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13
Dic
10

De Rerum Rustica (trainspotting Catone) Puntata n°2

segue da qui

Va bene.

Abbiamo sospeso la narrazione, costellata qua e là da simpatiche carestie, emergenze umanitarie e guerre per il controllo di suoli coltivabili all’alba della Rivoluzione Industriale nelle mani di uomini che, più o meno impropriamente si sono impossessati del lavoro di Marta.

Da quel momento in poi l’energia non è più prodotta dall’agricoltura ma dai cadaveroni dei dinosauri che qui e là giacciono nel sottosuolo.

Oddio, è stata comunque una gran bella soluzione alle carestie che da quel punto in poi vengono praticamente cancellate o, con più probabilità, sostituite da problemi di distribuzione.

Ora. Voi immaginate cosa succede ad un terreno coltivato dal 7000 a.C. quindi  già con una serie di problemi di per suo, quando gli piombano addosso trattori da 240 cavalli con vomeri da 110cm, erpici, dischi…

Ma ancora meglio: provate a pensare cosa succede ad un suolo “vergine”, mai coltivato prima, non inserito in un processo “gestionale” di secoli, quando questo accade.

Foto di Dorothea Lange

Due parole: Dust Bowl.

Vi siete mai chiesti perché tutti i maggiori movimenti di preservazione del suolo, le tecniche di no-tilling e, perché no, gli ogm salvifici che richiedono meno acqua e meno lavorazioni del suolo arrivano dagli Stati Uniti e dall’Australia?

Probabilmente perché li, più che in altri posti, i danni di un’agricoltura industriale si sono presentati in tutta la loro “efficacia”. Negli States con la succitata Dust Bowl, in Australia con la desertificazione e gli sturboni sulla biodiversità (vedi conigli, rospi, pecore… con buona pace per la nostra idiosincrasia per l’ailanto…).

Quelli erano terreni “non coltivati” secondo l’accezione “classica” del termine in cui i risultati di quello che noi conosciamo come “agricoltura moderna” si sono presentati in tutta la loro devastante forza (occhio: il biologico è ascrivibile all’agricoltura moderna)

In Italia siamo un poi’ più fortunati. Il sistema non è ancora completamente collassato. La terra in pianura è poca e l’agricoltura industriale a fatto fatica a prendere piede preservando nicchie di bilanciamento tra ipersfruttamento e soluzioni tampone. Hanno quasi fatto più danni le politiche di edilizia ed i geometri. L’Italia è un paese basato sull’ufficio tecnico del comune (art. 1 della nostra costituzione se fosse scritta con un minimo di senso della realtà).

Ma i danni ci sono e si vedono. Il dissesto idrogeologico è lì a dimostrarcelo. E non sto a menarvela con il vetiver

Unico problema. Tra gli anni ’30 e gli anni ’40, durante la Dust Bowl, una sola tempesta era in grado di scaricare più di 1Kg di suolo per abitante sulla sola città di Chicago. Da noi non si sollevano e non atterrano pompose palle di polvere di terra… da noi la terra scivola lentamente sulle strade, sui paesi, sulle persone in un lento e progressivo viaggio che ha un’unica conclusione: il mare.

E’ la fortuna di essere una lunghissima lisca di terra nel mezzo di un bidet chiamato mediterraneo. Siamo praticamente un’isola ma continuiamo a considerarci “continentali”… Siamo un paese “ligure”, se qualcosa ti cade dal balcone è perso in mare. Anche se stai sulle Dolomiti.

Tra parentesi. Avete presente quando piove. Anche in pianura si formano dei piccoli rigagnoli di acqua marrone intorno al vostro orto. Il marrone è dato dalla frazione più piccola degli aggregati di argilla, la frazione “nobile”, una di quelle fondamentali per lo Scambio Cationico. Se tutto quel marroncino se ne invola giù per i canali, per i torrenti, nei fiumi fino ad andare a conoscere i parenti del fossile che avevano lì accanto finché qualcuno non ha deciso di coltivargli il mais sulla testa… beh… potete avere tutti nutrienti elencati da Liebig necessari alla crescita del vostro pomodoro ma le radici non riusciranno che ad assorbirne una minima parte… Scambio Cationico… l’azione di trasferimento tra le basi di scambio (colloidi come l’argilla sopracitata) e le radici dei nutrienti… e si fotta la botte, le doghe e tutte le altre pippe. Ciao, ciao, buone vacanze in riviera al terreno sano… possiamo solo sperare che prima o poi l’area tra Lampedusa e Tripoli sia coltivabile.

