Posts Tagged ‘Norman Borlaug

09
Dic
10

De rerum rustica (Catone in LSD compreso nel prezzo) – Puntata n°1

Quello che segue è più o meno il resoconto di ciò che un manipolo di ormonali futuri periti agrari ha dovuto subire in quel di Biella.

Immaginate la scena. Aula Magna (nulla di pomposo a parte il nome)

Enzo ha appena finito la sua parte sulla sostenibilità ed il nostro rapporto con la produzione alimentare.

In attesa che l’amico G parta con la descrizione “tecnica” dell’Agricoltura Sinergica io mi intrometto con l’otto-volante del pindarismo agro-eco-nomos-logico.

Che poi, in definitiva, dopo che ti ho fatto vedere cosa ha creato il nostro sistema alimentare e prima di descriverti una soluzione possibile cosa diamine vuoi aggiungere?

La prendo alla larga. Il presupposto di prenderla alla larga è che prima o poi si verrà condotti da qualche parte. Ce l’ha insegnato Cappuccetto Rosso. Io, di per mio ce la metto tutta per fare il Lupo (spelacchiato, raffreddato, cisposo ma pur sempre un po’ lupesco).


La Mesopotamia del 7000 a.C. È un punto abbastanza alla larga secondo alcune teorie un po’ semplicistiche ma generalmente accettate.

Una versione molto pelosa e con un notevole prognatismo di Marta Stewart inizia a lanciare dei semi fuori dal rifugio che condivide con Urgh, ottimo esemplare maschio da riproduzione. Tant’è che nella grotta si rotolano 7-8 marmocchi.

Urgh e la sua famiglia hanno smesso di vagare in giro alla ricerca “casuale” di cibo scegliendo la moderna vita stanziale del neolitico (vedi volantino illustrativo). Questo ha comportato alcuni problemi (vedi la sproporzionata quantità di marmocchi).

Comics di David Steinlicht

La nostra Marta Stewart, dovendo sfamare la progenie inventa una cosa di cui, secondo Jared Diamond, Bill Mollison, Fukuoka ed altri si poteva tranquillamente fare a meno: l’agricoltura.

La necessità della nostra pelosa nonna è quello di ottenere energia immediata nel minor tempo possibile. La scelta cade su sementi annuali (più facilmente riproducibili, ibridabili, selezionabili e, soprattutto, pronte da mangiarsi!)

Ok. Lo ammetto… seppur io condivida alcune teorie della Gimbutas non ne condivido il sesso il che mi rende un po’ meno legato alle questioni “politiche” di genere sessuale… ma giuro che se si vuole andare a bruciare i wonderbra in piazza mi unisco volentieri se non altro perché dopo quasi 30 anni di famiglia strettamente ginocentrica mi viene più facile che andare a bruciare i sospensori…

Ma torniamo a Marta.

L’agricoltura nasce, quindi, come produzione energetica “veloce” attraverso l’uso di piante annuali. E fin qui tutto bene, con buona pace di quell’essere inutile di Urgh che colleziona lividi ed abrasioni cercando di stabilire il sesso delle capre di montagna che ha appena finito di recintare. La caccia è ormai una scusa per mollare a casa la famiglia ed andare a scovazzare con gli amici nei villaggi vicini.

E, mentre l’inutile maschio, s’aggira creando i presupposti per un disastro demografico, la Marta inizia ad impostare le solide basi per un’agricoltura insostenibile, irrazionale e controproducente:

il diserbo, la lavorazione del suolo, le concimazioni e l’irrigazione.

Forse sperava così di eliminare i problemi causati da Urgh.

Una roba un po’ alla “muoia Sansone con tutti i filistei ma soprattutto quel pirla del padre dei miei figli” con buona pace del senso materno e della protezione della specie… pim pum pam. Uno di quegli svarioni alla Vicki di “Io, Robots” (nella versione di Alex Proyas… sigh…).

No. aspettate. Non vi perdete.

A cavallo della Seconda Guerra Mondiale il buon Dr. Lowdermilk (tenete a mente: Americano… sembra una bojata ma poi…) parte per un giro del mondo dell’agricoltura per studiare cosa ha portato al collasso produttivo le varie colture e società (un Jared Diamond senza i germi e le pistole molto prima di Jared stesso) e provate ad indovinare cosa ne deduce?

