Posts Tagged ‘CO2

08
Gen
09

Lo spazio del collaboratore errante

Perchè non si perdano nei meandri dei commenti e delle comunicazioni “dietro le quinte”:

Salvatore (il mio esperto di acquacultura sardo di riferimento) segnala quest’ottima pubblicazione sulla permacultura urbana in catalano scaricabile gratuitamente (avete presente “introduzione alla permacultura” Ed. AMM TerraNuova? Ecco, questo è a gratis…) a cura della Fondacion Terra.

Weissbach mi manda, come dono per il nuovo anno, il podcast di Radio3 con un bell’intervento sul biochar, chiaro e puntuale (ricordatevi comunque e sempre che è una tecnologia “bassa”, chiunque è in grado di riprodursela in giardino…)

… è bello avere dei lettori che fanno i compiti!
Grazie!

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19
Giu
08

i manuali del giovine autarchico n°3

Credo che ormai si sia capito (se visitate abitualmente questo spazio). Sono sempre più convinto che, per dirla con Toby Hemenwey, agricoltura sostenibile sia un ossimoro. Al punto che incomincio a diffidare anche dei sistemi di coltivazione biologici.
Leonardo da Vinci sosteneva che l’uomo sapesse più cose sulle stelle che giravano sulla sua capoccia che non di cosa succedesse realmente nel terreno che calpestava tutto il giorno. La situazione non è cambiata di molto.

Purtroppo, quando si parla di auto fertilità del suolo, di sistemi di coltivazione “sinergici” e “biomimetici” anche il piccolo ortolano casalingo pensa: “Fricchettoni, andate a ricongiungervi con Gaia madre terra da un’altra parte!” o, al meglio, ti guardano sorridendo e pensando che sei un innocuo perditempo.

Peccato che Fukuoka, prima di diventare un’idealizzazione da immaginario occidentale dello zen, fosse un microbiologo. E che esistano centinaia e centinaia di studi scientifici a riguardo.
Io mi interesso a quelli (quantomeno ci provo). Gaia era solo una mia amica delle superiori.

Uno dei fattori determinanti per la fertilità del suolo sono le micorrize. Avete presente quando si parla di piante azotofissatrici… ecco, siamo da quelle parti. Le micorrizze sono funghi simbionti che, tra le altre cose, aumentano la capacità di assorbimento di nutrienti da parte delle piante (arrivando persino a soppiantare le radici stesse) e producono una glicoproteina fondamentale per la ritenzione idrica, di CO2 e dei suddetti nutrienti, oltre ad agire sulla capacità di scambio cationico e la soil foodweb attraverso la creazione ed il mantenimento degli aggregati, la glomalina. (Qui un PDF illustrativo)

Provate ad indovinare cosa succede alle micorrizze e a tutto il resto quando la terra viene troppo movimentata o concimata in maniera non attentamente calcolata… fine di uno dei fattori fondamentali della fertilità del suolo. Questo succede ormai da anni su grande scala, ma anche su media e piccola, e anche nell’agricoltura biologica. Questo è anche uno dei motivi per cui, tecnicamente, buona parte dell’Europa è ormai considerabile un deserto dal punto di vista della fertilità. Se per far crescere un romolaccio dovete girare, addizionare letame, girare nuovamente… va da sé che non si può considerare fertile il terreno… è fertile entro i limiti in cui voi lo rendete tale, e la cosa mi sta bene per il deserto del Sahara, un po’ meno per la pianura padana…

Fatto il pippone. Qui la pagina web su come autoprodursi un’inoculo di micorriza.

AGGIORNAMENTO ho ricevuto l’autorizzazione per la traduzione! A presto la pubblicazione… Grazie mille a Lindsay EPF Co-ordinator!

Comunque fate una cosa buona per il vostro orto: smettete di zapparlo e concimarlo e ricostruitene la fertilità naturale, starà meglio lui e starete meglio voi (sdraiati a prendere il sole nei pressi del boschetto di fragole)

29
Mag
08

diario di campagna n°97

TERRA PRETA 2 – Il ritorno del biochar

HA PIOVUTO. A lungo ed ininterrottamente. Questo mi ha permesso di rimanere in casa a sfornare pagnotte, a fare dropspotting seduto sul gradino del balcone sul retro, bere tazze di caffè alla finestra, a leggere e a delirare (vedi post precedente).
Tra le varie letture ho ripescato gli articoli sulla Terra Preta do indios Amazzonica.
Come già detto, la Terra Preta è una tipologia di suolo tipica di alcune zone della foresta amazzonica, caratterizza da un’altissima concentrazione di carbone (biochar), frammenti di ossa e di argilla. Il fenomeno è ancora oggetto di studio (anche se alcuni furboni la stanno già commercializzando) mi pare siano infatti ancora da stabilire alcune questioni su dei micro batteri specifici e roba del genere.