E va bene.

Abbiamo inventato l’agricoltura e l’abbiamo “tesa” fino alle estreme conseguenze trasformandola da produzione di energia a consumo di energia.

E abbiamo ancora un sacco di problemi.

Primo tra tutti la completa mancanza di un’analisi EROEI nel comparto agrario.

Che non vuol dire coltivare pannelli fotovoltaici.

E tanto meno industriarsi intorno agli OGM che sono solo la versione in camice bianco e dischi di petri della nostra simpatica Marta Stewart del neolitico.

Il problema principale è che potete vestirvi come vi pare ma siete sempre li a piantare semini e strappare erbacce due passi fuori dalla caverna anche travestendosi da tecnici del comparto agro-alimentare (bio o non bio che sia)

Vuol dire ricominciare.

E non ricominciare da mio nonno che coltivava il “broccolo appeso del val brembana” o dalle buone pratiche alla “TerraMadre”.

Vuol proprio dire reinventare l’agricoltura sotto un’altra ottica. Salvando quello che c’è di buono e gettando alle ortiche (buone in risotto o frittata) il resto, ovvero tutto ciò che non produce energia (nel termine più ampio e generale del termine energia che in primissi traduce comunque con: pappa buona a pranzo e cena). Mentre ci siamo… che ne direste di dare una drastica riduzione al consumo e alla coltivazione di cereali? (Questo per tutti i neo-rurali che si ostinano a cercare di coltivare grano, mais ecc… a cui va, comunque, tutto il mio affetto e rispetto).

Vuol dire reinventare un percorso che, pur tenendo in considerazione Marta ed i suoi simpatici figlioli (tutti maschi a parte alcune rare eccezioni come Lady Eve Balfour) scansi le false soluzioni offerte da una agricoltura “tradizionale” a marchio AIAB o dal Biotech.

Citando uno a cui sono state attribuite più frasi storiche che letti a Garibaldi: “Non si può risolvere un problema partendo dagli stessi presupposti che l’hanno creato”. A. Einstein

E quindi andiamo a cambiare i presupposti.

… o almeno… ci si prova nella prossima puntata…

20
Nov
10

Radicami tutto!

Essere un geek appassionato di progettazione sostenibile ed ecologica crea dei momenti di forte imbarazzo in me ed alle persone che mi circondano.

Potete immaginare la faccia che possono aver fatto Noemi e i vari ospiti che animano casa nostra (fino al prossimo anno siamo 4 adulti e 4 bambini chiusi qui dentro) alla mia reazione dopo aver letto la mail di Marco che ho ricevuto cinque minuti fa.

FINALMENTE TERMINATO IL LAVORO DI TRADUZIONE DEL MANUALE TECNICO DI APPLICAZIONE DELLA TECNOLOGIA VETIVER.
GRAZIE A TUTTI COLORO CHE LO HANNO PAZIENTEMENTE ATTESO, CI SONO VOLUTI QUASI 2 ANNI.

MANUALE TECNICO DI APPLICAZIONE

INVITO TUTTI A DARNE LA MASSIMA DIFFUSIONE.
GRAZIE
MARCO FORTI


Marco Forti
Vetiver Sardegna

www.diariodellacoltivazione.blogspot.com
www.journalontheland.blogspot.com
www.vetiversardegna.it

Piccola nota amara a margine rispetto a questa mia riflessione: Com’è che i manuali veramente in grado di cambiare i Sistemi sono gratis mentre quelli sulla devoluzione e l’orticoltura s’hanno da pagare sempre?
Ops. Forse mi sono risposto da solo….

25
Mag
09

Chrysopogon Zizanioides 2 – la vendetta

I’m easy
I’m easy like Sunday morning
[coro] Uh Uuuuuh Uh Uuuuuh…
I’m E e e easyyyy
Easy like Sunday mo-oo-o-oo-orining
[coro] Uh Uuuuuh Uh Uuuuuh…

[EASY, già dei Commodores, poi di Mike Patton con i Faith No More]

Sto lavorando nell’orto, nel pollaio, raccogliendo il materiale per gli articoli sul vetiver ed il biochar e dando la caccia ad uno sciame di api. Ma, soprattutto, sto scartabellando tra libri, articoli, schemi ed esperimenti di agricoltura urbana e realizzo orti in “cinque minuti”

Suona assurdo, davanti a me ci sono ettari ed ettari di campi ed io mi sto inventando dei balconi su cui fare esperimenti… ci manca solo che mi tocchi ringraziare i geometri per la loro insana passione per il cemento e gli autobloccanti.
Devo dire però che è stimolante.
Intanto passa la vecchina di ronda a controllare quali boiate pazzesche mi sono inventato questa volta.