Che il diserbo, la lavorazione del suolo, le concimazioni, l’irrigazione e la pastorizia (volevate mica che Urgh si limitasse alla sovrappopolazione) sono state le principali cause del fallimento della produzione energetica e, conseguentemente, delle società che quest’energia supportava.

Si perchè, per ora, quando si parla di agricoltura si parla di ENERGIA (cibo, legna, materiali da costruzione, vestiario… arriva tutto da li. Ma soprattutto: cibo. Che senza poter mangiare, col cavolo che i tecnici sulle piattaforme petrolifere estraggono il prezioso greggio…)

Ma intanto, noi siamo in una valle fertile, tra due enormi fiumi, il Tigri e l’Eufrate.

Qui, nasce l’agricoltura. Sempre secondo le solite teorie un po’ semplicistiche ma universalmente accettate (d’ora in poi sintetizzato con S.T.S.)

A dimostrazione delle analisi di Lowdermilk, qui dove siamo, ora ci sono 6000 contractors del governo americano (cifre sparate a caso) ed una serie di imbarazza nti questioni geopolitiche nel bel mezzo di una distesa di sabbia farcita di cadaveri di dinosauri. Fine del terreno fertile.

Ci sarebbe da soffermarsi sul fatto che in ogni caso le prime forme di energia si sono mosse da li: agricoltura prima, petrolio poi… ma sono già sufficientemente confuso così.

La particolarità è che la stessa cosa è successa ai terreni che vennero dedicati all’ approvvigionamento dell’Impero Romano e ad intere aree intorno al fiume giallo in Cina…

Tutte zone in cui con l’espandersi delle richieste energetiche della popolazione si provvedeva a disboscare e arare zone collinari, o dove si creavano grandi e complesse opere irrigue che o collassavano sotto il peso di una manutenzione improbabile o, alla lunga, sedimentavano sali attraverso l’evaporazione in un terreno che, se trattato diversamente, sarebbe potuto essere altamente produttivo.

Quindi, possiamo tranquillamente dare per scontato che:

l’agricoltura nasce come produzione di energia

l’agricoltura tende a creare problematiche che ledono l’agricoltura stessa

I discendenti di Urgh e Marta se ne rendono conto e spendono sempre più energie per tenere in piedi il sistema. Anche perché i figli sono sempre di più e le richieste sempre in aumento.

Tant’è che i fenomeni di carestia e le guerre per le risorse sono all’ordine del giorno.

Anche se bisogna dire che era comunque un bel l’andare… all’inizio dell’inverno si costruisce un grande cavallo di legno, lo si porta davanti al villaggio nemico, ci si scazzotta per tutto l’inverno con grandi gesta di eroismo ed atti di inconsulta vitalità machista, si scrivono un paio di capolavori che possano rimanere negli annali della cultura mondiale e si torna a casa in tempo per la nuova annata agraria. Niente a che vedere con le guerre moderne.

Ad ogni carestia, essendo noi animaletti dotati di una peculiare capacità di inventiva, (peculiare perché non sempre abbinata ad una sana capacità di preveggenza) si trovava una soluzione.

Carestia. I Sumeri inventano la canalizzazione irrigua (con conseguente salinizzazione della Mesopotamia)

Carestia. Gli egiziani inventano l’aratro a buoi (con conseguente maciullamento della struttura del suolo soprattutto se applicato a terreni minimamente in pendenza)

Carestia. Jethro Tull inventa la meccanizzazione delle seminatrici (con conseguente ipersfruttamento del suolo)

Carestia. VonLiebig teorizza l’agricoltura chimica (che manco ci pensava lui ma la Bayer ringrazia)

Carestia. Norman Borlaug si becca il nobel per la pace con il grano con cui conduce la sua Green Revolution (impoverimento della biodiversità, aumento delle meccanizzazioni, irrigazioni, concimazioni chimiche e diserbi… ma che bello…)

In mezzo a tutto questo inseguirsi di carestie e soluzioni si inserisce l’unica vera rivoluzione che abbia mai stravolto la faccia del pianeta (dopo l’invenzione dell’agricoltura): la rivoluzione industriale.