ALDILÀ DELL’EVIDENTE esotismo della storia (popolazioni precolombiane che rendono fertili intere zone di foresta amazzonica creando una matrioska di paradisi vegetali) trovo interessante la sua applicazione in un contesto di “agricoltura naturale” su piccola scala. Negli States, dove vengono date sovvenzioni economiche a chi applica tecniche a sequestro di CO2, sta diventando popolare anche sull’agricoltura industriale.

DISCLAIMER: non sono un tecnico questa è la mia personale estrapolazione da un tot di letture

IN AGRICOLTURA NATURALE l’obbiettivo è quello di riportare ad uno stato di “autofertilità” la terra. Per ottenere questo si applicano una serie di interventi atti a riequilibrarne la struttura minimizzando gli interventi umani. Tra le cose che si deve evitare (e questo suonerà come eresia ad un orticultore classico) c’è il concimare, in quanto, apporti eccessivi di nutrienti, sono in grado di danneggiare la “tessitura” stessa del suolo. In realtà, attraverso una pacciamatura vegetale permanente e la non estirpazione delle radici; una concimazione avviene comunque ma in maniera naturalmente bilanciata.

IL PROBLEMA PRINCIPALE risiede nei tempi di riorganizzazione dei processi naturali. In generale i terreni su cui ci si trova ad impiantare il ns. orticello di sussistenza sono terreni altamente impoveriti (il giardino di casa, un’ex campo a coltivazione intensiva…). In alcuni casi anche l’orto coltivato in maniera classica, esempio della più intensa “fertilità casalinga”, può essere considerato “terreno impoverito” in quanto dipendente da concimazioni annuali (probabilmente se dal giorno alla notte si smettesse di concimare, il suolo ci metterebbe un po’ a ristabilirsi)

IN QUESTO SENSO la Terra Preta può essere una risorsa interessante. Difatti non si tratta strettamente di un concime. Il biochar ottenuto bruciando biomasse (potature di alberi, ramaglie raccolte nel bosco…) in quasi totale assenza di ossigeno (pirolisi) è un’inerte non aggiunge granché al terreno al massimo ne modifica leggermente il Ph (e questa è una cosa a cui bisogna prestare un minimo di attenzione). Ma la porosità stessa del carbone crea l’ambiente ideale per i processi rigenerativi del terreno. Difatti il biochar è in grado di trattenere sostanze gassose, minerali, acqua e rilasciarle lentamente secondo la necessità delle piante evitando un eccessivo dilavamento dei nutrienti. Crea il microambiente ideale per lo sviluppo delle colonie batteriche atte ai processi di fissaggio e modifica dell’azoto e di altre sostanze fondamentali. Inoltre la capacità di accumulare CO2 stimola la produzione di glomalina (un vinavil fondamentale per le riserve di nutrienti).

L’autoproduzione di biochar è elementare e priva di rischi, non richiede tecnologie complesse e coinvolge “scarti” (ramaglie e quant’altro). In più permette di andare in giro bullandosi con gli amici per il proprio orto a sequestro di gas serra. C’è chi c’ha l’auto catalitica, c’e chi c’ha l’orto!

PS. A giudicare dagli accessi, alcune postazioni universitarie si sono collegate al blog dal primo post sulla terra preta… abbiate pietà di me (diplomato liceo linguistico….). Se ho detto delle vaccate enormi correggetemi! Ma soprattutto siete formalmente invitati a partecipare alla discussione!

FONTI ed APPROFONDIMENTI
Articolo su Nature magazine
Articolo sulla Glomalina dell’USDA
Studio italiano sulla glomalina presentato al 14° Congresso della Società Italiana di Ecologia
Sito Bioenergylist sulla Terra Preta (tutte le risorse possibili)
Wiki sull’utilizzo del biochar nell’orto (tanto per cambiare… in inglese… come sempre…)

12
Mag
08

diario di campagna n°82

TERRA PRETA E ACETO DI LEGNA

GIORNATA DA SEGNARE sul calendario. Sono comparsi i primi temporali quasi estivi.
Detto questo, essendo io più ferrato sulle predizioni del mago Otelma che non sulle previsioni meteo, non pioverà più per mesi… Poi, detto sinceramente, li si è visti solo passare. Uno a destra ed uno a sinistra, da noi, niente. Giusto due gocce tanto per vivacizzare la colonia di lumaconi mutanti che vive sulle sponde del canale. Ne sono stati deportati due barattoli fino alla pozza “da lettura” a 300 metri da casa, ambiente umido, erbetta fresca, qualche predatore. Credo che gli piacerà.
A parte questa botta di vita, la giornata è stata un simpatico weekend di svacco e pranzo con gli amici.
Cosa che mi ha dato il tempo di riflettere e lavorare su un articolo inviatomi da un amico non presente al pranzo.