Atto I – Scena I
Entra una vecchina, l’aspetto curvo e dimesso non fa in alcun modo trasparire la belva tarantiniana sepolta sotto le ceneri della vetusta età. Kill Bill in versione 88enne…
Lei – e cosa sarebbe quello?
Io – Vetiver
Lei – ….e non lo togli?
Io – no, c’è l’ho messo apposta.
Lei – già, te sei strano…
Exit la vecchietta.
Io rimango lì. Senza aver avuto la possibilità di difendere le mie posizioni.
La vecchina è arrivata, ha tirato il sasso, io me lo sono preso in testa e lei è scappata… il prossimo anno, col cavolo che le do le piantine di pomodoro!

Rimasto inespresso il mio desiderio di dare spiegazioni alla sorella segreta di Gengis Khan, tocca a voi subirvela…

Il Vetiver nell’orto.

secchi

FATTO- (ovvero: cosa ha visto Lei)
In ogni bancale dell’orto, in una posizione centrale ho messo una pianta di Vetiver. Le foto risalgono a circa un paio di mesi fa. Attualmente dal cespo ingiallito spuntano tanti simpatici spaghetti verdi lunghi 40-50 cm.

bancale

TESI- (ovvero: cosa ha pensato Lei)
Una piantaccia che in tutto e per tutto assomiglia ad un grosso ciuffo di erbacce infestanti e che, con buona probabilità, succhierà acqua e nutrienti privandone le povere piantine circostanti oltre a togliergli spazio per le radici. E poi, è brutta e fa disordine…

vetiver

ANTITESI- (ovvero: cosa avrei cercato di argomentare)
Sarò noioso.
Io sto curando un orto che, nelle mie aspettative, dovrebbe ottimizzare il consumo di energie (personali, economiche ecc…) e la resa produttiva.
Per fare questo cerco di fare in modo che la natura lavori al posto mio.
In un orto “classico” la presenza di annuali è preponderante rispetto a quella delle perenni e questo può creare notevoli squilibri nel suolo.
Le annuali hanno, solitamente radici relativamente superficiali e creano rapporti di “simbiosi” prevalentemente con organismi come i batteri. In più, lavorano solo sul primo strato del terreno assorbendo e rilasciando (attraverso la rizodeposizione) nutrienti ad una profondità relativamente limitata. Quando decadono la parte organica che rimane nel suolo (io non tolgo mai le radici dal terreno) si decompone in maniera superficiale, ad opera dei batteri sopraccitati ed è a rischio (se non certezza) di “stop” invernale.
Ora, questa è una radice di vetiver…

Vetiver-Grass-root-system

Ok… il signore lì vicino non è esattamente il Sigfrido dell’anello dei Nibelunghi, ma la dimensione del fascicolo di radici è comunque impressionante…
La mia tesi è quindi quella di avere al centro di ogni bancale una pianta che produca biomassa in grande quantità. (E la biomassa non è mai troppa se si pensa alle pacciamature, al compost alla produzione di energia ecc… ecc… sono quasi arrivato alla conclusione che se si vuole avere un buon orto si debba prima di tutto coltivare sterpaglie…)
E un reticolo di radici in grado di fornire rifugio permanente alla microflora e microfauna del suolo. Le perenni hanno, al contrario delle annuali, un rapporto più stretto con le ife fungine, quindi, inoculate con micorrize possono garantirne la propagazione “automatica” da un anno all’altro.
Un fascio di radici così fitto e profondo permette una migliore infiltrazione dell’acqua e quindi un miglior drenaggio ma, in caso di prolungata siccità è in grado di pompare l’acqua dagli strati più profondi fino alla superficie. In breve: è un’enorme e lunghissima spugna…

Se poi si pensa che la maggior parte delle piante ha uno stretto rapporto tra parte aerea e parte sotterranea, tutte le volte che le piante verranno sfalciate, parte delle radici morirà rilasciando una grossa quantità di nutrienti e partecipando attivamente alla, letterale, creazione di nuovo suolo…