 

Mi spiace… vi toccheranno altre simpatiche puntate…



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10
Mar
10

Organismi Mentalmente Modificati

Questa sarà quasi peggio di quando ho detto che le alloctone non erano “il” problema.
Potete aggiungerla alla lista delle cose allucinanti che posso elaborare insieme a “l’ailanto ha un suo di perché”.
Gli OGM sono un falso problema.
Non mi picchiatemi e cercate di prendere per un attimo le distanze dall’abituale scontro tra schieramenti. Si, lo so, è complesso ma credo che sia sano prendersi una vacanza dai limiti delle proprie convinzioni e provare ad indossare dei “panni nuovi”. Poi, magari, scopriamo che quei panni ci fanno veramente schifo e torniamo più forti e sani nelle nostre case mentali.
Ci provo e non so dove andrò a finire.
Prima di silurarmi riconoscetemi almeno il fatto di averci provato sennò qui stiamo solo a darci le pacche sulle spalle a vicenda.
Ah… e lasciate Malthus un attimo a casa con i nonni.

Dicevamo:
Gli OGM sono un falso problema.
Non ho nessuna intenzione di fare il riassunto dello sviluppo dell’agricoltura contemporanea e delle implicazioni socio economiche della stessa. Per chi volesse leggerne in maniera “leggera” posso consigliare la lettura dei 4 (!!) post di Matteo Bordone sull’argomento. Bordone è un giornalista tuttologo pop ed esperto di videogiochi. Nonostante ciò (o proprio a causa di ciò) la serie di articoli è condivisibile ed in alcune parti molto simile al materiale che si porta, con l’amico G ed Enzo, durante gli incontri divulgativi che teniamo in giro. (La cosa potrebbe sconvolgere G, particolarmente legato all’etica di Thoreau, molto meno me, legato all’etica dei Cargo Cult, quasi zero Enzo che è un biochimico felicemente inurbato nella tentacolare metropoli).
Sto divagando.

Gli OGM sono un falso problema.
Iniziamo a toglier un po’ di materia grezza dalla discussione in modo da fare un minimo di chiarezza. Gli OGM non sono la Monsanto (o la BASF, o la Syngenta, o la Bayern, o …)
La Monsanto, non sono io che ve lo devo raccontare, è un’azienda. Sta sul mercato mondiale fa quelle cose che fanno le aziende sul mercato mondiale: decide strategie di marketing, pianifica azioni commerciali, controlla i profitti, fa i bilanci e, si, finanzia la ricerca, assume e licenzia gente, sfrutta lo sfruttabile per ottenere dei profitti che ne giustifichino l’esistenza. In generale, come tutte le aziende e corporation mondiali, se le si applicasse il manuale per il riconoscimento delle patologie psichiatriche utilizzato dall’FBI risulterebbe essere un serial killer compulsivo e bipolare. Nel caso della Monsanto questo è particolarmente accentuato, almeno a stare alla classificazione etica delle imprese fatta da Covalence (Su 581 aziende Monsanto è 581°, Syngenta 574°). Non mi interessa in questo momento andare ad analizzare il perché le leggi del mercato siano così e non in un altro modo, essendo fatte dalle persone e quindi modificabili.
Allora, la Monsanto (o la BASF, o la Syngenta, o la Bayern, o …) in questo momento sono un problema. Ma non sono gli OGM. Teniamo a mente questo e andiamo avanti.

Togliamo le major di ingegneria bio-chimica. Ci rimangono gli OGM, abbandonati soli soletti in un laboratorio in cui si aggirano persone in camice bianco bravi nel fare ciò che sono bravi a fare. Il che (sempre che vengano rispettati i parametri dell’etica… ma la mia etica è diversa dalla tua e da quella della mia mamma) vuol dire approfondire le possibilità di conoscenza e di sviluppo del genere umano. Darwin era un ricercatore, Leonardo daVinci era un ricercatore, Lovelock e la Margulis sono dei ricercatori, Haber era un ricercatore (che, oltre al dispendioso sistema di produzione industriale dell’azoto, ha provveduto a creare lo Zyklon B…). Quindi, i ricercatori sono uomini, individui. Variabili non controllabili. Potremmo discutere che non va fatta la ricerca o che va fatta solo in alcuni campi ma lascio volentieri questo tipo di discussione ad alcuni piccoli stati totalitari Laziali.
Io, di per mio, non mi sento di poter cassare o salvare un ricercatore accollandomi il rischio di cancellare un daVinci o salvando un Haber… (entrambi finanziati da capitali economici privati più o meno etici sulla base di chi osserva).