L’ARGOMENTO E’ affascinante e apparentemente complesso. Un po’ come i belli e tenebrosi, dal viso vissuto e dall’occhio glauco che poi sono dei periti geometra e guardano “Amici” di Maria de Filippi. (questa lo messa solo per fare tag e vedere cosa succede… sono stronzo? si, un po’)
Comunque sono coinvolte tecniche di distillazione thailandesi, fornaci, gli indios pre-conquistadores, tecniche di coltivazione rigenerative, il CO2 ed i gusci di tartaruga. C’è di che farne un romanzo di Jules Verne o Salgari (che a mia sorella ci piace di più).
In realtà e tutto molto più semplice.

QUESTO MIO AMICO, agricoltore sinergico di lunga ed affermata esperienza (tiene corsi, laboratori e quant’altro) mi ha inviato un ‘articolo in inglese su un sistema di distillazione per “l’aceto di legna”. Passatemi il termine poiché in italiano non ho trovato nessuna informazione e quindi l’ho tradotto letteralmente, anzi se qualcuno ne sa di più…
L’aceto di legna si ottiene attraverso la condensazione dei fumi nella produzione per pirolisi (in assenza di ossigeno) di carbone (qui l’articolo tradotto da me) e pare che sia una meraviglia per il trattamento delle piante e non solo, essendo anche un potente antisettico, funziona benissimo come disinfettante cutaneo e facilita la cicatrizzazione dei tessuti. La cosa, a mio parere più interessante, è che non necessita di chissà quali complessi macchinari per realizzarlo (sottointeso: per orti e frutteti di una certa dimensione, se conduco un ottimo progetto di orto sul terrazzo, non ha molto senso) e pare essere un vero toccasana per moltissime infezioni ed infestazioni (oidio, cocciniglie, ruggine ecc…).
(qui il link a un blog di un tipo interessante che ne ha fatto l’esperienza, con belle foto… anche lui non è malaccio).

BENE; E QUESTA e la parte Thailandese, e tutto il resto?
Se per fare l’aceto di legna a me basta un fusto in metallo sepolto nella sabbia con un tubo di stufa montato sopra in cui butto un po’ di ramaglie recuperate in giro, sterpaglie, potature dei rami ecc… ecc… è anche vero che come mole di lavoro è un po’ tanta per un solo “prodotto”, per quanto se ne decantino meraviglie.
In realtà il prodotto principale della pirolisi è la carbonella, ma non quella che normalmente si compra per il barbecue con le salamelle. La carbonella che si ottiene in questo caso è più simile a “legno cotto al forno”, ossia mantiene ancora molti degli aspetti organolettici del vegetale (per dire: all’interno mantiene uno strato di oli che hanno lo stesso effetto del glucosio per lo sviluppo dei microrganismi) ed è la componente principale della Terra Preta, ossia la terra lavorata e coltivata dagli Indios prima che dei buzzurroni con i pidocchi andassero a proporgli “vantaggiosi scambi economico-culturali”.
Perché interessarsi della Terra Preta? Perchè è un’ammendante per il terreno eccezzionalmente stabile, in grado di sequestrare ed immagazzinare anidride carbonica agendo direttamente sul ciclo del carbonio ciclo del carbonio (che viene sequestrato nel sottosuolo) e da uno dei terreni naturalmente più fertili del mondo, nonché, probabilmente, anche quello del mio prossimo orto!

NON SONO STATO troppo chiaro? E che vi aspettate da un cialtrone! Io ho solo scelto di non pasticciare con l’Iphone nuovo ma con il fango! 🙂
Comunque qua ci son on po’ di link per fare chiarezza… a chi sa l’inglese (sigh!)
Se nel frattempo capitasse qualcuno da queste parti che ne sa di più (microbiologi, chimici ecc…) li prego da subito di contattarmi attraverso i commenti (così tutti possono leggere… siamo democratici, mica pippe!)
Saluti.

Terra Preta Home – La pagina di Johannes Lehmann, il primo che si è preso la briga di studiare il tutto, alla Cornell University
Un post interessante sul forum EnviroTalk Australia
Un articolo con numerosi link su WorldChanging
Uno da Energy Bulletin
Ed uno di Wired (ma tu pensa un po sti geek!)




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