La parte aerea, dal canto suo, fornisce rifugio per insetti, creano zone ombreggiate ecc… ecc…

A questo punto, la santa vecchina avrebbe estratto il bastone e mi avrebbe colpito ripetutamente all’urlo di “parla come mangi!”
Sigh…

In realtà si sarebbero potute organizzare progettazioni più concrete ed ardite ma, l’avessi fatto, che cialtrone sarei?…
Per dire… il vetiver nella coltivazione si presta in maniera ottima per la creazione degli swale o come tassello nella creazione di una siepe da bordura (fondamentale quando si crea un orto e, infatti, assente nel mio….sigh) o nella creazione di “trappole solari”… senza contare che ‘sto cespuglione è anche in grado di evitare il diffondersi di patogeni creando con la sua parte aerea una sorta di “filtro” tra le varie sezioni della coltivazione e le radici fanno da efficace berriera contro le infestanti stolonifere.
Insomma… se qualcuno trova il modo di mangiarselo siamo a cavallo.

Riferimenti:
Teaming with Microbes – di Jeff Lowenfels e Wayne Lewis, prefazione di Elaine Ingham – ed. Timberpress
Soilfoodweb.com
Gaia’s Garden – di Toby Hemenwey –
The Living Soil – E.B. Balfour – ed. Faber & Faber

08
Mag
09

Aggiornamenti al volo

logo
Abbiamo finito l’arnia Warrè che Enrico passerà a ritirare questo weekend. Urrà! (Per lo sciame che dovrei ospitare io mi sa che dovrò ancora aspettare…)
interafronteinteraretro

E’ uscito un’altro mio pezzo per il Terranauta… e, nei commenti, Cristiano svela la mia presenza “occulta” nell’area Emiliana…

Il pioppo è stato macinato ed ora nutre le patate che aveva provato a spiaccicare!

Stiamo lavorando sugli altri impieghi del vetiver.
secchi

07
Apr
09

Chrysopogon Zizanioides ed altre bestemmie

Tornare a casa è bellissimo.
Tornare a casa e trovare una serie di pacchi e pacchetti da aprire è ancora meglio.
Anche se avrò delle difficoltà a spiegare ai miei figli perché a natale non mi entusiasmo così tanto e soprattutto perché il contenuto dei pacchi non è di plastica colorata…

Vetiver… decine e decine di piantine di vetiver strette in una lunga e voluminosa scatola di cartone.
Quando l’ho aperta c’era ancora il sole, non aveva ancora iniziato a piovere ininterrottamente.
L’odore del vetiver è unico. Aprendo la scatola vengo investito dall’aroma che collego, ancora, a Marco, fornitore della “Real Casa del Mulino”, e alla Sardegna.

vetiver

Marco in sovrappiù, dando corpo all’ “economia dei legami deboli” (citazione un po’ tirata per i piedi, ma passatemela…), mi ha inviato 3 Kg di trinciato secco così da non dover aspettare che le piante si sviluppino per dare seguito ad una parte fondamentale del mio esperimento (adoro i campioni omaggio!).

trinciato

In permacultura vige una regola che sintetizzata malamente suona come: “tutto deve avere più di una funzione ed essere supportato da più di una funzione”. Il vetiver, pur essendo digeribile solo da ruminanti particolarmente affamati e non avendo nessun apprezzabile effetto se fumato, risponde a questa fondamentale regola. Il ché spiega anche perché io mi impunti su quest’erbaccia…

A cosa mi servirà l’incredibile ibrido sterile Chrysopogon Zizanioides?
• Consolidamento della sponda franosa e assorbimento dei nitrati lungo la ripa del pollaio (oggetto di un overgrazing canino per tre anni…)
• Drenaggio, mobilitazione dei micronutrienti e stimolazione dell’autofertilità del suolo nell’orto
• Produzione di biomassa ad alto contenuto di Carbonio e lignina (biochar, pacciamatura ecc…)
• Micro fitodepurazione
• La qualsiasi mi venga in mente nel frattempo.

Per chi si chiedesse come faccio a stare in giro, preparare l’orto, fare gli esperimenti e perdere così tanto tempo in internet… non so cosa rispondere. No, sinceramente, non saprei proprio cosa dire. Non sono né di “buona famiglia” né, tantomeno, riesco a farmi mantenere da Noemi… anche se ci provo spesso ma lei si rifiuta categoricamente! Comunque, ho l’indubbio vantaggio di non essere solo.
Ma sto divagando.