Però. Però.
Quando arriva la notizia che 3 tipi di mais Bt ed una patata modificata (occhio, non dalla Monsanto americana, dalla Basf Tedesca: neanche il gusto di poter fare del sano anti-americanismo…) scoppia la guerra santa. Da una parte i gli “abbraccialberi”, dall’altra gli “squali” entrambi con una capacità di comunicazione prossima allo zero. Nel mezzo tutti gli altri tirati da una parte o dall’altra per la giacchetta.
Non amo né gli “abbraccialberi” con le loro le loro teorie del complotto, gli slogan e le mille citazioni di casi più o meno comprovati,.
(C’ho provato una volta ad abbracciare un albero, era un platano bellissimo, ma ebbi la netta sensazione che guardasse il frassino a lato con sguardo tra il panico e l’imbarazzo.)
Né gli “squali”, buffa lobby dalla retorica passivo-aggressiva che tutto hanno di scientifico (come armi retoriche) tranne dei contenuti “stabili”. Cosa si intende per contenuti “stabili”? La scienza non è una materia “fissa”. La terra si credeva piatta come la pizza ma poi risultò essere una sorta di sfera fatta male. La cocaina era un’ottima sostanza stimolante che aiutava la digestione ma poi costrinsero la coca-cola a cambiarla con la caffeina… ecc… ecc… (i ricercatori esistono anche per fare in modo che non ci si “fissi” ma si possa evolvere correggendo possibili errori). Quindi non possono in nessun modo portare verità su alcunché… ma, probabilmente anche grazie ad un’opposizione altrettanto “portatrice di verità”, possono far finta di si.
Quando messi di fronte all’impossibilità di avere previsioni a lungo termine sugli effetti degli OGM o dei correlati (l’uso di glisofati, modifiche di mercato, modifiche sociali e quant’altro) hanno due armi a disposizione: ammettere che la Vita (chiamatela Natura, Gaia, Biosfera o come diamine vi pare) non e priva di errori ma sarà in grado di affrontarli (“Le piante OGM sono studiate per rendere in agricoltura, lasciate nel selvatico non sopravviverebbero”. Se non esistono infallibilità, questa affermazione è un’ossimoro…) oppure la vecchia arma utilizzata dalla Green Economy sulla lotta alla fame nel mondo che, sinceramente, mi fa un po’ l’impressione di quando da piccolo mi dicevano di mangiare tutto “pensa ai bambini che muoiono di fame”… che sia detto chiaro e tondo: è sempre stata una gran stronzata.
Ecco, questi due tipi di persone, incastrate nel classico dualismo “mamma-papà”, “poliziotto buono-poliziotto cattivo” sono quelli che gettano veramente una brutta luce sugli OGM ed impediscono di elaborarne il concetto. (Oltre a dare degli orgasmi post-mortem a Freud)

