopo 3 ore di forconi, pale e rastrelli mi porto a casa l’equivalente di tre rotoballe di paglia che altrimenti sarebbe stata buttata. pacciamatura gratis per tutto il campo!

TORNIAMO A CASA che sono un cesso, ho paglia fieno e polvere di pollina (trad: merda di pollo liofilizzata) ovunque, intanto è tornata Noemi da lavoro cosa che mi libera parzialmente dagli impegni con l’alieno (per un’esemplificazione sui miei principi educativi applicati agli alieni rimando a quest’ottimo articolo di Tom Hodgkinson) e di dedicarmi alla mia personale “rivoluzione del filo di paglia“.

RISULTATO FINALE: attualmente siamo i felici possessori di un fienile (roba che di rivoluzioni posso farne un centinaio), di una decina di piantine di pomodori e come se non bastasse la gallina, riconquistata una sua privacy scaricando in un’altra zona del cortile i due insidiosissimi galli, ha finalmente deciso di fare le uova. Cena anarchica a base di uova barzotte e getti di luppolo scottati (raccolti lungo il canale).




L’ orto di carta

Diario di bordo ad aggiornamento casuale e saltuario di un cialtrone nell'orto... giocando con il fango, la permacultura, l'agricoltura sinergica in compagnia di William Cobbett, John Seymour, Fukuoka e Kropotkin.

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Troverò altri sistemi di finanziamento occulto…

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