Cercherò di pubblicare ogni singola applicazione (anche se alcune sono talmente elementari da non richiedere più di un paio di righe…). Ogni possibile approfondimento può essere rintracciato nell’esaustivo e gratuito “Vetiver System Application” (via Marco)

IL VETIVER – parte 1 di 4 (esclusi imprevisti)

Ovvero:
come ti recupero una sponda franosa dopo che i cani l’hanno resa “morta” e, contemporaneamente la rendo un habitat adatto alle galline in barba alla volpe affamata.

Antefatti:
per qualche motivazione irrazionale e priva di giustificazione per circa tre anni i cani sono stati vincolati ad uno spazio “relativamente” piccolo (vincolati è un termine un po’ esagerato essendo assidui frequentatori della campagna circostante, ma passatemi il termine…).
In questi tre anni sono riusciti a distruggere quasi ogni forma di vita vegetale grazie ad un’abbondante calpestio, sconsiderata attività di perforazione a caccia di lucertole ed un pesante inquinamento da nitrati (i cani maschi si sa… tendono a spisciazzare abbondantemente ovunque…).
Per inverso, le galline avevano abbondante spazio per razzolare e godersi la bella vita ma erano estremamente “predabili” (con buona pace per due anatre, 3 pollastri ed un gallo andati ad incrementare la dieta a base di scarti dell’autogrill delle volpi locali) e stava iniziando a risultare veramente complesso trovare le uova…

prima-copia

Azioni:
Scambio delle zone tra cani e polli. In questo modo i cani pattugliano adeguatamente la zona (quando non dormono sulle mie balle di paglia) e le galline sono più vicine alla casa rendendo inutile andare fino alla compostiera per buttare gli scarti vegetali… ora li posso lanciare dalla finestra della cucina!
Come già detto, la costruzione del nuovo pollaio dovrebbe beneficiarle nella stagione invernale, mentre il luppolo che infesta la recinzione dovrebbe fornire una sufficiente ombreggiatura durante il periodo estivo.
Si è optato per un micro sistema “Balfour”.
Il sistema Balfour da “il libro dell’autosufficienza” di J. Seymour ed. 1977.

“E’ adatto per l’allevatore da cortile, o per coloro che hanno uno spazio molto limitato o un piccolo orto. Occorre un recinto attorno al pollaio, nel quale ammucchiare paglia, felci o quella vegetazione che avete sottomano. Inoltre dovrete avere un paio di recinti ad erba, o tre, se c’è spazio sufficiente, nei quali le galline possano andare direttamente da recinto a paglia. Le galline razzoleranno fra la paglia soddisfacendo il loro istinto, e risparmieranno l’erba. Poi le farete passare in un recinto ad erba, spostandole sull’altro dopo due o tre settimane. Mangeranno così anche un po’ di verde, mentre l’erba del primo recinto si riposerà e potrà tornare a crescere. Il recinto a paglia vi fornirà cinque quintali di buon letame all’anno per gallina. “

Il buon vecchio John la fa un po’ semplice come al solito… ma l’idea è più o meno quella… esclusa la parte sul letame di cui, avendo scelto di realizzare un orto sinergico privo di concimazioni, mi importa poco o nulla… forse come terriccio per i piantini, ma anche no…

aiuto-indesiderato

Utilizzo del Vetiver:
I tre recinti “a erba” sono disposti su dei terrazzamenti lungo la ripa che fa da argine al canale, “bruciati” dai cani e, conseguentemente, soggetti ad un forte dilavamento. E qui entra in scena la mirabolante piantina (sarebbe in grado di fare molto di più, ma non avevo ripe peggiori sotto mano per l’esperimento… è già difficile trovare un dislivello che superi il metro qui intorno…).
Ogni terrazzamento è stato delimitato da un filare di vetiver, in questo modo dovrei riuscire ad ottenere i seguenti benefici:
Consolidamento delle sponde franose.
Vedi “Vetiver System Applications – A Technical Reference Manual” parte 3
In inglese si chiamano “mulch-trap”… barriere che fermano e metabolizzano resti organici di varia natura collaborando alla ricostruzione del suolo ed alla ricostruzione “automatica” delle terrazze. (se i sedimenti non vengono rimossi a monte della pianta, lentamente si creerà un’a stratificazione che porterà alla letterale “crescita” del terrazzamento senza spaccarsi la schiena a spostare quintali di terra…)
Vedi “Vetiver System Applications – A Technical Reference Manual” parte 5 pagina 64 fig. 1
Assorbimento dei nitrati prodotti in eccesso dai cani
Vedi “Vetiver System Applications – A Technical Reference Manual” parte 4 capitolo 5
Nicchia ambientale per insetti (e quindi parziale fonte proteica per i polli…)
Vedi “Vetiver System Applications – A Technical Reference Manual” parte 5 capitolo 3.1
Delimitazione al suolo dei recinti ad erba (che saranno comunque costituiti da una rete mobile nella parte superiore… le galline volano!!)
• Quando completamente sviluppato, lo sfalcio, può diventare un’ottima pacciamatura sia così com’è sia come biochar
Vedi “Vetiver System Applications – A Technical Reference Manual” parte 5 pagina 73