Ora. Togli, le Major, togli la bassa comunicazione pro e contro e ti rimangono i ricercatori e gli OGM.
Attenzione: togliete anche i ricercatori che fanno comunicazione pro o contro… non sono definibili ricercatori. Che il ciabattino mi venga a dire che l’unica cosa buona per i miei piedi sono le sue ciabatte mi fa un po’ ridere. Un conto è comunicare una ricerca scientifica un conto e promuoverla (la differenza si capisce subito: la prima è una noia mortale la seconda è mortale. Punto.)
I ricercatori come abbiamo visto sono belli, brutti, buoni, cattivi, corrotti, sottopagati, strapagati come qualsiasi altra persona. E, molti, sono bravi in quello che fanno. Campi specifici. Di una specificità inconcepibile. Microsettori delle nanoscienze picometriche. Sanno benissimo che ciò che loro scoprono o trovano o inventano è un tassello, non la pietra filosofale e che questo tassello va inserito in un mosaico più ampio e poi inserito in uno ancora più ampio che è la Vita. Credo siano in pochi i Frankestein che pensano che il loro lavoro sia la Vita. Tendenzialmente quello è uno spostamento che fanno i comunicatori di cui sopra o le major. O i primi pagati dai secondi, o i secondi rinforzati dai primi o uno dei mille intrecci possibili in un triangolo a tre degno di un pornazzo d’autore (Major, abbraccialberi, squali).
Gli OGM sono uno dei campi di ricerca e di sviluppo, realtà laboratoriali che possono avere validità di studio, di analisi. Il solo rischio è quello di considerarli Soluzioni (notare la S maiuscola), come avvenne negli anni passati con la chimica agraria… dai, siamo sinceri, la Bayern cavalcò le teorie di Justus vonLiebig per decenni ma non era mica Justus il colpevole tanto meno i fosfati o l’azoto chimico. (Justus, poveretto, aveva persino provato a convertire Londra alla fitodepurazione delle acque nere… roba che te la scordi nel Lambro, letteralmente il cesso della Lombardia anche prima che lo riempissero di gasolio!).

Il problema, il problema reale, come al solito siamo noi. Incapaci di scegliere e valutare aldilà degli schieramenti. Sempre pronti a batterci contro qualcuno o qualcosa ma incapaci di concepire una complessità e di metterla in discussione. Con questo non voglio dire che non si debbano avere posizioni anche dure o estreme: se davanti hai un cretino tanto vale dargli del cretino. E’ il lasciarsi intrappolare nel gioco stupido dei comunicatori e delle Major che trovo assurdo.
Mi sto confondendo. Provo a ricapitolare con un esempio. Il Golden Rice.
Io sono convinto che Ingo Potrykus sia un po’ un Frankestein, un Frankestein buono, in buona fede. C’è un problema? La malnutrizione nei paesi del terzo mondo per carenze di pro-vitamina A? Sono un’ingegnere biochimico, lavoro sul DNA delle piante, come risolvo il problema? Modifico una pianta e gliela do. Ma non solo! Gliela do gratis e spero di prendermi il Nobel come Borlaug (questa è mia… magari lui lo fa per vero spirito filantropico). Se sono un biochimico specializzato sul DNA del riso è ovvio che quella sarà la mia risposta al problema, come quella di Borlaug fu la Green Revolution.
Quello che i comunicatori e le Major fecero e stanno facendo, e di far sparire dal discorso la complessità dei sistemi. Ci sono fior fior di progetti in Africa sulla produzione di cibi complementari che funzionano egregiamente, ma ai comunicatori non interessano. Ai “contrari” perché apparentemente hanno scelto quel ruolo e se glielo togli sono persi, ai “pro” perché da quello dipendono, almeno in parte, i loro stipendi. E poi sono esperienze di resilienza, legate ad un’impostazione diversa, alla ricerca non della “Soluzione” ma di tante piccole esperienze risolutive.
Ho l’impressione che si sia un po’ a questo punto: tutte le parti hanno davanti un malato, nominalmente: la terra, e tutti propongono UNA ricetta.
Non esiste una ricetta. Non è mai esistita e, storicamente, le ricette uniche hanno sortito effetti disastrosi.
Con questo non voglio dire che la ricerca sugli OGM non sia varia e differenziata, non voglio dire che non possa e non voglia essere “site specific”. Anzi, è potenzialmente in grado di essere estremamente legata al territorio in cui la si cala. Ma rimane, di base, una soluzione “unica”: modifica “artificiale” del materiale genetico delle piante.

Quindi. Abbiamo gli OGM, figli di una ricerca che può essere buona o cattiva, prodotti da laboratorio che possono portare a successi o fallimenti, abbiamo dei pessimi comunicatori pro e contro e un’industria che, anche grazie a questi elementi, prospera su conflitti ed incomprensioni perché, più di ogni altro elemento in gioco, risponde a delle regole precise. Le regole di mercato.
Il mercato è l’evoluzione di una forma di relazioni umane. Il mio villaggio è hai confini con un bosco ricco di selvaggina, quello dei miei vicini è su una montagna metallifera. Io gli do pellicce in cambio di strumenti per andare a caccia. Di per se non è ne immutabile ne negativo ma come tutte le relazioni può assumere aspetti disfunzionali da cui e poi complesso riuscire ad uscire.
Il problema attuale è che le regole del mercato prevedono una crescita continua. Aziende come la Monsanto credono in questa crescita continua e cercano di perseguirla con ogni mezzo necessario. Spesso consumando enormi risorse per cercare di rimanere su una linearità di sviluppo. Ovvio che da questo punto di vista, mettere le mani sulle ricerche OGM (e sui ricercatori) è un’ottima strada per cercare di rimanere su una curva ascendente. Gli OGM sono “controllabili”, non prevedono le intemperanze ed i cicli inerenti la “vita”. Quando le relazioni aumentano di complessità, seguendo pedestremente i dettami di Cartesio, l’istinto ci porta a semplificare.

E forse il problema è questo. Gli OGM sono un campo di studio e di ricerca, non un prodotto. Io posso criticare un prodotto ma non posso criticare una ricerca (un po’ perché non ne ho gli strumenti, un po’ perché non ha molto senso).
Quello che succede nel dibattito sugli OGM, invece, è proprio questo: confondere in continuazione i livelli prodotto-ricerca e a farlo sono quasi sempre le due fazioni supportate in questo da chi i prodotti li commercializza (se sei abbastanza bravo a gestire il marketing non esiste pubblicità positiva o negativa, esiste solo il piazzamento del prodotto nell’immaginario collettivo).
Ma, in un Mondo in cui dobbiamo ancora decifrare l’esistenza del 75% dei funghi, in cui in un cucchiaino di terreno c’è più biodiversità che nell’intera regione Piemonte, c’è realmente bisogno di un prodotto OGM? Non credo. Molte delle soluzioni che il marketing OGM dice di poter di risolvere esistono già in natura ma in una forma che il mercato non è attualmente in grado di gestire. Non è fabbricando soluzioni di mercato o appellandosi a vaghe energie naturali che la situazione può migliorare.

La natura non lavora per linee produttive, lavora per correlazioni di sistemi complessi. Questo è il suo modo di garantire resilienza e stabilità (cose che il mercato attuale non è assolutamente in grado di garantire). Studiando, applicando e mimando i sistemi naturali in maniera precisa e scientifica (va bene Gaia… ma magari se ci mettessimo meno slancio animista ed un po’ più di pratica…) a tutti i livelli, comunicando non solo una “diversità”, un’opposizione primitivista di ritorno ed un “sentire” generico, ma praticando a tutti i livelli, dall’orto al campo di mais, lavorando localmente ed in maniera diffusa forse il problema degli OGM come “prodotto” da conflitto potrebbe essere quantomeno mitigato permettendo di valutarne realmente le caratteristiche prima che un qualsiasi giornalista vestito da scienziato possa convincere la signora Pia che i lor prodotti sono l’unica soluzione e che noi siamo “i soliti fricchettoni”, prima che l’unica fonte alimentare naturale sia un prodotto di nicchia offerto da Carlo Petrini, prima di continuare a risolvere i sintomi invece dei problemi.

Gli OGM non sono “il Male”.
Ma, aldilà dell’ambito della ricerca, sono solo l’ennesima soluzione per posticipare un problema. La loro commercializzazione e promozione è il perseguimento di una linearità problema-soluzione-prodotto che semplicemente non è più sostenibile.
Il sistema che abbiamo creato semplicemente non è più sostenibile, capita… le civiltà nascono, crescono, si espandono, collassano… un po’ come tutto in natura. La differenza la fa la nostra capacità di resilienza al cambiamento, a come ci prepariamo per affrontarlo. Copiare dalla natura vuol dire imparare da chi la resilienza la pratica dall’alba dei tempi, nessun prodotto umano per quanto interessante e potenzialmente in grado di spingere più avanti il livello delle nostre conoscenza sarà mai in grado di garantire alcunchè.

Sono stato un po’ prolisso e confuso, scusate, cercavo di mettere in ordine e sperimentare un po’ di pensieri caotici…

21
Gen
10

It’s all about food, baby!