impianto

Credo di essermi dimenticato un sacco di roba… ma per ora direi che è sufficiente.
Coming soon:
Vetiver 2 – Le piante perenni nell’orto… ovvero: l’erbaccia che aiuta…

31
Mar
09

In bicicletta senza freni

Il mostriciattolo dagli occhi azzurri seduto alle mie spalle mi colpisce ripetutamente sulla schiena gridando entusiasta che stiamo andando troppo forte e che la bici non ha i freni.
Gli urlo che non posso sentirlo, il vento che mi fischia tra le orecchie è troppo forte e, nel caso non dovessimo riuscire a fermarci, sarà sufficiente buttarsi in uno dei campi appena arati dove la terra soffice attutirà l’urto.
Mi colpisce ancora, ma con minor convinzione. Sta cercando di capire se voglio fregarlo.
Decide di si ma si vuole godere la discesa in bici che ci riaccompagnerà a casa per il pranzo dopo la mia assenza di quattro giorni. Sono tornato a casa.

Sono fisicamente stanchissimo, ho un arretrato di almeno 1000 ore di sonno e altrettante cose da fare. Fortunatamente Noemi tiene il timone dell’orto e della serra garantendo la nostra fonte primaria di approvvigionamenti.
Il corso tenuto in collaborazione con G ed Enzo alla Casa del Bosco in Collina è stata un’esperienza fisicamente stancante ma il cervello si è trasformato in una dinamo impazzita grazie agli scambi ed alle “sinergie” che si sono venute a creare, permettendomi di svernare anche il cervello, intirizzito dal lunghissimo inverno.

Vi chiedo ancora perdono per un attimo…
Sto preparando il materiale per un’ennesima sperimentazione sul biochar, una sull’utilizzo in permacultura del vetiver (questa volta su ampia scala e con numerosi dettagli tecnici), stanno arrivando le api con tutto ciò che comportano e… un sacco di altra roba…
Sto raccogliendo energie mentali dagli incontri.
Quello che faccio rischia di “isolarti” ed i contatti e gli scambi umani sono una risorsa fondamentale di confronto, arricchimento e messa in discussione dei propri principi… lo so, sembra retorico… ma è così…

E quindi… fate ancora per un po’ come se foste a casa vostra, Lalica, Sb, Iano, Andrea, Equipaje , Salvatore e tutti gli altri saranno in grado di dirvi dove si trova il mobiletto bar e che il bagno è in fondo a destra (come sempre!).
Per riuscire a “centrarmi” in questo periodo potete farvi vivi a Torino, giovedì 2 aprile alle 20.30, al Centro Sereno Regis di via Garibaldi o sabato 4 aprile a Monteveglio per una chiacchierata sull’orto della Transizione…

18
Dic
08

schegge vaganti

Mentre qui ha finalmente smesso di piovere e si scalpita per andare a farsi un giro…
qui è comparso un’altro mio scritto (sindrome da prezzemolo?) ospitato, questa volta, da Genitronsviluppo.com

…niente foto del mio facciono questa volta… ma una serie di immagini illuminanti sull’utilizzo del vetiver!