DISCLAIMER: Questo post è stato scritto da “lui”, uno dei miei fratelli gemelli segreti che tengo nell’armadio. Ringrazio anche madame per la sua opera di doppelgänger-sitter 😉

Ti siedi a tavola. Piatto, forchetta, coltello, il bicchiere già pieno di birra o vino o, se come me sei nel cono d’ombra dell’intolleranza all’alcol, acqua. Il pane, un paio di grissini.
Si mangia. Finito di mangiare si ripongono i piatti nel lavello o nella lavastoviglie e via! Pronto per un altro giro di danza. Passa qualche ora e sei di nuovo li con la bocca piena.
Vai a dormire, ti svegli. Bocca piena.
Evidentemente, come tutte quelle azioni che svolgiamo in maniera ripetitiva, il mangiare è diventato un riflesso incondizionato, non fosse che lascia i piatti sporchi e spesso si deve cucinare. Ma d’altronde, anche il risultato finale della nostra attività alimentare richiede un certo decoro ed una certa igiene.
Ora. Noi facciamo finta di non saperlo. Siamo in grado di comprendere solo fino ad un certo punto la complessità dei sistemi: ho li riduciamo chiudendoli nelle alte sponde della Scienza (una a caso) o tendiamo a farne un mischione buttandola in campo teologico (filosofico se siete atei). Se stai nel mezzo, fai chiacchiere da bar.
E che chiacchiere da bar siano! Da buon ex-barman o visto nascere cose grandiose davanti ad un bancone.
Dicevamo: “facciamo finta di non saperlo” perché in realtà, scandalizzarsi per i fatti di Rosarno, può essere limitante nel paese che ha fatto del pomodoro il suo emblema nel mondo. Il pomodoro. Il pomodoro è costato la vita a centinaia di migliaia di Indios e costa, tutt’ora, la vita a centinaia di migliaia di persone costrette tutti gli anni a raccoglierne quintali su quintali al suono del mantra del precario “fin qui tutto bene”. Ma cosa vuoi, non mangiare la pasta di Gragnano© con il pomodoro di S. Marzano? Sarebbe stupido.
Ho deciso: mi coltivo i pomodori, così ho sulla coscienza solo gli Indios che tanto è andato in prescrizione e Colombo m’è sempre stato un po’ sul culo. Già, bravo, e la pasta? Cosa faccio, faccio finta di non saper che arriva dalle coltivazioni igegnerate da Norman Borlaug? Coltivazioni che richiedono quintali di concimazioni e migliaia di litri d’acqua?
Gli OGM, mi dicono, possono essere una soluzione. Grandi concentrazioni di nutrienti e vitamine in quantità inferiori di alimenti, nessun problema o quasi di parassiti, poche necessità di concimazioni, volendo anche un uso minore di combustibili fossili. Si, gli OGM. Però non è che diano tutta questa affidabilità. In molti casi hanno fallito miseramente e poi non è prevedibile l’effetto che possono avere in generale sia sulla biologia umana che sulla biosfera. Poi, tra qualche anno, scopro che sono un “pacco” come la Green Revolution e mi rimane di nuovo il boccone di traverso. No, niente OGM. E cosa mangio allora…
McCandless. Mi trasferisco a vivere sul “lato selvatico” e inizio a brucare tutta la verdura che trovo in giro, se proprio sono messo male magari posso anche provare a cacciare una mini lepre o a pescare un pesce, anche se non credo che ne sarei realmente in grado. Ma poi, a me piace la pasta con il pomodoro. Mi piace la cioccolata con l’olio di palma che sta devastando la foresta del Borneo. No. Alla cioccolata posso rinunciare. Si, va bene, ma a me sta venendo di nuovo fame. Cerco una mediazione: compro solo prodotti certificati. Bio. Equo. Eco. Demeter. Stavo giusto pensando di accettare quel posto al distributore di benzina, a quel punto avrei i soldi per fare la spesa… ma poi, chi controlla il controllore?

Non mi stupisco che vi siano così tanti disturbi alimentari.
Mangiare è un lavoro incoerentemente di merda. Un po’ come vivere.




L’ orto di carta

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