07
Nov
08

Finestra sulla realtà degli altri n°18

Ogni tanto mi spiace di non essere in grado di gestire una comunicazione “seria” e “professionale”.
Mi spiace perché spesso questo va a detrimento di alcune tecniche e tecnologie sostenibili che meriterebbero di ottenere maggior risalto ed una cura più, appunto, professionale…
Tra queste tecnologie c’è quella dell’utilizzo del Vetiver.
Ne ho già parlato e Marco è in grado di dare qualsiasi ulteriore ed approfondita informazione, altrimenti potete dare un’occhiata al sito The Vetiver Network International

Quello che trovo assurdo è che questo tipo di tecnologia (a basso costo, utile per la bonifica di terreni inquinati, ottima come produzione di biomassa, eccezionale come impiego in progettazioni in permacultura, una tecnologia agraria ascrivibile tra quelle “riabilitative”) possa essere vincolata da un monopolio commerciale.
(Marco mi correggerà, ma dalle informazioni in mio possesso, al momento, in Italia, non si possono ottenere piante di Chrysopogon zizanioides senza passare attraverso monolitiche aziende commerciali e senza affrontare alti costi di impianto)

E’ per questo che ripubblico integralmente il “Codice Etico” di Marco.
Perché, come ci raccontavamo in un recente scambio di mail, una “rivoluzione” non si riduca ad essere “resistenza”.
L’open source non si limita a Linux.

CODICE ETICO

Con questo documento intendo chiarire gli intenti che
animano il progetto insito nell’opera svolta da
Vetiver Sardegna.
Negli ultimi 20 anni la tecnologia legata all’uso di siepi
vegetative di vetiver è stata usata da pochi a scopo di
lucro, questi hanno preservato per se sia il materiale
di propagazione, sia la conoscenza della stessa tecnologia
in vari modi.

L’operato di Vetiver Sardegna, al contrario è volto alla
massima diffusione possibile della tecnologia, tramite
mezzi di comunicazione (web), con il fine dichiarato di
rendere palese la grande semplicità di utilizzazione per
chiunque ne abbia necessità e la produzione di materiale
di propagazioneal costo più basso possibile, al fine di
curare il territorio in maniera definitiva e prevenire
possibili disastri in danno delle persone.

La ricerca condotta da Vetiver Sardegna, finora senza
alcun aiuto economico, si propone di migliorare
costantemente e progressivamente rendere più accessibile
l’uso della tecnologia stessa ai privati sui loro terreni e agli
enti pubblici tramite l’utilizzo di manodopera locale,
questo per generare anche una ricaduta sociale dalla sua
applicazione.

Questa logica esula dal mero profitto, pur necessario, ma
riconduce ogni risparmio sulla produzione e sull’impianto,
non già nella tasca dell’azienda, ma in quella dell’utente
finale per una maggiore diffusione della tecnologia ad ogni
livello nel paese.

L’opera di Vetiver Sardegna si ispira ad un modello “Open Source”
dettato dalla consapevolezza dei molteplici benefici che il
territorio riceve e della quantità di vite umane e danni
materiali che possono essere risparmiati grazie alla corretta
applicazione della tecnologia VGT.

La realizzazione dell’economia di scala è il mezzo tramite cui,
in futuro, risulterà impossibile ed antieconomico un nuovo
sequestro di questa tecnologia per fini privatistici.

MARCO FORTI

24
Ago
08

diario di campagna n°159

Diario dalla Sardegna (in 2 puntate… forse)
Prima Puntata – L’uomo del Vetiver

13 Agosto 2008.
Sbarchiamo ad Olbia.

Siamo: io, un architetto sulla cinquantina, la sua Smart dotata di musica techno ed un generale appeal da comparse scartate al casting di Zabrinskie Point.
Siamo in ritardo

Marco si sta carbonizzando sulla banchina del porto.

Ho conosciuto il blog di Marco un’annetto fa, mentre studiavo l’architettura delle case di paglia, aveva scritto un post su un esperimento fatto con le balle di vetiver.

Poi le informazioni erano rimaste li, in forma latente, in qualche angolo sperduto del cervello (tra la sigla di Mork & Mindy e le immagini di un’infatuazione estiva dell’adolescenza).
Un giorno, mentre mi dibattevo in una progettazione che comprendesse salici e liquirizia senza trovarmi quest’ultima fin dentro casa (la liquirizia è una bestiaccia invasiva ma ha molte qualità: è una leguminosa che da ottimo pacciame e fissa l’azoto, è una fonte alternativa allo zucchero ecc… ecc…) mi tornò in mente il vetiver come barriera naturale alla propagazione delle stolonifere invasive.

Da lì le cose si sono un po’ evolute, le visite al blog di Marco più frequenti ed alla fine ci si è incontrati… probabilmente doveva capitare, siamo entrambi degli ex-qualsiasicosativengainmente, ma lui è alto è bello. Io solo alto.

Con Marco si è chiacchierato un sacco (si è laureato in Australia con un documentario sulla Permacultura quando Bill Mollison lo conoscevano solo a Canberra…), e come da tutte le chiacchiere (anche quelle querule) sono nate idee, ipotesi e probabili sviluppi…

Lui ha veramente “una visione” (nulla di mistico…) sul vetiver, una visione che punta alla biorimediazione dei terreni, alle energie alternative… tutte cose che potete leggere in maniera più approfondita e chiara sul sito Vetiver Sardegna (il suo sito ufficiale) o che potete chiedergli direttamente sul blog.

Per quel che mi riguarda sul vetiver sono arrivato ad alcune considerazioni funzionali alle mie progettazioni:

E’ una pianta sterile dotata di un’enorme apparato radicale. Il ché la rende, come già detto, un’ottima barriera contro le infestanti.

Non necessità di cure di coltivazione particolari. Bassissimo input energetico.

Ha una resa di biomassa molto alta. Ottimo rapporto energetico input-output.

Lo sfalcio ad alto contenuto di lignina può risultare un’ottima pacciamatura a lento rilascio di nutrienti ed un’alimentazione di “ripiego” per il bestiame (principalmente ovini)

Il grosso apparato radicale ne fa, oltre all’uso classico di consolidamento dei terreni contro l’erosione, un ottima piantumazione per i canali di drenaggio delle acque reflue (swale). Le profonde radici permettono, infatti, un’ottima infiltrazione dell’acqua nel terreno anche a grandi profondità così da permettere un’efficace utilizzo del suolo come “cisterna”.

Il già citato contenuto di lignina abbinato alla notevole porosità dello sfalcio ne fa (presumibilmente, dovrei fare degli esperimenti) un ottimo materiale per la produzione di biochar per Terra Preta.

In più ha una grandissima capacità di assorbimento di materiali inquinanti. Ok, poi ti rimane il problema di come smaltire lo sfalcio… ma intanto hai “ripulito” il suolo dalle schifezze che qualche babbeo c’ha messo dentro… Il che non vuol dire solo gli scarti seppelliti abusivamente dalla conceria brianzola ma anche i più modesti scarichi della Imof senza fitodepurazione…

Se è vero che in Permacultura ogni cosa deve essere polifunzionale… bhè, il vetiver è definitivamente una pianta permaculturale…

Ah! Se siete interessati, spremetevi le meningi e date un’occhiata a questo… Io partecipo di sicuro.

08
Ago
08

Finestra sulla realtà degli altri n°10

Uno dei problemi correlati ad un approccio “sinergico” alla gestione di un orto o alla progettazione di un’attività agricola è che ci si muove su una linea di confine.
Molte delle teorie scientifiche alla base di questi sistemi, facilmente assumibili e comprensibili da gruppi ideologico-filosofici, risultano più ostiche alla stragrande maggioranza delle persone abituate ad un approcio più “classico”.

Si pensi alla teoria di Gaia formulata da Lovelock… alla base è una teoria sull’evoluzione dei microorganismi poi ripresa ed approfondita dagli studi della dott.sa Margulis (colei che coniò il motto “Gaia is a tough bitch”…trad. Gaia è una tosta cagna… ma si può tradurre in molti altri modi…). Da teoria scientifica che metteva in dubbio ed approfondiva il Darwinismo è diventata una bandiera per freak. Nessun problema a questo proposito ma, a mio parere, ne ha frenato un po’ l’efficacia (e di questo si lamenta anche un po’ la Margulis…).

Tra le tante “bandiere” scientifiche da freak c’è anche quella della fascinazione nei confronti di un ritorno ad una situazione di raccoglitori-cacciatori… bene, qui il sunto di cosa è successo ai nostri geni dopo l’introduzione dell’agricoltura (via agro.biodiver.se).
In definitiva continuo ad essere quasi d’accordo con Toby Hemenwey sulla necessità di spostarsi su società “orticole”…

Rimanendo sulla teoria Gaia segnalo anche l’ottimo sito di Roberto Bondì
Nel frattempo per la serie “Ho scoperto il vetiver” : il vetiver nella paesaggistica californiana…




L’ orto di carta

Diario di bordo ad aggiornamento casuale e saltuario di un cialtrone nell'orto... giocando con il fango, la permacultura, l'agricoltura sinergica in compagnia di William Cobbett, John Seymour, Fukuoka e Kropotkin.

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Troverò altri sistemi di finanziamento occulto…

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